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Una guerra esistenziale per l’Iran e mortale per USraele

di Luigi Tedeschi - 16/03/2026

Una guerra esistenziale per l’Iran e mortale per USraele

Fonte: Italicum

L’aggressione di USraele all’Iran, non aveva come principale obiettivo un regime change ma la disgregazione dell’Iran stesso. Ma l’Iran ha dimostrato straordinarie capacità di resistenza. Per Usraele, l’unica exit – strategy possibile sarebbe quella di un regime change congiunto dell’esecrabile e criminale diarchia Trump –  Netanyahu. L’Occidente è destinato alla sconfitta perché incapace di comprendere la realtà storica e geopolitica del nostro tempo. Quella contro l’Iran è l’ultima guerra coloniale di una potenza ormai al tramonto. Qualora si esaurissero i flussi dei petrodollari, il sistema finanziario americano collasserebbe. L’Occidente è spiritualmente disarmato dinanzi all’Iran: nessuno potrà mai sradicare dalle coscienze dei popoli i valori spirituali che animano la loro resistenza.

 Un regime change Trump – Netanyahu

E’ esplosa la terza guerra del Golfo. La prima fu quella di Saddam Hussein, che, con il sostegno degli USA, attaccò l’Iran (1980 – 1988): si concluse con i confini immutati e un milione di morti. La seconda, si svolse in due fasi (1990 – 1991 e 2003 – 2010), e terminò con l’occupazione degli USA e suoi alleati dell’Iraq, che sprofondò in una situazione di caos interno tuttora irrisolta. Furono entrambe  guerre coloniali intraprese dall’Occidente per il controllo delle aree strategiche e il dominio delle risorse energetiche del Medio Oriente. 

Questo succedersi di guerre nell’area del Golfo nell’arco di 45 anni, si inquadra nella strategia delineata dal Piano Yinon, progettata in Israele negli anni ‘80, che prevedeva la balcanizzazione dell’area mediorientale, con la frammentazione degli stati in tante entità etnico – religiose, con la finalità di far assurgere Israele ad unica potenza dominante in Medio Oriente. La strategia di destabilizzazione degli stati messa in atto con le primavere arabe innescate dalla presidenza Obama, non ha condotto ad una riconfigurazione geopolitica dell’area mediorientale, ma ad uno stato di caos permanente.

La politica estera americana, che è da sempre priva di una visione strategica di lungo termine, non ha mai previsto la creazione di equilibri post – bellici stabili. In realtà, sia Israele che gli USA, nella loro comune strategia imperialista, non hanno mai mirato ad una stabilizzazione dell’area, ma semmai a provocare una conflittualità permanente di carattere etnico – religioso tra i popoli mediorientali, allo scopo di scongiurare la nascita di una potenza regionale in grado contrapporsi alla loro influenza dominante, quale è attualmente l’Iran.

L’aggressione di USraele all’Iran, non ha come principale obiettivo un regime change (prospettiva rivelatasi peraltro assai improbabile), ma la disgregazione dell’Iran stesso. Secondo uno piano già attuato nelle guerre in Iraq e Siria, che hanno condotto alla dissoluzione di tali stati.

La distruzione dell’Iran si rivela una operazione essenziale per ricondurre il Medio Oriente nella sfera di influenza americana. Il Medio Oriente possiede il 55% delle riserve mondiali di petrolio e il 40% di quelle di gas. L’Iran, sottoposto ad un rigido regime sanzionatorio da parte dell’Occidente, esporta il suo petrolio  principalmente in Estremo Oriente. La Cina importa dall’Iran il 33% di petrolio e il 25% di gas necessari al suo fabbisogno energetico. Pertanto, assumendo il controllo del petrolio iraniano, mediante un’azione bellica simile a quella effettuata in Venezuela, gli USA intenderebbero depotenziare l’economia cinese. La Cina inoltre, ha assunto in Medio Oriente un ruolo sia economico che politico assai rilevante. Con il crollo dell’Iran, verrebbe meno la Via della Seta cinese, uno snodo fondamentale per il commercio tra l’Europa e l’Asia.

