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Uccidiamo il Pil: ecco perché bisogna cambiare il modo in cui misuriamo la ricchezza delle nazioni

di David Pilling - 03/03/2019

Uccidiamo il Pil: ecco perché bisogna cambiare il modo in cui misuriamo la ricchezza delle nazioni

Fonte: Linkiesta

Pubblichiamo il quinto capitolo di L'illusione della crescita. Perché le nazioni possono essere ricche senza rinunciare alla felicità di David Pilling (Il Saggiatore): "La rete ha rubato il mio Pil"

È una serata fredda e piovosa a New York. Siete nel vostro appartamento ad ascoltare jazz contemporaneo su Spotify, quando improvvisamente venite colti dal desiderio di sfuggire ai rigori dell’inverno per un weekend in Bassa California, un posto che volete visitare da quando un’entusiastica recensione su TripAdvisor ha attirato la vostra attenzione. Aprite il portatile e iniziate a cercare. Su skyscanner.com digitate gli aeroporti jfk e San José del Cabo, inserite le date del prossimo fine settimana e selezionate. Solo voli diretti. Nel giro di pochi minuti avete fornito gli estremi della vostra carta di credito e prenotato l’opzione più economica a disposizione.

La tappa successiva è Airbnb per trovare un alloggio. Dopo qualche ricerca vi imbattete in un appartamento dentro un condominio davanti al mare a un prezzo ragionevole, con quella che sembra una vista spettacolare sull’oceano. Vi collegate anche al vostro account Airbnb, per assicurarvi che chiunque guardi sappia che il vostro appartamento di Brooklyn sarà disponibile per il prossimo fine settimana. Infine, vi cautelate con qualche assicurazione online, nel caso qualcosa andasse storto. Il giorno stesso della partenza, andate sul sito web della compagnia aerea, inserite gli estremi del vostro passaporto, selezionate un posto accanto al corridoio, fate il check in e stampate la carta d’imbarco. Poi prenotate un taxi con Uber e vi accomodate sul sedile posteriore, diretti all’aeroporto. Finalmente un po’ di riposo: ve lo meritate, dopo tutta quella fatica. L’economia digitale ha reso sfumata la distinzione fra lavoro, tempo libero e faccende domestiche, spostando quello che chiamiamo «confine della produzione», fra le attività che conteggiamo e quelle che non conteggiamo, e rendendo il compito di misurare l’economia più difficile che mai. Da decenni le economie avanzate sono più incentrate sui servizi che sull’industria manifatturiera, ma nell’era di Internet questa tendenza verso l’etereo e il non calcolabile si è esacerbata. Will Page, direttore degli studi economici di Spotify, il servizio di streaming musicale svedese, afferma: «Il Pil è diventato uno strumento assolutamente inadatto al suo compito» perché «in origine era stato progettato per misurare beni materiali tangibili, che nell’economia moderna sono sempre meno rilevanti».

Quando sono andato a trovare Page negli uffici londinesi di Spotify – open space, frigo bar con bevande a disposizione, sala giochi d’ordinanza – mi sono dovuto stampare da solo il tesserino identificativo e attaccarmelo sul bavero, un compito che una volta sarebbe stato svolto da un addetto alla reception. «L’obiettivo delle aziende di tecnologia dirompenti, statisticamente parlando, è ridurre il Pil» mi ha detto Page quando l’ho trovato che si aggirava per uno dei corridoi. «Eliminare i costi di transazione, che vengono misurati, e sostituirli con la praticità, che non viene misurata. L’economia si contrae, ma tutti stanno meglio. Gran parte di quello che sta facendo la tecnologia oggi è distruggere ciò che non è necessario; il risultato è che avremo meno economia, ma più benessere.»

Dal punto di vista dell’economia, stava dicendo che Spotify e aziende simili sono come la materia oscura: invece di pompare fuori Pil, lo risucchiano e lo fanno sparire. Eppure forniscono un servizio valido, che le persone sono disposte a pagare. Quale sia l’effetto che tutto questo produce sulla nostra economia, misurata secondo i sistemi tradizionali, è un argomento complesso e che suscita forti polemiche. Per questo vale la pena scomporlo in diversi filoni.

