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Ri-abitare l’Europa: una intervista con Gary Snyder

di Giuseppe Moretti* - 03/02/2006

Fonte: filosofiatv.org

 

 

 

GM: Gary, per cominciare ci vuoi parlare del posto dove vivi, della tua casa, della comunità locale e della più ampia comunità dei viventi del bacino fluviale del fiume Yuba?

 

GS: Vivo a media altitudine sulle montagne della Sierra Nevada in California, in un’area principalmente ricoperta da foreste e abitata da circa ottocento persone sparse su di un ampio territorio. Non è terra buona per fare agricoltura; gli orti sono piccoli, ma è ottima per il bosco, così il potenziale economico della zona sono gli alberi, grossi alberi di pino ponderosa che producono legname di alta qualità. Tutti noi ci rendiamo conto che è la foresta la nostra principale fonte di benessere. L’acqua è poca e le estati sono calde e secche, il clima è mediterraneo.

          La gente vive sparsa nei boschi e ognuno ha un modo diverso di guadagnarsi da vivere, molti hanno poco denaro, ma il tenore di vita è buono, oltre che semplice. Metà dei residenti non ha l’elettricità, per il nostro fabbisogno d’energia usiamo pannelli solari e generatori, alcuni usano semplici lampade a petrolio. Le ho usate anch’io per quindici anni, prima di installare i pannelli solari. Usiamo legna per cucinare e per il riscaldamento, principalmente legna di quercia, proveniente da piante secche o cadute durante l’anno. Davvero, non abbiamo mai bisogno di tagliare alberi verdi. Per trent’anni ho usato solo legna secca o caduta senza mai rimanerne a corto. Così questa è una risorsa sostenibile (sorride). Ma, certamente, devi avere abbastanza bosco attorno per essere sostenibile in questa maniera. Sì, siamo benedetti da tanto spazio e da molte foreste.

          La gente vive in media da un quarto a mezzo miglio l’uno dall’altro. A parte qualche occasionale prato naturale, il paesaggio è un mix di conifere (pino ponderosa) e querce (quercia nera, quercia viva, e altre specie a legno duro.) E’ un posto ad alto rischio incendio, così ci sono sempre chiazze di foresta in ricrescita.

          Ogni giorno vediamo un gruppo di circa venticinque tacchini selvatici e quasi tutti i giorni dai cinque agl’otto cervi. Una volta ogni due o tre mesi vediamo tracce d’orso e una volta all’anno tracce di puma; e anche volpi, procioni, porcospini e quasi cinquanta differenti specie di uccelli che vanno e vengono dalla nostra zona.

          La popolazione umana è di due tipi. Un piccolo gruppo di anziani residenti, le cui famiglie sono arrivate molti anni or sono per fare i minatori, i boscaioli e allevatori di bestiame. Poi, a partire dagl’anni ‘70 è arrivata una seconda ondata di gente, giovani provenienti dalla controcultura. Ora, dopo trent’anni che sono qui, si sono ambientati molto bene. Si danno da fare nella comunità. I loro figli, che hanno dai venti ai trent’anni, hanno molti modelli disponibili per trovare uno stile di vita adatto a loro fra queste montagne. L’impronta bioregionale del nostro vivere qui si può cogliere principalmente osservando come la gente si esprime, in termini di identità di “bacino fluviale del fiume Yuba” piuttosto che di giurisdizione di contea o di stato. Discutiamo molto su temi come la sostenibilità economica ed ecologica.

          C’era un vecchio edificio scolastico, che la comunità ha ristrutturato e ne ha fatto un centro culturale. Così, oltre a condurre uno stile di vita economico ed ecologico rigenerante la gente dello spartiacque lavora pure per una sua cultura artistica. Abbiamo in programma spettacoli e manifestazioni tutte le settimane: musica, teatro, letture di poesia, lezioni varie, conferenze su funghi, su insetti, informazioni di biologia, sfilate di moda con modelli auto prodotti dalle donne, e così via. Non abbiamo bisogno di andare in città per la cultura, di fatto è la gente di città che viene nel nostro centro culturale perché qui gli spettacoli sono davvero buoni.

         Sì, c’è un ottimo spirito di collaborazione e di lavoro collettivo.