Il declino del dollaro quale valuta di riserva mondiale deriva dal ridursi del reinvestimento dei surplus commerciali degli stati petroliferi del Golfo e delle potenze industriali dell’Estremo Oriente negli Stati Uniti. Pertanto gli USA, per far fronte ad un debito pubblico che ha raggiunto i 38.000 miliardi (con un costo per interessi salito a 1.400 miliardi), che potrebbe rivelarsi insostenibile, necessitano di accaparrarsi il controllo delle risorse petrolifere mediorientali. E’ dunque evidente che per gli USA è di vitale importanza la fine dell’Iran degli ayatollah, onde riaffermare la supremazia del dollaro nel mercato energetico mondiale.

Si sono inoltre ridotte le quote di debito pubblico americano detenute dalle banche centrali delle maggiori potenze industriali del mondo. In primis la Cina, la cui quota di titoli di stato americani in suo possesso è scesa dai 1.300 miliardi del 2013 ai 700 miliardi del 2025. L’investimento nei titoli del debito pubblico americano diviene sempre meno appetibile, dato l’evidente declino economico degli USA, paese deindustrializzato, afflitto da un rilevante deficit commerciale e con una posizione finanziaria netta negativa per 27.000 miliardi. Dato il fallimento parziale della politica trumpiana dei dazi e dei piani per la reindustrializzazione americana, la guerra resta l’unica alternativa disponibile dinanzi alla attuale crisi sistemica irreversibile che incombe sugli USA.

Era nelle intenzioni di Trump di effettuare una guerra lampo, con la distruzione delle difese iraniane e la destabilizzazione del regime degli ayatollah. L’Iran ha dimostrato straordinarie capacità di resistenza, oltre ad aver colpito con attacchi devastanti le basi americane mediorientali. Il regime iraniano si è rafforzato: l’uccisione della guida suprema Khamenei ha contribuito a consolidare il consenso del popolo verso la leadership.

Una vittoria lampo era indispensabile a Trump, per assumere il controllo delle risorse energetiche iraniane, al fine di rafforzare la posizione americana nei confronti della Cina, in occasione dell’incontro tra Trump e Xi, previsto per il prossimo aprile. E’ invece prevedibile che, trovandosi gli USA impantanati nell’ennesimo conflitto prolungato e senza via d’uscita in Medio Oriente, nei prossimi colloqui tra Trump e Xi, sarà quest’ultimo a dettare le condizioni. Del resto, la guerra tra USA e Iran sta indirettamente producendo effetti favorevoli per la Cina, a causa del previsto dirottamento in Medio Oriente di armamenti americani di stanza nelle basi dell’Indo Pacifico.

Sugli USA incombe la prospettiva dell’esplosione di una crisi politica interna simile a quella verificatasi con la guerra del Vietnam. La vittoria dei nord vietnamiti non fu conseguita sul campo, ma scaturì dalla protesta di massa del popolo americano contro la guerra, che impose il ritiro degli USA dall’Indocina. Afferma Pino Arlacchi in un articolo del 06/03/2026 dal titolo «Cambio di regime? Sì, ma negli Stati Uniti»: «L’Iran non ha bisogno di vincere. Gli basta mostrare di poter difendere la propria integrità politica e territoriale infliggendo costi sempre meno sostenibili all’aggressore, sopportando perdite, sconfitte e distruzioni anche enormi. Il tempo è dalla parte di Teheran. Il paese è in grado di sostenere l’attacco aereo per mesi e per anni, come ha fatto il Vietnam. E come il Vietnam, può permettersi di perdere anche tutte le battaglie, per poi vincere la guerra».