Il primo è la questione della produzione domestica. Abbiamo visto che lavare i vestiti dei vostri figli o cucinare la cena per Adam Smith non sono considerate attività economiche. Ma stamparsi da soli la carta d’imbarco? Oppure, come ho dovuto fare io l’altro giorno, attaccarsi da soli l’etichetta sul bagaglio in aeroporto e spedirlo al suo destino lungo il nastro trasportatore? (La prossima volta ci toccherà pilotare l’aereo.) Fino a poco tempo fa queste attività sarebbero state eseguite da un addetto stipendiato del personale di terra e sarebbero state conteggiate nelle statistiche economiche. Ora queste mansioni sono state esternalizzate (a voi). Dal punto di vista dell’economia misurata, sono svanite.

Anche il lavoro che avete appena fatto per prenotare il vostro favoloso weekend in Messico una volta sarebbe stato eseguito da un impiegato retribuito. Per usare la terminologia della contabilità nazionale, si è spostato al di fuori del confine della produzione. Dal punto di vista dell’attività economica misurabile, stampare la propria carta d’imbarco equivale a grattarsi il naso: assolve a uno scopo, ma non fa più parte di ciò che chiamiamo economia. Ora la compagnia aerea non ha bisogno di un addetto alle prenotazioni e la società di taxi non ha bisogno di nessuno che riceva le chiamate e invii un’auto. D’altra parte, come succede ogni volta che c’è un progresso tecnologico, si spera che l’addetto alle prenotazioni e quello che smista i taxi trovino un lavoro più produttivo in un altro campo. C’è un altro modo in cui l’attività economica – anche quella intercettata dai parametri di misurazione convenzionali – viene incrementata: dal momento che la compagnia aerea in questo modo risparmia denaro, può ridurre le tariffe oppure pagare ai suoi azionisti dividendi maggiori, visto che realizza profitti più alti. In entrambi i casi, qualcuno avrà più soldi in tasca da spendere per i consumi, e questo dovrebbe far aumentare la crescita.

Il secondo filone è la tendenza dei prezzi a scendere verso lo zero. Ricordo le chiamate internazionali di mio padre da Londra, ai tempi in cui vivevo in America, negli anni ottanta. La conversazione andava sempre allo stesso modo: «Non posso trattenermi a lungo» sbraitava mio padre dall’altra parte della linea gracchiante. «Mi sta costando una fortuna.» Praticamente tutta la conversazione verteva sul fatto che la chiamata gli stava costando un occhio della testa e che presto avrebbe dovuto riattaccare; le telefonate intercontinentali erano stressanti e insoddisfacenti. Al giorno d’oggi, se c’è una connessione Internet, le persone possono comunicare gratuitamente per un tempo illimitato. Servizi come FaceTime e Google Hangouts permettono anche di vedersi in tempo reale. La gente può navigare su Facebook e chattare con gli amici, può inviare messaggi su Twitter (particolarmente utile se siete stati eletti a una carica importante) o cercare informazioni su Wikipedia (idem). Wikipedia, che teoricamente può mettere a disposizione di chiunque abbia una connessione Internet tutto lo scibile umano, è valutata esattamente zero. Com’è possibile che cose così straordinarie non costino nulla? Significa forse che gran parte di ciò che apprezziamo veramente sta al di fuori di ciò che definiamo economia? Esistono sostanzialmente tre modi per pagare servizi digitali non tangibili come musica in streaming, YouTube e Facebook. Il primo è alla vecchia maniera, cioè con il denaro. Il secondo è con il nostro tempo, in particolare guardando le pubblicità visualizzate sui siti: in questo caso, il contenuto o il servizio è pagato dalle entrate pubblicitarie.

Il terzo è simile alla pubblicità, solo che invece di pagare con il tempo si paga con i dati: i nostri dati. Molte aziende fanno affari vendendo informazioni sui loro clienti. Il che significa che il vostro contributo alla crescita avviene in modi che solo l’Agenzia per la sicurezza nazionale comprende davvero. Quella sera a New York, però, stava succedendo anche qualcos’altro. Stavate partecipando a quella che ormai viene chiamata, con efficace espressione, sharing economy o economia della condivisione. Prima dell’era Airbnb, chi andava fuori città di norma lasciava la propria casa vuota. Dopo l’avvento di Airbnb, potete scambiare senza problemi il vostro appartamento con uno in Bassa California, trovando una terza persona a cui affittarlo sul mercato telematico. Complimenti, state contribuendo a far fruttare le attività materiali del mondo, trasformando in un hotel quello che altrimenti sarebbe stato un appartamento vuoto. Il che è positivo per l’ambiente (se tralasciamo il piccolo particolare del volo in Messico) perché significa che le società alberghiere non avranno bisogno di costruire così tanti nuovi alloggi. Tuttavia, mantenendo inalterati gli altri fattori, è negativo per l’economia: meno attività edile e stanze più economiche. Lo stesso vale quando vendete i vostri prodotti di seconda mano su eBay. O donate abiti vecchi all’Africa. State danneggiando l’economia, anche se magari pensavate ingenuamente di aiutare l’ambiente o di vestire un bambino povero del Ruanda.