 

GM: Pensi che la vostra particolare esperienza di ri-abitanti bioregionali possa essere un esempio utile solo per chi vive in America, oppure è uno stile di vita che può essere ripetuto in altre parti del mondo?

GS: Mutatis mutandis, cambiare in base alla situazione. Sì, ma non letteralmente, bisogna adattarlo al posto. Qui nel Nord America stiamo ancora imparando dove ci troviamo, così ci troviamo nella situazione di avere l’opportunità di inventare la nostra cultura. Non siamo una cultura stabile e non abbiamo il fardello di una grande storia alle spalle, possiamo semplicemente concentrarci nella creazione di una cultura che si adatti a quest’antico paesaggio, e che rispetti non solo la tradizione degli umani ma anche la geologia, i tempi geologici. Dobbiamo arrivare a dire che vogliamo vivere qui per migliaia d’anni a venire.

          Questo è appena l’inizio della vita nel Nord America. Molti di noi sono appena arrivati, e il paesaggio non è granché cambiato da com’era prima dell’arrivo dell’uomo bianco. Gran parte della vegetazione originale è tuttora presente. In buona parte degli Stati Uniti, ad ovest del fiume Mississippi, sono passati solo centocinquant’anni da quando la terra apparteneva ai nativi. Sulla terra dove vivo io si sono succeduti solo tre proprietari da allora.

          Il modello bioregionale è chiaramente istruttivo per chi vuole sviluppare uno stile di vita sostenibile oggi in Nord America, Sud America, Australia e Nuova Zelanda. Abbiamo ancora la possibilità di imparare dalle culture tradizionali del posto ovunque nel mondo. C’è un gruppo in Giappone, denominato buzoku, che dopo aver percepito la perdita del contatto con la natura e con la preistoria, da parte della propria cultura tradizionale, è tornato ad abitare la campagna più remota riattivando tecnologie dimenticate, semi dimenticati e uno stile di vita antico. Così sappiamo che un po’ del nostro modello ri-abitativo sta avendo un’influenza significativa in alcune piccole parti del Giappone.

 

GM: Certamente, l’America ha una storia breve. L’Europa invece ha una lunga storia, ciononostante abbiamo distrutto l’ambiente, abbiamo distrutto la natura. Perciò, pensi che l’idea bioregionale possa essere utile anche qui?

 

GS: Certo che lo penso. Ma lasciami dire questo, non devi pensare che avete distrutto la natura, non si può distruggere la natura, quello che invece avete fatto è cambiarle direzione. Gli umani provocano un cambiamento e la natura si adatta, essa continua comunque il suo percorso attraverso vie diverse. Se tagli tutti gli alberi la collina si trasformerà in una macchia—quasi sempre qualcosa ricrescerà; non puoi distruggerla ma puoi spingerla in una direzione diversa. Noi umani abbiamo il potere di piegare la natura in questa o in quella direzione, e spesso lo facciamo per egoismo e ignoranza. La produttività e la diversità possono essere ridotte, ma dobbiamo rispettare l’energia e la creatività della natura e amarla sempre. Non commettiamo l’errore di odiare la macchia e amare invece solo la foresta bellissima—anche la macchia può essere bella. Dobbiamo rispettare la natura nella sua totalità.

 

GM: Già….  ma permettimi di essere più preciso, la ragione per cui ho fatto quella domanda è che molti in Europa, Italia in particolare, guardano all’idea bioregionale con scetticismo sostenendo che è specifica per l’America. Qui, dicono, abbiamo una storia diversa, ed è vero, ma come dicevamo ieri, la nostra relazione con la natura è stata distrutta.

 

GS: Non è stata distrutta, è stata ridotta, dobbiamo essere precisi: ridotta è la parola giusta (ride).

 

GM: Sì certo…. comunque, quello che voglio dire è che dobbiamo guarire noi stessi e la nostra relazione con la terra, perciò l’idea bioregionale, che è la consapevolezza di vivere in un luogo di relazioni, può essere utile pure per noi.

 

GS: Sì, credo proprio sia così.

 

GM: Questo è quello che volevo dire.