Il popolo degli Stati Uniti, in larga maggioranza, non crede più nel sogno americano ed è contrario a questa ennesima guerra. Aggiungasi poi che la protesta del popolo MAGA, cioè dei militanti trumpiani, imputa a Trump stesso il tradimento delle promesse elettorali, riguardo alla fine delle guerre americane nel mondo, per attuare una politica che si concentrasse sui problemi economici e sociali interni degli USA. Il prevedibile protrarsi nel tempo del conflitto e l’eventuale rimpatrio di salme americane, non potranno che esasperare le tensioni interne, con relativa disfatta di Trump nelle elezioni di mid – term.

A fronte di una vittoria israelo – americana sempre più improbabile e il prefigurarsi di una sconfitta strategica che coinvolgerebbe l’intero Occidente, si imporrà presto per Trump l’esigenza di una exit – strategy, assai problematica da realizzare, specie nel millantare una falsa vittoria dinanzi al popolo americano. L’unica exit – strategy praticabile allo stato attuale appare quella di un regime change congiunto dell’esecrabile e criminale diarchia Trump –  Netanyahu.

La superpotenza virtuale americana

E’ universalmente noto che la Guerra Grande in corso trae origine dalla crisi dell’ordine mondiale unipolare americano affermatosi con l’era della globalizzazione. Globalizzazione che si identificò quindi con una supremazia americana che prevedeva l’occidentalizzazione del mondo.

L’Occidente non può essere definito come una civiltà unitaria né consiste in una identità culturale comune dei popoli delle due sponde atlantiche. Non è mai esistita dunque una civiltà occidentale, se non come definizione ideologica di un’area geopolitica del mondo soggetta al dominio statunitense, contrapposta all’Oriente sovietico nell’ordine bipolare della Guerra fredda. La contrapposizione Occidente – Oriente fu poi riproposta per legittimare ideologicamente le guerre imperialiste dell’Occidente come “scontro di civiltà” contro il mondo islamico “barbarico”.

La superpotenza americana si è identificata con il mito dell’Occidente quale civiltà superiore: mito del tutto virtuale, dato che tale primato non trova riscontro nella realtà storica attuale.

L’Occidente si configura storicamente e geograficamente, come l’estensione a livello mondiale dell’egemonia imperialista dell’anglosfera, quale area geopolitica sottoposta al dominio coloniale dell’impero britannico, poi ereditata dagli USA. Il modello della società occidentale globalizzata, strutturata politicamente sulla liberaldemocrazia, economicamente sul sistema neoliberista, ideologicamente sui diritti dell’uomo, ha le sue radici culturali nel mondo anglosassone. L’identità culturale europea, che trae le sue origini dal mondo premoderno della cultura classica e del cristianesimo, è del tutto estranea al preteso primato della civiltà occidentale di matrice anglosassone, che invece ha imposto il suo dominio sull’Europa.

Il declino dell’ordine unipolare, ha fatto emergere l’inconsistenza e la strumentalità delle istituzioni internazionali unitamente alla virtualità di un primato americano ormai in via di esaurimento. La storia recente ce ne offre valide conferme. L’ONU è una istituzione divenuta del tutto pletorica: le guerre americane sono state intraprese in totale disconoscimento del diritto internazionale. Quest’ultimo ha potuto sussistere se, e nella misura in cui fosse compatibile con le strategie di dominio mondiale americane. Venuto meno l’ordine mondiale unipolare degli USA, il diritto internazionale non ha più ragione di essere.

L’Occidente si è autorappresentato come il migliore dei mondi possibili, in aperto contrasto con l’emergere del pluriverso mondo degli Stati Civiltà, che costituiscono i 2/3 della popolazione mondiale. Il suprematismo americano è basato su una narrazione ideologica che raffigura quello occidentale come l’unico ordine mondiale possibile, e, essendo incapace di comprendere l’altro da sé, concepisce ogni diversa cultura e civiltà come nemici assoluti da distruggere.