Vi ricordate di Chen, l’operaio immaginario? La vostra improvvisa predilezione per i beni di seconda mano significa che lui non dovrà più produrre tutta quella roba. Se le cose diventano più economiche e convenienti, l’attività economica cala. O almeno dà l’impressione di calare. È come se la nostra definizione di economia non riuscisse a cogliere ciò che sta succedendo veramente. Ma torniamo al vostro portatile, quello che avete usato per fare tutto quel lavoro. Probabilmente ha lo stesso prezzo del portatile che avete comprato tre anni fa. Ma in termini di memoria, velocità e risoluzione dell’immagine, è come minimo due volte meglio. Insomma, vi siete presi un prodotto migliore allo stesso prezzo; per dirla in altre parole, il prezzo è crollato. Questo è importante per il calcolo del Pil, perché i dati sulla crescita che vedete generalmente sono corretti tenendo conto dell’inflazione. Per i computer e altri servizi tecnologici, il miglioramento – e quindi il calo dei prezzi – è più rapido della capacità degli studi statistici di rilevarlo, e questo significa che stiamo sovrastimando l’inflazione e quindi sottovalutando la dimensione reale delle nostre economie.

Nel 1995 il Senato degli Stati Uniti ordinò di far luce sulla questione. L’anno seguente la Commissione Boskin riferì che gli Stati Uniti, in parte a causa dei rapidi progressi di dispositivi come computer e telefonia mobile, avevano sovrastimato l’inflazione di 1,3 punti percentuali un anno prima del 1996; e questo significava che avevano anche sottostimato la crescita nella stessa misura. Altri paesi, fra cui il Giappone e alcuni stati europei, hanno introdotto correzioni analoghe. Ma il ritmo con cui cambia la tecnologia è così veloce che si può dare per scontato, senza timore di sbagliare, che nessuno riesca a stare al passo. Questo vorrebbe dire che stiamo sopravvalutando l’inflazione (e che siamo più ricchi di quanto pensiamo). Un concetto che riassume buona parte di quello che sta succedendo è il surplus del consumatore, che è la differenza fra il prezzo di mercato di un bene e quanto un consumatore è effettivamente disposto a pagarlo. Il concetto venne reso popolare da Alfred Marshall, un economista del xix secolo. Può essere applicato a qualcosa di semplice come l’acqua, per la quale potreste essere disposti a pagare molto più del prezzo di mercato, soprattutto se avete molta sete. Oppure all’ultimo thriller di John Grisham, per il quale un fan sfegatato pagherebbe molto più del prezzo di copertina pur di dare una sbirciatina in anteprima.

Considerando che la tecnologia fa passi da gigante e il prezzo di certi prodotti tende a zero, secondo alcuni economisti il surplus del consumatore si sta ampliando. Un modo per testare la teoria è vedere, per esempio, quanto sono disposte a pagare certe persone per poter avere prima degli altri, per esempio, l’ultimo modello di iPhone. La differenza tra il prezzo nel weekend di lancio e il prezzo a cui si assesta alla fine è il surplus del consumatore, almeno per quelle persone. Oppure potreste minacciare qualcuno di portargli via l’iPhone e vedere quanto sarebbe disposto a pagare per riaverlo. Un iPhone non è soltanto un dispositivo, ma anche un mezzo per connettersi a reti di amici e soci d’affari e per accedere alle informazioni.

