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I due volti dell’imperialismo all’attacco dell’Iran

di Marco Bagozzi - 01/07/2008

Il prossimo obiettivo designato dalle strategie imperialiste americane sarà la Repubblica Islamica dell’Iran (ma potremmo parlare di qualsiasi altro stato libero, per comodità parliamo del caso più prossimo), rea di aver deciso di lavorare su un programma di energia nucleare civile e di essere nell’area mediorientale il punto di riferimento dei vari movimenti che combattono contro l’Entità Sionista e l’unipolarismo americano.

Le strategie imperialiste seguono due tendenze di conquista. La prima, esplicita, è l’opzione militare, l’attacco mediatico su grande scala, la demonizzazione dell’avversario.  La seconda, più subdola, più nascosta, è la mobilitazione per la democrazia, per il femminismo, contro l’oscurantismo. E’ la soluzione delle ONG, dei movimenti di protesta, movimentati da Washington, che trovano sponde nei salotti radical e liberal europei, ma anche, e soprattutto, nei cosiddetti “movimenti no global” e nei “pacifisti”, sempre pronti a diventare servi sciocchi dell’Impero.

E’ qui si esplicita la forza dell’imperialismo: riuscire a movimentare sia gli “entusiasti” sia i “contestatori”.

Le due tendenze vanno esaminate con cura, con una particolare al “tipo antropologico” che riescono a movimentare.

La prima, la scelta militare, l’uso della forza, prevede l’invettiva continua contro il regime iraniano, e in un certo modo, anche contro il popolo (che in un cervellotico gioco di ipocrisie è sia vittima sia carnefice). Il popolo va colpito ed “educato alla democrazia” a suon di bombe (il copione è già bello che scritto) e se poi non capisce bisogna svirilizzarlo, renderlo debosciato. Il regime invece non ha scampo: o si allinea oppure va distrutto, demonizzato, criminalizzato (dei crimini peggiori, magari anche di qualche piccolo olocausto...). L’obiettivo di questa strategia è riportare il paese all’età della pietra: distruggere materia e spirito. Solo così, con qualche migliaio di dollari e un paio di McDonald's, il popolo accetterà la nuova democrazia.

Sostenitori di questa opzione sono i “preti del dogmatismo democratico”, quelli che predicano l’assioma “libero mercato+amico di Israele=democrazia”. Sono i neo-cons, i cristiano sionisti, gli apologeti della “guerra giusta”, dello scontro di civiltà (ci si dovrebbe chiedere: una è la civiltà iraniana, e l’altra?). Sono gli ammiratori entusiasti di Bush, sosterranno McCain, ma non disprezzeranno neppure l’Obama democratico-interventista. In Italia stanno tutti con Silvio, D’Alema era troppo terzomondista per loro (incontrò adirittura, udite udite, gli Hezbollah!). Si ritrovano ormai maggiorenni (e di molto) a riscoprire i valori dell’Occidente cristiano e cattolico, dopo una lunga militanza laica e laicista. Ma il Dio è “Israele”, da esaltare e magnificare. Il tipo umano è il classico: ex comunista, folgorato sulla via di Arcore-Washington, ora giornalista di successo (meglio se su Mediaset). Le sponde sono le solite: la comunità ebraica di Roma, Fiamma Nierenstein, l’intellighenzia franco-sionista (Gluksmann, Henri-levy, Kouchner), i deliri islamofobi di Calderoli.

Un pregio? Sono espliciti, si identificano facilmente. Davanti a loro si ha la consapevolezza del nemico. Di chi bisogna combattere.

Ma esiste anche l’imperialismo sotterraneo, quello che muove abilmente i suoi contestatori e i suoi critici: è l’imperialismo della “rivoluzione arancione”.

Come si mobilitano i pacifisti? Semplice: si crea una ONG, un movimento di protesta, meglio se femministe o studenti, che scendono in piazza o protestano nelle università (se prendono qualche botta è l’ideale!). Nel frattempo, in Occidente, ci si mobilita: conferenze, manifestazioni, sit-in. Si auspica la “svolta democratica”. Si ricordano i “bei tempi” di Khatami (certo, non il massimo, ma meglio del cattivo Ahmadinejad). Poco importa che queste proteste siano manovrate, “armate” e finanziate da Washington e dal Re d’Ungheria, George Soros, i nostri “alternativi” sono sempre in prima fila a sostenerle. A sostenere la “società civile” iraniana: “società civile” è una protesta di poche centinaia di femministe o gli intellettuali dissidenti, che trovano ospitalità, guarda caso, sui più importanti giornali dell’occidente, e non il crescente numero di aderenti ai Pasdaran o i milioni di elettori di Ahmadinejad o la massa di contadini, lavoratori, che si sentono protetti dalle politiche sociali del regime iraniano. Miracolo della fede (democratica).

E così, i democratici buonisti, sono subito pronti ad ascoltare queste voci, minoritarie ed isolate nella società iraniana, che auspicano la democrazia: cioè il fantoccio di Washington, l’economia liberalizzata, le materie prime sciacallate. E tutti in attesa del salvifico arrivo di una giustizia che, in democrazia, non arriverà mai.

Il tipo umano è anche in questo caso evidente: il pacifista frikkettone, la femminista isterica (che si scandalizza per le violenze sulle donne iraniane e non muove dito per le violenze, maggiori statisticamente, sulle donne occidentali), il teorico lib.dem. della transizione democratica.

Ecco perché oggi non possiamo non stare completamente dalla parte del regime iraniano, senza se e senza ma. Lo dobbiamo perché qualsiasi sponda offriamo ai suoi contestatori, interni od esterni, e ai suoi nemici, è una strumentalizzazione dell’Impero planetario.

L’imperialismo va combattuto ovunque, in qualsiasi sua forma. Non si scandalizzerà qualcuno se prendo in prestito una locuzione del buon vecchio Giuseppe Stalin, ma in questo caso è illuminante: «Si tratta di appoggiare quei movimenti nazionali che tendono a indebolire, ad abbattere l’imperialismo e non a consolidarlo e a conservarlo[…] la lotta dell’emiro afghano per l’indipendenza dell’Afghanistan è oggettivamente una lotta rivoluzionaria, malgrado il carattere monarchico delle concezioni dell’emiro e dei suoi seguaci, poiché essa indebolisce, disgrega, scalza l’imperialismo».

Ogni ideologia rivoluzionaria ha la sua dose di pragmatismo. Non usarla, anche se in buon fede o per eccesso di idealismo, è un errore che non ci si può permettere.