Lo stesso primato economico americano è insidiato dalle potenze dei BRICS. Alla fine della supremazia industriale americana, fa riscontro l’egemonia finanziaria delle Big Three, detentrici del 70% del risparmio mondiale. L’economia finanziaria americana è basata sul primato del dollaro quale valuta di riserva internazionale. Essa può sussistere solo mediante l’emissione infinita di liquidità creata dal nulla. I mercati finanziari si alimentano con flussi di capitali e il susseguirsi incessante di bolle speculative la cui prevedibile implosione condurrebbe al crollo del sistema finanziario stesso.

L’aggressione di USraele mira a logorare l’Iran con incessanti bombardamenti, atti a distruggere gli armamenti e le infrastrutture civili. Si rileva però, che l’imponente schieramento aereo e navale americano, con il protrarsi nel tempo del conflitto, comporterà costi di logistica insostenibili. Aggiungasi inoltre, che nel conflitto vengono impiegati armamenti ad alta tecnologia, la cui sostituzione richiede tempi lunghi. Le capacità di resistenza dell’Iran sono state sottovalutate dagli USA. E’ plausibile quindi che ad uscire logorati da un conflitto prolungato potrebbero essere gli USA e Israele: si profila una sconfitta strategica epocale dell’Occidente.

Trump rivendica una supremazia americana divenuta del tutto virtuale. I deliri di onnipotenza trumpiani esprimono il tentativo di sopperire con l’immagine mediatica virtuale alla egemonia imperiale perduta.

Da questo conflitto emerge un Occidente svuotato dei propri valori, spiritualmente disarmato dinanzi all’Iran. L’Occidente è destinato alla sconfitta perché incapace di comprendere la realtà storica e geopolitica del nostro tempo. Le narrazioni ideologiche del suprematismo occidentale si rivelano incompatibili con lo spirito del tempo: questa contro l’Iran è l’ultima guerra coloniale di una potenza ormai al tramonto. Disse a tal riguardo Henry Kissinger: «Ogni epoca è stata caratterizzata dalla supremazia di una o più potenze egemoni che hanno cercato di imporre, nelle rispettive zone d’influenza, il proprio modello di organizzazione politica e statuale, con esiti più o meno duraturi, ma comunque sempre transitori. Lo dimostra l’attuale sistema unipolare a guida statunitense, affermatosi ormai da un quarto di secolo, che dopo aver tentato di esportare su scala planetaria i principi della democrazia e del libero mercato, sembra avviato verso un inarrestabile declino».

La trappola di Hormuz

La chiusura dello Stretto di Hormuz, da cui transitano il 20% delle risorse petrolifere del mondo, ha avuto conseguenze immediate e destinate a protrarsi nel tempo a livello mondiale.

L’aumento vorticoso dei prezzi energetici non può che favorire la Russia e gli USA, ma si rivela devastante per l’Europa, che, oltre ad essersi privata con le sanzioni delle forniture russe, non potrà importare GNL dal Qatar e dall’Arabia Saudita. Sarà costretta ad acquistare petrolio americano a prezzi di gran lunga più elevati. La guerra di USraele contro l’Iran si sta rivelando l’ennesima guerra contro l’Europa: oltre a subire i danni economici per quanto concerne i rincari energetici, all’Europa viene precluso l’orizzonte strategico del medioceano, di fondamentale importanza per i rapporti euro – asiatici.

L’aumento dei prezzi energetici rende competitivo il petrolio USA. I mercati finanziari sono in fibrillazione: si prefigura l’innesco di spirali speculative nei settori dell’energia e la creazione di nuove bolle, con elevati profitti per i giganti della finanza come le Big Three. La chiusura di Hormuz darà luogo ad una fase di prolungata instabilità economica a livello mondiale, in cui, alle elevate remunerazioni finanziarie delle elite, farà riscontro un ulteriore impoverimento dei popoli, su cui graverà il costo della crisi. Sono destinati ad esasperarsi gli squilibri socio – economici della società occidentale, dominata da oligarchie finanziarie del tutto dissociate dai popoli e sopraordinate alla governance economica e politica degli stati.