 

GS: Bene. Allora diciamo che, per rispondere a chi in Europa ti critica, basta guardare alla storia e vedere come le preoccupazioni nazionalistiche e il mutare dei poteri politici, le guerre e lo spostamento avanti e indietro delle popolazioni attraverso l’Europa sia diventata la cosa principale nella coscienza della gente, ed è quello che studiamo nei libri. E’ quindi un tipo di sforzo diverso che si deve compiere per superare tutto ciò e ritornare al paesaggio, coi suoi bacini fluviali e le connessioni ecologiche, come substrato principale per l’abitare umano.

          Ecco, lì si trovano le indicazioni di come può l’Europa di nuovo diventare. Il mondo intero è cominciato come un grande mosaico di giurisdizioni naturali e territori bioregionali, e l’agricoltura si è sviluppata all’interno di tutto questo, con i vegetali appropriati, con una microfauna appropriata e così via. Ri-abitare significa imparare di nuovo a vivere nel proprio luogo. E per l’Europa questo significa ritornare a vederla come un luogo naturale; non importa quanto ridotto possa essere, è ancora un luogo naturale e si può sempre ri-abitare.

 

GM: Tu sei un poeta e fai parte di un ampio movimento di persone che stanno cercando di guarire se stessi da quei modelli culturali che ci hanno portato lontano dalla voce della terra, dalla natura, dalla natura selvatica. Quale pensi sia il ruolo del poeta oggi?

 

GS: I poeti e gli artisti hanno molti ruoli. Mi stai chiedendo quale sia il ruolo del poeta oggi, nell’attuale situazione del mondo contemporaneo?

 

GM: Sì, oggi nel mondo.

 

GS: Una parte del lavoro del poeta oggi è essere testimone. Essere testimoni di quello che sta succedendo. Il testimone forse può cambiare le cose, forse può fermare le cose, forse può fornire un modello alternativo, oltre a far conoscere al mondo ciò che sta succedendo. Siamo testimoni del comportamento distruttivo della modernità globale, del capitalismo che avanza e della dissacrante alleanza fra tecnologia ed egoismo. Siamo testimoni di un traviato idealismo intellettuale che diventa totalitario. Gli artisti europei sono stati dei veri testimoni per il ventesimo secolo.

          Poi c’è un altro ruolo, che è quello del guaritore, il ruolo dello sciamano, che ci rammenta di andare oltre l’essere dei semplici testimoni, e cioè, diventare voce in contatto con le altre forme viventi, che parla per la natura, ma anche per i diseredati e la gente povera della terra. Parlare per gli altri che non hanno voce.

          Inoltre ci sono alcuni compiti specifici che l’artista compie per la propria comunità, deve aiutare la gente a celebrare, ad esempio, quando un bambino nasce, quando una ragazza diventa donna, quando un giovane decide di sposarsi, ma anche dare il proprio aiuto per celebrare la ‘battaglia’ e la ‘guerra’, oppure quando è il momento di combattere (ridiamo tutti), oltre ad essere voce per la guarigione, e infine, aiutare la gente a morire (ridiamo tutti) e ricordare tutti quelli che sono morti.

Ecco, questi sono gli antichi compiti dell’artista e questo è quello che vorrei davvero essere in grado di fare, ma siccome viviamo in tempi irrequieti, dobbiamo pure essere guerrieri spirituali oltre che testimoni.

 

GM: Come poeta sei conosciuto anche come voce che parla per le “Old Ways” (“Vecchie Maniere”), e dell’importanza di mantenerne viva la memoria; e pure, della necessità di iniziare a coltivare fin d’ora—nel guscio del mondo moderno—una cultura della selvaticità. Ci vuoi dire il perché della loro importanza e qual è il significato del loro valore, specialmente oggi in un mondo sempre più diretto nell’opposta direzione?

 

GS: Qual è l’importanza delle “Old Ways” (“Vecchie Maniere”)? Penso che tutte queste vecchie conoscenze, capacità, intuizioni, e stili sono il modello fondamentale di ciò che può essere fatto con intelligenza e consapevolezza, e con meno tecnologia e dispendio d’energia. Esse rappresentano le basi per una sostenibilità spirituale ed economica. Quando il mondo post-fossile si dispiegherà; saranno di inestimabile aiuto per tutti noi. Oltre a questo esse contengono la conoscenza spirituale e l’appropriata etichetta attraverso la quale passiamo dirci veramente esseri umani, in qualsiasi età, con qualsiasi strumento, in qualsiasi luogo.