«Penso che il suo valore reale sia di molte migliaia di dollari a persona» sostiene Gavyn Davies. «È una valutazione mostruosamente errata del valore che offre l’iPhone alla maggior parte degli esseri umani.» Gran parte degli esperti concorda sul fatto che la contabilità nazionale, a causa di queste rivoluzioni tecnologiche, sottovaluta la crescita economica. Le stime sulle dimensioni di questo fenomeno, però, differiscono notevolmente (per non dire enormemente). Nel 2012, Erik Brynjolfsson del Massachusetts Institute of Technology osservò che negli Stati Uniti il settore dell’informatica valeva la stessa percentuale ufficiale di Pil – circa il 4 per cento – di un quarto di secolo prima; il che è poco plausibile, per usare un eufemismo. Molte persone hanno provato a calcolare quello che va perso nelle statistiche ufficiali. I metodi variano: per esempio si può stabilire una paga oraria per il tempo che trascorriamo su Internet, quantificata da uno studio di Google in 22 dollari, che all’epoca era il salario medio degli Stati Uniti.

Lo stesso Brynjolfsson e una collega, Joo Hee Oh, si sono cimentati nel compito. Sono partiti dalla scoperta che, fra il 2002 e il 2011, la quantità di tempo libero che gli americani hanno trascorso navigando in rete è passata da 3 a 5,8 ore settimanali, utilizzando servizi come Facebook, Google, Wikipedia e YouTube. Considerando che i consumatori avrebbero potuto usare questo tempo per qualcos’altro, i due ricercatori hanno ipotizzato che le ore in più spese su Internet riflettessero un crescente surplus del consumatore, che hanno quantificato in 2600 dollari a utente per un totale complessivo di 564 miliardi di dollari nel 2011. Se fosse stata inclusa nelle statistiche nazionali, questa cifra avrebbe fatto aumentare la crescita di 0,4 punti percentuali all’anno. Secondo altre stime, di quasi il doppio. Non tutti concordano sul fatto che starsene imbambolati davanti a Facebook debba essere considerata un’attività economica, in particolare se avviene al lavoro, quando la gente potrebbe fare qualcosa di utile (come chiacchierare con i colleghi). Perché dovremmo calcolare il tempo che passiamo su YouTube e non quello in cui guardiamo la televisione, giochiamo con i nostri figli o passeggiamo in un parco? Davvero guardare il video di un gatto ha più valore che – per scegliere un’attività del tutto a caso – guardare un gatto dal vivo? I benefici di Internet possono essere sopravvalutati, oltre che sottovalutati.

Non c’è niente di nuovo sotto il sole, è scritto in Ecclesiaste 1: 9. Senza dubbio il tizio che l’ha scritto l’ha copiato da qualche altra parte. Non è mai stato semplice calcolare quanto vale l’innovazione. La cosa vale tanto per i progressi delle automobili e delle fotocopiatrici quanto per le connessioni internet più veloci. Quando una nuova invenzione fa la sua comparsa, può essere incredibilmente costosa. Basti pensare alle medicine, che sono protette da brevetti. Questo consente alle società farmaceutiche di far pagare i loro prodotti centinaia, se non migliaia di dollari. Ma quando il brevetto scade, il prezzo di quella stessa medicina precipita a pochi spiccioli e il prodotto di fatto sparisce dall’economia. Se pensate, come molti, che la tecnologia stia accelerando come mai è avvenuto prima, allora il problema della misurazione errata si aggrava. Secondo alcuni autorevoli studiosi, però, i progressi tecnologici davvero importanti sono tutti alle nostre spalle. Robert Gordon, un esperto di produttività della Northwestern University, sostiene che tutte le invenzioni veramente rivoluzionarie sono avvenute dopo il 1870, e il flusso si è più o meno esaurito intorno al 1970. Gordon cita l’invenzione dell’elettricità e del motore a scoppio, l’acqua potabile e le reti fognarie. Questi progressi hanno portato all’invenzione di macchine come il telefono, la radio, il frigorifero, l’automobile e l’aereo. Molte di queste tecnologie hanno scatenato a loro volta enormi effetti a catena.