La contrazione drastica dell’offerta energetica darà luogo ad una vasta ondata di inflazione – stagflazione, che coinvolgerà l’intera economia mondiale. La destabilizzazione del Medio Oriente avrà un rilevante impatto sulla stessa economia americana in termini di inflazione e potrebbe produrre effetti sociali devastanti, in una fase già critica dell’economia statunitense, in cui il debito al consumo delle masse americane è cresciuto nel solo mese di gennaio di 24 miliardi.

Gli USA sono un impero marittimo che, attraverso il controllo delle rotte oceaniche ha affermato la propria egemonia nel mondo. Ma tale dominio è ormai in crisi e la chiusura di Hormuz ne accentuerà il declino. Gli Stati Uniti, geograficamente collocati tra due oceani, hanno linee logistiche commerciali lunghissime ed il traffico attraverso gli stretti strategici è divenuto assai precario, a causa dello stato di conflittualità perdurante in vari scenari geopolitici del mondo. Per ripristinare la sicurezza delle rotte strategiche, gli USA avrebbero necessità di alleati, di cui però non dispongono, dato il crollo della loro credibilità registratosi con le recenti aggressioni in Medio Oriente.

L’Iran si è opposto all’aggressione americana – israeliana con attacchi mirati alle basi USA collocate negli stati del Golfo. Nel contesto di tali azioni nei paesi del Golfo, l’Iran ha tuttavia accusato Israele di aver attaccato con droni gli impianti petroliferi di Saudi Aramco in territorio saudita. Tali attacchi erano stati già attribuiti all’Iran. L’arresto di agenti del Mossad da parte dei servizi di sicurezza di Arabia Saudita e Qatar presenti sui loro territori confermerebbe l’attendibilità delle accuse iraniane. Trattasi di false flag operations, compiute da Israele.

Ma la strategia di Israele è nota da tempo: alla destabilizzazione dell’Iran, avrebbero dovuto fare seguito quelle delle petromonarchie del Golfo, al fine di estendere il dominio di Israele su tutta l’area.

I disegni di Israele sono peraltro coerenti con i progetti americani di riconvertire i paesi del Golfo nella sfera di influenza occidentale. L’Arabia Saudita infatti, oltre ad aver stipulato un trattato di pace con l’Iran con la mediazione cinese, effettua sempre maggiori esportazioni di petrolio in Cina, i cui profitti vengono reinvestiti in yuan anziché in dollari. L’Arabia Saudita inoltre non ha rinnovato gli accordi con gli Stati Uniti che prevedevano il reinvestimento negli USA dei petrodollari. Gli stati del Golfo hanno peraltro ridotto le loro riserve in dollari comprando oro.

Le petromonarchie del Golfo imputano agli americani di aver disatteso gli accordi con cui si erano impegnati a garantire la loro sicurezza. La loro stabilità appare inoltre minacciata dalla aggressività di Israele. Hanno manifestato l’intenzione di recedere dagli impegni di investimenti negli USA recentemente concordati.

Il modello capitalista delle monarchie Golfo, dei signori del petrolio, dei giganti della finanza e della speculazione immobiliare, paradiso turistico per miliardari e meta prediletta di capitali ed oligarchi perseguiti dalla giustizia in fuga, è in via di dissoluzione. Si moltiplicano le manifestazioni popolari contro USA.

Il controllo del Medio Oriente è di importanza vitale per gli USA. Il ruolo del dollaro come valuta di conto internazionale, pilastro dell’egemonia USA, verrebbe meno con la fine dei flussi finanziari dei petrodollari negli Stati Uniti. Afferma Alessandro Volpi in un post su Facebook intitolato «Aggressione all’Iran. Quello che i giornali italiani non scrivono»: «… l’attacco all’Iran, la destabilizzazione dello Stretto di Hormuz, la prospettiva di condizionare quel transito in modo decisivo sono determinanti per riportare le petromonarchie sulla via della dollarizzazione esclusiva.»…«L’attacco all’Iran rientra nel progetto economico del Grande Israele che deve essere il perno della tenuta della dollarizzazione per tutta l’area mediorientale e il “socio” dell’amministrazione Trump nei grandi affari di quel perimetro secondo il modello del Board of Peace, vera sede domestica di gestione finanziaria ed economica del nuovo imperialismo».

