Transizione di genere: la magistratura impone gli stili di vita 2.0
di Antonio Catalano - 23/12/2025

Fonte: Antonio Catalano
L’ideologia del progresso produce tra le altre cose il mito della società aperta e inclusiva basata sull’annullamento delle identità.
Ideologia propagandata nello spettacolo, nello sport, a scuola, nell’arte, nell’intrattenimento e financo nella chiesa.
Ma quando interviene la magistratura con sentenze che accolgono lo “spirito” di questa ideologia contrabbandata per progresso, ecco che il cerchio è bello che chiuso. Perché queste sentenze producono cambiamenti concreti, fisici, nella vita delle persone.
Come nel caso della sentenza del tribunale dell’Aquila che ordina la sottrazione dei tre bambini ai coniugi Trevillon (ma vale anche per la famiglia “del bosco” di Arezzo e di migliaia di altri casi del genere) in nome del principio che l’educazione dei figli spetta allo Stato. O della recente sentenza del tribunale di La Spezia che autorizza la “transizione di genere” – il cambiamento chirurgico della propria sessualità – di una ragazzina appena tredicenne.
Casi che riguardano la messa in discussione di una identità. Della famiglia nel primo caso, della sessualità nel secondo.
La sentenza del tribunale ligure dimostra l’efficacia del martellamento della propaganda gender: una tredicenne può cambiare sesso all’anagrafe e avviarsi al cambiamento chirurgico in quanto ha «maturato una piena consapevolezza circa l’incongruenza tra il suo corpo e il vissuto d’identità come fino ad ora sperimentato».
Si sdogana così il principio che un minore – un minore! – possa cambiare sesso perché avverte una “incongruenza” tra il suo corpo vissuto e il “vissuto d’identità” come finora “sperimentato”. Notate il linguaggio? Pari pari quello gender.
Incongruenze, tipiche del passaggio molto delicato e decisivo che accompagna il bambino verso l’età adulta, che qui diventano pretesto per lo stupro dell’identità sessuale.
E così milioni di minori abbandonati alla solitudine della propria cameretta a “social” (che funzionano da moltiplicatori ed esaltatori di queste “incongruenze” tanto da generare confusione) rischiano di entrare in loop mentali che producono la destabilizzazione della propria identità sessuale e… maturazione di “piena consapevolezza” di trovarsi in un corpo sbagliato.
Da parte dei sostenitori dell’ideologia “inclusiva” ferocemente si nega il fatto che quasi sempre siano gli ambienti orientati al superamento degli “stereotipi di genere” a determinare la destabilizzazione dell’identità sessuale. Non si vuol riconoscere che la stragrande maggioranza dei casi di “disforia” nascono infatti in contesti sociali in cui forte è il condizionamento della “transizione sociale”, presupposto culturale della “transizioni di genere”.
Se a scuola si afferma, tanto per fare un esempio, con la cosiddetta carriera Alias l’approvazione dell’uso del nome “percepito” e dei relativi pronomi è ovvio che nasca la propensione a considerare le proprie “incongruenze” come segnalatori di “disforia di genere”, con tanto poi di apertura di percorsi di transizione con personale debitamente formato in questa direzione.
Quella che oggi si chiama disforia di genere prima si chiamava “Disturbo di Identità di Genere”. Disturbo che ha sempre riguardato una piccolissima percentuale della popolazione adulta, e prevalentemente maschile. Stiamo parlando dello 0,005-0,014%, con un esordio per lo più in età infantile.
La “narrazione” della disforia di genere non è estranea alla nascita e al prolificarsi di cliniche specializzate nella transizione di genere. Come la famigerata Tavistock Clinic di Londra che registra nel 2018 un aumento del 4440% di richieste da parte di ragazze rispetto al decennio precedente. Tavistock che verrà poi chiusa (luglio 2022) dallo stato britannico in seguito al moltiplicarsi di “criticità”, ovverosia di ricorsi di tutte e tutti coloro che avevano fatto causa alla clinica che con gran facilità “certificava” attestati di disforia di genere, rovinando loro la vita.
Si tenga presente che le “transizioni” implicano molto spesso amputazioni di organi sessuali, ragione della disperazione di tanti “de-transizionisti” che, tra enormi sofferenze psico-fisiche, provano a tornare sui propri passi. Le testimonianze “de-transizioniste” – interviste, conferenze, libri, docufilm – sono puntualmente ignorate se non demonizzate dal mainstream.
Ecco il percorso del modello “affermativo di genere”, che può prevedere i seguenti passaggi.
• transizione sociale (quella “culturale”)
• bloccanti puberali (come la triptorelina)
• trattamento ormonale a vita
• mastectomia bilaterale o impianto di protesi (asportazione del seno femminile)
• rimozione di ovaie o di testicoli
• isterectomia (rimozione dell’utero)
• rimozione chirurgica o revisione degli organi genitali.