Secondo l’economista di Cambridge Ha‐Joon Chang, la lavatrice è stata un’invenzione molto più rivoluzionaria (e non perché il cestello gira in continuazione) di Internet. Perché? «La lavatrice, le condutture di gas, l’acqua corrente e tutte queste banali tecnologie domestiche hanno permesso alle donne di entrare nel mercato del lavoro, con la conseguenza che hanno cominciato ad avere meno figli, ad averli più in là con gli anni e a investire di più su ciascuno di loro, specialmente sulle bambine. Questo ha cambiato il loro potere contrattuale all’interno della famiglia e della società in generale, consentendo loro di ottenere il diritto di voto e innescando un’infinità di altri cambiamenti. Ha trasformato il nostro modo di vivere.» Secondo Gordon, la tecnologia ha avuto un impatto profondo sulla società, ma questo impatto sta diminuendo. La velocità di spostamento è passata dalla carrozza a cavallo all’aeroplano, ma quella degli aerei si è bloccata una cinquantina di anni fa. L’urbanizzazione e la trasformazione della vita delle donne grazie all’invenzione degli elettrodomestici sono eventi unici.

Una volta che si sono verificati, questi balzi in avanti tecnologici svaniscono rapidamente dalle statistiche. Eppure, non sembra azzardato affermare che la rivoluzione informatica trasformerà le nostre vite in modi che ancora non riusciamo bene a capire. I robot e l’intelligenza artificiale renderanno superflui molti dei lavori che svolgiamo oggi; e una vaga idea di questi cambiamenti possiamo farcela pensando ai servizi di risposta automatica e alle casse automatiche dei supermercati, che sono già diventati parte integrante della nostra quotidianità. Le auto si guideranno da sole, i pacchi arriveranno con i droni e i robot prescriveranno medicine e si prenderanno cura degli anziani. In Giappone, sono molti anni ormai che i robot vengono costruiti da altri robot. Se le condizioni essenziali per avere nuove invenzioni sono lo scambio di informazioni e la capacità di costruire su quello che è stato fatto prima («nani sulle spalle dei giganti»), allora i progressi tecnologici non possono che accelerare man mano che sempre più persone hanno accesso alle informazioni. Anche nei paesi in via di sviluppo è in costante aumento il numero di individui che hanno accesso immediato a quasi tutto lo scibile umano, uno scenario che sarebbe stato inconcepibile anche solo nel 1990. In Ruanda ci sono piani per consentire a dodici milioni di persone di accedere a un’intelligenza artificiale medica, capace di fornire consulenze sulla base dei sintomi descritti per telefono.

Domandarsi se stiamo sottovalutando la crescita tecnologica è al cuore di quello che probabilmente è il più grande enigma che la professione economica si trova davanti. In mezzo a questo proliferare di innovazione e progresso tecnologico, perché la produttività ristagna? La risposta potrebbe essere semplicemente che i miglioramenti non vengono recepiti. Certo, potrebbe anche essere che in qualche modo la tecnologia non stia portando quel salto di produttività che la gente si aspettava, ma sembra meno probabile. Questo enigma gioca un ruolo centrale nella percezione delle persone riguardo alla loro condizione. Molti, in Europa e in America, in particolare all’interno del sempre più esiguo ceto medio, sono turbati dalla stagnazione che percepiscono nel loro tenore di vita. Ma se la crescita viene sottovalutata, potrebbe essere che molti stiano meglio di quanto pensino. Se solo riuscissimo a sfruttare meglio i cambiamenti tecnologici, magari ci renderemmo conto che dopotutto le nostre vite non sono così male. In alternativa, le persone potrebbero essere scontente di altre cose, come la perdita di un lavoro appagante, l’aumento della disuguaglianza e lo sgretolamento dello spirito di comunità. Il punto fondamentale è che, su queste e altre questioni, il concetto di crescita, così come viene misurato attualmente, non migliora la nostra conoscenza.

Se non siete mai saliti su uno Shinkansen, un treno giapponese ad alta velocità, è difficile immaginare quanto sia spettacolare questa esperienza. Gli eleganti treni bianchi con i loro nasi comicamente allungati scivolano nella stazione con una precisione tale che i passeggeri in attesa nei punti designati della banchina, si ritrovano esattamente davanti alla porta della loro carrozza. Nel giro di pochi secondi, il convoglio riprende la corsa, sfrecciando attraverso la campagna a una velocità vicina a quella di un aereo, e ti ritrovi a guardare a bocca aperta il paesaggio che ti sfreccia davanti o ad acquistare qualche leccornia appena sfornata dalle donne che spingono silenziosamente i loro carrelli di cibi e bevande da una carrozza all’altra. Sulla tratta Tokyo‐Osaka ci sono circa 300 treni al giorno, che effettuano il tragitto di 552 chilometri in due ore e mezza, con un ritardo medio misurato in qualche frazione di secondo. È difficile dare un prezzo alla qualità. Un economista direbbe che il prezzo è qualsiasi cosa il cliente sia disposto a pagare, dal momento che il mercato trova un naturale equilibrio fra domanda e offerta. All’interno di un singolo paese, la cosa potrebbe anche funzionare, ma quando si tratta di mettere a confronto paesi diversi, in particolare in un contesto di servizi non scambiabili come un treno fra Tokyo e Osaka, il cosiddetto price test (che serve a definire il prezzo ottimale di prodotti e servizi) viene meno.