E’ infine implicito che con questa guerra, tutte le iniziative politiche e gli accordi economici progettati da USA & C. nell’area mediorientale, quali il Patto di Abramo, la Via del Cotone e il Board of Peace, saranno annullati.

Qualora si esaurissero i flussi dei petrodollari, il sistema finanziario americano collasserebbe. La chiusura di Hormuz si sta rivelando una trappola mortale per l’Occidente, la cui fuoriuscita si presenta assai problematica.

L’Iran è invincibile

L’aggressione imperialista all’Iran non ha suscitato un’ondata di protesta paragonabile a quella che diede luogo alle manifestazioni contro il genocidio in Palestina. La protesta pro – Palestina è stata animata unicamente da motivazioni etico – morali, non suscettibili di tradursi in tematiche politiche atte a creare un movimento di opposizione all’imperialismo occidentale.

In Europa si condanna Israele invocando valori umanitari sacrosanti, ma il sostegno alla causa palestinese sulla base dei principi della sovranità nazionale e dell’autodeterminazione dei popoli è assai labile. Si dovrebbero necessariamente rivendicare tali principi anche in difesa dell’Iran aggredito da USraele, ma le manifestazioni di solidarietà e sostegno al popolo iraniano sono quasi inesistenti.

Si registra in Occidente una convergenza perfetta tra destra e sinistra nella unanime condanna dell’Iran: da destra in nome dell’islamofobia, da sinistra per i diritti umani. Ma l’ipocrisia e le contraddizioni di una politica occidentale improntata ai parametri ideologici liberal emergono evidenti. Al sostegno dell’Ucraina invasa dalla Russia, non ha fatto riscontro una analoga solidarietà verso l’Iran aggredito dalle potenze occidentali. Nessuno ha proposto l’invio di armi a difesa della sovranità iraniana. Coloro che hanno condannato la repressione messa in atto dal regime iraniano contro le proteste popolari, non si sono mobilitati contro Israele per le stragi dei palestinesi.

L’Iran viene giudicato dall’Occidente in base a parametri ideologici spacciati per precetti morali universali. Quindi l’Iran viene condannato in quanto regime teocratico, oscurantista, femminicida e omofobo. Per l’Occidente il dogma ideologico (che denota il proprio suprematismo razzista), si antepone ai principi della sovranità degli stati e dell’autodeterminazione dei popoli, quali membri del pluriverso mondo in cui convivono civiltà e culture differenziate, a cui debba essere riconosciuta pari dignità.

Sarà impossibile per l’Europa rivendicare una propria identità e un ruolo autonomo nel mondo, senza la rimozione dalle coscienze degli europei della sovrastruttura culturale liberal universalista imposta dal soft power americano da oltre mezzo secolo.

La sopravvivenza stessa dell’Iran, quale baluardo inespugnabile di resistenza, potrebbe determinare la definitiva sconfitta dell’Occidente. La classe dirigente iraniana, già pesantemente falcidiata dal terrorismo armato sionista, spiritualmente radicata nella fede islamica, ha dimostrato di non temere il martirio. Si deve concludere pertanto che l’Iran sia per l’Occidente un nemico invincibile. Nessuno potrà mai sradicare dalle coscienze dei popoli i valori spirituali che animano la loro resistenza.

Questa guerra, che è esistenziale per l’Iran, per la sua stessa sopravvivenza, si sta rivelando mortale per gli USA e l’intero Occidente, che attraverso il conflitto rivendicano il fantasma di una potenza irrimediabilmente perduta.