          Qual è l’importanza del capire e rispettare la “selvaticità”? La selvaticità è l’essenziale qualità della natura, il processo di realtà stessa. E’ nel nostro corpo e nella nostra immaginazione, è ciò che rende possibile il linguaggio. Uno può vivere ignorando la selvaticità e il mondo va avanti lo stesso. Essere consapevoli della selvaticità significa vivere con più eleganza.

 

GM: Gary, un’altra domanda sul selvatico. Nella conversazione che abbiamo avuto ieri, circa la necessità di ripristinare la vegetazione nativa, ad un certo punto hai affermato che viviamo in “una wilderness fantasma che attende di rinascere”. Vorresti brevemente elaborare su questo ancora una volta per i lettori di Lato Selvatico e pure, quali passi si dovrebbero compiere per diventare di nuovo consapevoli del selvatico dentro e fuori di noi?

 

GS: Il termine “wilderness fantasma” si riferisce all’ampio potenziale che flora e fauna hanno di ricolonizzare il paesaggio nel momento in cui la supremazia dell’uomo cessa. Tutta questa flora e fauna è, per così dire, pronta a spiccare il volo, e sono i tanti semi e geni che il mondo naturale ha già sviluppato e adattoato per ogni specifico paesaggio. Alcune specie di piante e animali sono andate perdute, è vero, ma ne rimangono migliaia per ricostituire un dato bioma.

          Diventare consapevole del selvatico? Dentro e fuori? Apprezziamo quello che la mente e corpo fa per noi, in modo naturale, senza particolari istruzioni. Come respirare. In una poesia dedicata a Washington D.C. scrissi, “il mondo fa ciò che vuole”. Intendo dire, il mondo naturale.

 

GM: In una vecchia intervista del 1974, pubblicata su “The Beat Diary”, parlando del movimento controculturale degli anni cinquanta e sessanta, dicesti che, realisticamente parlando, ha aiutato a “smuovere il mondo di un milionesimo di millimetro”. Ora, circa trent’anni dopo, in un mondo sempre più dominato da interessi egoistici da parte dei poteri politici ed economici, che continuano a mantenere povertà e miseria, così come a diminuire la ricchezza delle risorse genetiche della terra, come consideri il lavoro del movimento. E inoltre qual è il contributo del bioregionalismo in tutto questo?

 

GS: Non sarei stato onesto se avessi espresso molto ottimismo sulla situazione planetaria. Cionondimeno ci sono in atto, nel profondo del mondo civilizzato, alcune piccole, magiche e mitiche istruzioni. Gli esseri umani vogliono vivere una vita espressiva, profonda, gioiosa e spirituale. Il bioregionalismo è l’arte di vivere ad un livello più ampio di quello personale. Alcuni ne saranno inevitabilmente attratti. Sarà d’aiuto.

 

GM: Per finire, stai lavorando a qualcosa di nuovo?

 

GS: Sì, sto lavorando ad un paio di cose, grazie di avermelo chiesto. Sto preparando un’altra collezione di brevi saggi su diversi argomenti, tra questi alcuni su temi di politica bioregionale e poi un libro di poesie che definirei in qualche modo diverse dalle mie precedenti. Seguono la forma dell’haibun giapponese, prosa più brevi poesie.

 

GM: Sì, sì.

 

GS: Conosci l’haibun?

 

GM: Sì, quando Gary Lawless venne in Italia alcuni anni fa, scrisse “Haibun Italia”, ecco perché lo so.

 

GS: Vero, vero, Anche Gary sta scrivendo haibun, così come molti altri poeti americani. E’ una forma di scrittura che consiste nello scrivere un piccolo brano di prosa e una breve poesia, poi si mettono assieme formando un pezzo unico. Comunque entrambi funzionano autonomamente e questo può essere eccitante.

 

GM: Grazie Gary per questa intervista.

 

GS: Dopo tutti questi anni di corrispondenza, è bellissimo incontrarci di nuovo ed è stato un vero piacere condividere queste idee di persona, Giuseppe. Sono io che ti ringrazio.

 

 

*(Intervista effettuata nella hall dell’Hotel Mercure di Parigi il 7 dicembre 2002. Erano presenti Kutsunori Yamasato, Vassilis Stavropoulos e Nicola Licciardello. L’intervista è stata successivamente editata in collaborazione con Gary Snyder).