Nel Regno Unito, la prospettiva di lunghi ritardi, treni fatiscenti e panini al bacon mollicci sulla tratta Londra‐Sunderland mi atterrisce, ma non ho la possibilità di pagare di più per prendere uno Shinkansen lungo la stessa tratta. Lo stesso vale per gli Amtrak, i treni americani che si trascinano a velocità che appartengono a un altro secolo e ogni tanto sono funestati da incidenti mortali. (Neanche una persona è rimasta uccisa in un incidente su un treno ad alta velocità da quando, nel 1964, il Giappone ha lanciato il servizio.) Immaginate la mia sorpresa quando mi sono imbattuto in un rapporto dei consulenti della McKinsey che denunciava l’inefficienza del settore dei servizi giapponese, treni inclusi. Perfino le migliori aziende giapponesi, diceva, raggiungevano appena l’85 per cento di efficienza del sistema americano. Era economichese puro. Per chiunque abbia preso un treno in entrambi i paesi, dire che i treni americani o britannici sono più efficienti di quelli giapponesi è un’assurdità.

Gli economisti hanno ben poco da dirci quando si parla di qualità. Le critiche sull’inefficienza giapponese erano dovute al fatto che gli economisti non stavano comparando elementi omogenei, dal momento che pochissimi paesi possono eguagliare – e nessuno riprodurre esattamente – il servizio disponibile in Giappone. Kyoji Fukao, professore dell’Istituto di ricerca economica dell’Università di Hitotsubashi, ha contribuito a fornire gran parte dei dati sul Giappone confluiti nei raffronti internazionali usati dalla McKinsey e da altri. Concorda sul fatto che i consueti parametri per misurare l’efficienza del settore dei servizi – valore aggiunto per ora/uomo e produttività totale dei fattori, che include i fattori capitale e lavoro – sono grossolani e difficili da applicare nei raffronti transnazionali. Fukao cita come esempio il settore della vendita al dettaglio giapponese, criticato per la sua inefficienza nel rapporto della McKinsey. Il parametro di base per misurare la produttività di questo settore è la quantità di prodotto che un dipendente riesce a vendere in un’ora. Secondo questo parametro, la performance della Germania è positiva: la ragione è che gli orari di apertura sono limitati e questo obbliga i clienti a fare grandi acquisti in maniera concentrata. Quella del Giappone è negativa: la ragione, in parte, è che ci sono molti piccoli negozi a ogni angolo della strada, che vendono un’incredibile varietà di prodotti. Molti sono aperti ventiquattr’ore al giorno; sono economici, ma la qualità è eccellente e sono incredibilmente convenienti, eppure in termini puramente statistici vengono considerati meno efficienti dei cavernosi ipermercati americani nei sobborghi delle grandi città. Sono esperienze non paragonabili. Fra l’altro, non è stato minimamente tenuto in considerazione il fatto che i negozi giapponesi di solito sono raggiungibili a piedi, o al massimo in bicicletta. I dati non riescono a cogliere la scomodità di dover guidare fuori città, o le «esternalità» – gli effetti collaterali non quantificati – associate a lunghe spedizioni per lo shopping: incidenti stradali, inquinamento, manutenzione delle strade, stress e perdita di tempo.

