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Il volto buono del populismo

di Alain de Benoist - 08/11/2008

 

«Come commuovere
un popolo disincantato
come il nostro, senza farlo tremare
per pericoli immaginari?», scriveva Tocqueville
nell’Antico regime e la Rivoluzione.
Tuttora la classe
politico-mediatica escogita
pericoli immaginari, populismo
incluso; così distrae
dai pericoli veri e dalle sue
miserie.
Populismo: parola un tempo
insolita che s’è imposta
nel discorso pubblico come
insulto politico, camuffato
da frutto di analisi. Oggi il
populismo è uno stile o una
postura. Come tale, si combina
a ogni ideologia: nazional-
populismo, populismo
ultraliberale, populismo di
sinistra, populismo operaista,
ecc. Il populismo può
essere democratico o reazionario,
solidarista o xenofobo.
È un camaleonte, reso
tanto più diabolico dal discorso
mediatico e pseudoscientifico,
perché il termine
è applicabile a tutto, visto
che non ha un reale contenuto.
Di qui l’«eccessivo
uso polemico», come lo definisce
Pierre-André Taguieff,
che scoraggia tipologie
e definizioni.
Come stile, il populismo è
soprattutto tipico dei partiti
prendi-tutto, che moltiplicano
le promesse in una
prospettiva essenzialmente
demagogica. Tribuni dal
sorriso stampato, i loro capi
sfruttano sconforti e rancori,
capitalizzano paure,
miserie e angosce sociali,
designando spesso capri
espiatori, senza mai - beninteso
- discutere la logica del
capitale. La loro postura
più corrente consiste nel
chiamare a battersi contro
il sistema. L’«appello al popolo» è evidentemente equivoco,
perché le idee di «popolo» sono tante. Anche il
populismo ha una parte
d’ingenuità nel limitarsi a
incensare le «virtù innate»
del popolo, «spontanea» sicurezza
di giudizio che vanificherebbe
ogni mediazione.
I populisti fanno politica
controvoglia, si dice. Rischiano
di cadere nell’atteggiamento
puramente impolitico
e in un qualunquismo
brontolone.
Criticabile quanto si vuole,
il populismo è un sintomo.
Reazione «dal basso»
contro un «alto» dove esperienza
del potere e godimento
dei privilegi si confondono,
esso rappresenta
anzitutto il no alla democrazia
rappresentativa
che non rappresenta
più nessuno.
Protesta
contro l’edificio
tarlato d’istituzioni
sovrastanti, separate
dal Paese
reale. Rivela disfunzioni
d’un sistema
politico
che delude le attese
dei cittadini e
non sa mantenere
il legame sociale,
testimone
d’un disagio crescente nella
vita pubblica, d’un disprezzo
crescente per la
Nuova Classe. Rivela anche
la crisi della democrazia,
per Gérard Mendel «tendenza
di fondo, somma di
desacralizzazione dell’autorità,
sfiducia nelle ideologie
globaliste, convergenza gestionale
dei grandi partiti,
sentimento diffuso della
prevalenza delle forze economiche
». Il populismo sorge
quando i cittadini scansano
le urne, perché non se
ne aspettano niente.
In tali condizioni la denuncia
del «populismo» mira
fin troppo a disarmare la
protesta sociale, in seno a
una destra attenta specie
agli interessi e a una sinistra
massicciamente conservatrice
e isolata dal popolo.
La denuncia permette
alla Nuova Classe, venale e
corrotta, ansiosa - dice Annie
Collovald - di
«delegittimare
chi nel popolo vede
la causa da difendere
e di favorire
chi nel popolo
vede il problemada
risolvere»,
di sdegnare il popolo.
Ricorrervi è
denunciato come
una patologia politica,
quasi come
una minaccia per
la democrazia.
Dimenticando
che in democrazia
il popolo è
l’unico depositario
della sovranità. Specie
quando essa è confiscata.
Ridotto a semplice postura,
populismo diviene sinonimo
di demagogia, cioè di
mistificazione.Maci può essere
anche populismo comeforma
politica a parte intera,
come sistema organizzato
d’idee. Nel XIX secolo
ha come avi luddisti e cartisti
inglesi, agrari statunitensi
e populisti russi, sindacalisti
rivoluzionari ed esponenti
del socialismo francese
di tipo associativo e mutualista,
oltre ai grandi teorici:
da Henry George
a Bakunin,
da Cernicevskij a
Pierre Leroux,
Benoît Malon, Sorel
e Proudhon.
Comeforma politica,
il populismo
s’esprime
nell’impegno verso
le comunità locali,
più che verso
la «grande società»; non è solidale
né con lo Stato,
né con il Mercato,
rifiuta statalismo
e individualismo
liberale.
Aspira alla libertà come all’eguaglianza,
ma è fondamentalmente
anticapitalista,
infatti sa che il regno
della merce liquida ogni formadi
vita comune alla quale
sia legato. Proponendosi
una politica secondo le aspirazioni
popolari, fondata
su una morale altrettanto
popolare, disprezzata dalla
Nuova Classe, ambisce a
nuovi luoghi d’espressione
collettiva sulla base d’una
politica di prossimità. Postula
che la partecipazione
dei cittadini alla vita pubblica
conti più che il gioco delle
istituzioni. Infine dà importanza
determinante al
concetto di sussidiarietà,
perciò s’oppone esplicitamente
alle élite politico-mediatiche,
dirigenziali e burocratiche.
Anti-élitista, il vero populismo
è dunque incompatibile
con tutti i sistemi autoritari
ai quali è fin troppo
assimilato. È anche incompatibile
coi discorsi roboanti
di autoproclamati capi,
che pretendono di parlare
a nome del popolo. Infatti,
appena l’impulso viene dall’alto,
da un tribuno demagogo
facente leva sulla protesta
sociale o sullo scontento
popolare, ma senza far
esprimere il popolo, si esce
dal populismo vero e proprio.
Reso alla sua prospettiva,
il populismo ha un futuro
tanto più lungo quanto è
più corto quello della politica
istituzionale. Già ora è il
solo a poter sintetizzare
l’asse giustizia sociale-sicurezza,
che sta soppiantando
l’asse sinistra-destra e i
classici conflitti sociali. E offre
un’alternativa all’egemonia
neoliberale, fondata
sulla sola politica rappresentativa.
Rinvigorendo la
politica locale grazie a una
concezione responsabile
della politica partecipativa,
può avere un ruolo liberatorio.
Così ritroverebbe il ruolo
originario: servire la causa
del popolo.

(traduzione diMaurizio Cabona)