I servizi sono per loro natura soggettivi. Se a un ingegnere viene chiesto come rendere più piacevole il servizio sull’Eurostar Londra‐Parigi, lui consiglierà di spendere sei miliardi di sterline per un nuovo binario che abbrevi di quaranta minuti il tragitto di tre ore e mezza. Se a un dirigente pubblicitario viene fatta la stessa domanda, proporrà una soluzione diversa, consigliando di assumere modelli e modelle e farli camminare su e giù per i corridoi dispensando gratuitamente bicchieri di Château Pétrus durante il viaggio: la compagnia ferroviaria risparmierà i miliardi di sterline che dovrebbe spendere per un nuovo binario e i passeggeri invocheranno un tragitto più lento. Anche senza tirare in ballo le complicazioni dei raffronti transnazionali, definire cos’è la produzione nel caso dei servizi è molto più complicato che per i prodotti manifatturieri. Come si fa a confrontare tra loro cose semplici come un taglio di capelli? C’è il taglio alla marine, corto dietro e ai lati e fatto con il rasoio elettrico, o c’è la sessione di tre ore dal parrucchiere di lusso, in cui ogni ciocca di capelli è amorevolmente scolpita e l’esperienza viene coronata da un delizioso massaggio alla testa. Ma che dire dell’arredamento del salone e dell’abilità del parrucchiere non solo a tagliare i capelli, ma anche a conversare? E non basta dire che il prezzo del taglio di capelli ti dice tutto ciò che devi sapere sulla qualità, perché il prezzo varia di anno in anno. Come fa un povero statistico a tener conto delle variazioni di prezzo da un anno all’altro – elemento imprescindibile se vogliamo che la contabilità nazionale abbia senso – se il servizio in questione è difficile da quantificare e in costante evoluzione?

E se pensate che un taglio di capelli sia difficile da valutare, provate con i servizi forniti da giardinieri paesaggisti o ingegneri informatici, ciascuno personalizzato in base alle esigenze del cliente e di fatto impossibili da confrontare. Gli istituti nazionali di statistica sono quotidianamente alle prese con questi rompicapi. Gli Stati Uniti, per esempio, per classificare i beni lavorati, che rappresentano meno di un quinto dell’economia, hanno 350 categorie, più di tutte quelle usate per classificare il settore dei servizi, che pesa qualcosa come l’80 per cento dell’attività economica. Il nostro modo di misurare la produzione è nato negli anni trenta, ma da allora la natura di ciò che produciamo è cambiata oltre ogni aspettativa. I nostri strumenti abituali per misurare l’economia non ci dicono molto sull’enorme quantità di cose che effettivamente consumiamo. Ed è un difetto non da poco, che suggerisce che dovremmo prendere le statistiche della crescita meno sul serio di quanto facciamo. Nell’agosto 2016 la Commissione europea ha pronunciato la più grande sentenza della sua storia in materia fiscale, ordinando all’Irlanda di riscuotere 14,5 miliardi di dollari di tasse arretrate dalla Apple (più gli interessi). Secondo la Commissione, la Apple aveva adottato una discutibile ripartizione degli utili che le consentiva di spostarne la maggior parte in una «sede centrale» situata nella periferia di Cork, la contea più meridionale d’Irlanda. Di fatto, sosteneva la Commissione, la Apple non era fiscalmente residente in nessun paese d’Europa, e questo le permetteva di ridurre la propria aliquota di imposizione fiscale nel vecchio continente ben al di sotto dell’1 per cento. Per la cronaca, il direttore finanziario della Apple ha definito il verdetto della Commissione europea «chiacchiericcio legale insensato», dicendo che per calcolare le imposte dovute dall’azienda di Cupertino Bruxelles aveva usato il «denominatore sbagliato e il numeratore sbagliato»; a parte questo, però, tutto il resto presumibilmente era vero.

La controversia nasce da un’accusa di evasione fiscale, ma le argomentazioni si applicano al modo in cui misuriamo l’economia, soprattutto in un’epoca in cui le multinazionali sono sempre più tentacolari e le merci che vendono sempre più intangibili. Nel caso della Apple, gran parte della questione ruota intorno alla proprietà intellettuale. Sulla carta, la filiale irlandese della Apple – un paese che rappresenta soltanto una piccola percentuale delle sue vendite – è incredibilmente redditizia perché è lì che si trovano i diritti di proprietà intellettuale del colosso informatico. Nell’era digitale, il valore di un prodotto non risiede principalmente in un bene fisico, ma piuttosto nel marchio o nel contenuto intellettuale o artistico. Anche per qualcosa di apparentemente tangibile come un motore a reazione, i clienti pagano non solo il dispositivo ma anche sofisticati contratti di servizi in cui il fornitore controlla il motore in tempo reale e ne assicura il corretto funzionamento finché non viene rottamato. Molte multinazionali sono in grado di trasferire la fonte di valore dei loro prodotti, che si tratti di proprietà intellettuale, contratti di servizio o servizi legali, in giro per le loro reti internazionali, in modo quasi naturale. Magari comprate il vostro motore a Seattle, ma le persone che provvedono a farlo funzionare per vent’anni stanno a Mumbai. Attraverso una pratica nota come transfer pricing o determinazione dei prezzi di trasferimento, una sussidiaria addebita a un’altra l’utilizzo di questi servizi immateriali e il profitto viene registrato in un unico luogo, quasi certamente quello con l’aliquota fiscale più bassa. Nel 2014 Facebook suscitò grande sdegno in Gran Bretagna quando si scoprì che pagava appena 4327 sterline di tasse, una notizia che contribuì a provocare una rivolta fiscale in una cittadina gallese dove le piccole imprese pagavano una cifra ben maggiore.

Il Pil è stato concepito nell’ottica dello Stato‐nazione, ma le imprese operano sempre di più a livello transnazionale. Il prodotto nazionale lordo, com’era chiamato originariamente, misurava ogni cosa prodotta dai cittadini di un paese, ovunque si trovassero a lavorare. Sotto l’amministrazione di George H.W. Bush diventò il più familiare Pil, che misura ogni cosa prodotta all’interno dei confini di una nazione, anche da chi non è cittadino. Il motivo di questo cambiamento risiede probabilmente nel fatto che Bush padre aveva bisogno di rafforzare le sue credenziali economiche. Passare dal Pnl al Pil fece aumentare il tasso di crescita percepito, perché includeva la produzione di società giapponesi che avevano investito massicciamente nell’industria automobilistica ed elettronica americana. In quest’era di multinazionali, quando molte società occidentali traslocano in Cina, Messico o Vietnam, avrebbe più senso usare il prodotto nazionale lordo. Fra l’altro, farebbe apparire più floride le economie occidentali e meno floride quelle dei paesi dove avviene la produzione, rispetto al nostro attuale metodo di calcolo dell’economia.

Il concetto di produzione nazionale, comunque sia configurato, diventa quasi privo di significato quando un’azienda viene registrata in un primo paese, fabbrica prodotti in un secondo, li vende in un terzo e paga le tasse (se proprio, ma proprio deve) in un quarto. Il contenzioso fiscale della Apple con l’Unione Europea è un ottimo esempio. Ma lo è anche la produzione degli iPhone della stessa Apple, che in gran parte vengono assemblati nella città di Shenzhen, nella Cina meridionale, in fabbriche di proprietà, detto per inciso, della Hon Hai, una società dell’isola ribelle di Taiwan. Il fatto che la Apple e molte altre aziende americane abbiano scelto la Cina come base di produzione è la ragione per cui gli Stati Uniti hanno un deficit commerciale così grande con quel paese. Tuttavia, la dimensione apparente del deficit commerciale – pur essendo politicamente esplosiva – non ha una grande importanza. Questo perché la maggior parte dei componenti assemblati in Cina è realizzata altrove: i microchip in Corea del Sud, i condensatori in Giappone e i processori negli Stati Uniti stessi. Non avete nemmeno bisogno di aprire un iPhone per capire cosa sta succedendo. Basta capovolgerlo e leggerete: «Progettato dalla Apple in California. Assemblato in Cina».

Un rapporto ha scoperto che solo il 2 per cento del costo di un iPhone va alla manodopera cinese, con il 30 per cento che finisce nelle tasche degli azionisti della Apple sotto forma di profitti. Anche qualcosa di apparentemente semplice come un opale è difficile da inquadrare con precisione. Un libro sulle Chungking Mansions, un complesso di edifici a Hong Kong pieno di pensioni da quattro soldi e negozi dove si commercia di tutto e dove converge gente da tutto il mondo per mercanteggiare, racconta uno sbalorditivo esempio di globalizzazione di fascia bassa. Tramite le Chungking Mansions opali australiani vengono spediti nel Sud della Cina, dove vengono lucidati, rimandati in Australia e venduti come souvenir ai turisti cinesi in visita in Australia (che presumibilmente li riportano in Cina). In un mondo del genere il concetto di produzione interna – la nostra definizione stessa di economia – diventa quasi privo di significato.