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Culti e religiosità degli antichi Liguri

di Alberto Lombardo - 04/02/2009

 

Il "mago". Incisione rupestre, Monte Bego, Valle delle Meraviglie.

Il "mago". Incisione rupestre. Monte Bego, Valle delle Meraviglie.

Nel lontano anno 1868 venne pubblicato a Genova un libro sulla religiosità degli antichi Liguri, che è rimasto quasi unico nel suo genere. Si tratta de Le teogonie dell’antica Liguria dell’avvocato Emanuele Celesia. Nel volgere di quasi un secolo e mezzo lo stile espressivo della nostra lingua è talmente mutato che la lettura di quel libro ci risulta un po’ difficoltosa; eppure esso è ancor oggi un passaggio obbligato per studiare la religiosità dei Liguri.

Celesia aveva una vasta cultura e si era studiato con accuratezza le fonti storiche latine e greche; inoltre utilizzava un metodo intelligente, quello cioè di intersecare i documenti letterari con i dati relativi al folklore, alle tradizioni popolari, alle credenze locali e agli usi delle campagne ancora esistenti ai suoi tempi. A ciò univa buon senso e intuizione: riuscì così a delineare un quadro della religione dei Liguri abbastanza accurato e non troppo fantasioso.

Renato del Ponte, I Liguri. Etnogenesi di un popolo. Dalle origini alla conquista romanaNel suo libro Celesia si occupava in primo luogo del culto della natura presso i popoli italici, individuando la figura suprema nel dio-luce (lo Jupiter dei Latini, che deve il suo nome all’indoeuropeo “dio-padre”). Grande importanza rivestiva presso i Liguri uno speciale culto delle vette, attestato in particolar modo nella zona del Monte Bego, come del resto quello di boschi e alberi, “fenomeni aerei e plutonici”, divinità dei flutti e dei mari. Inoltre vi erano particolari animali “sacri” o emblematici (cosa che avveniva presso molti popoli antichi, per esempio tra i Celti). Infine un ruolo religioso assai importante ebbero le “primavere sacre”, migrazioni di giovani che andavano a fondare nuove colonie in terre remote.

Per quanto riguarda le divinità dell’antica Liguria, Celesia riconosceva la difficoltà di trattare l’argomento, per via della scarsità di notizie nelle fonti storiche; per lo più vi erano dunque divinità di cui si perse il nome, ma almeno su alcune era possibile congetturare. Certamente su Penn, il dio che i Romani avrebbero tramutato in Giove Pennino e che era probabilmente legato al culto delle vette; il dio Belen, Belino o Abeglio, che ebbe certo un corrispondente celtico, e che è sopravvissuto nell’intercalare dialettale genovese; e poi vari dei con caratteristiche del tutto affini a quelle di loro corrispondenti venerati da altri popoli.

«Presso un popolo agricola come quello della valle padana ogni atto della vita rurale dovea rivestire un carattere di festività in onoranza di quella arcana virtù che fecondava le mandrie ed i campi; quindi la vendemmia, la seminagione, la mietitura suonavano d’inni d’esultanza e di azioni di grazie a quelle deità che le prosperava». Cerimonie e riti, secondo il Celesia, avevano uno stretto legame col ciclo dell’anno, occupando in modo caratteristico altri momenti importanti come il matrimonio (presso i Liguri la donna godeva di importanza e autonomia), gli usi funerari, i sacrifici rituali e via dicendo.

Quello di Celesia sarebbe un buon libro da riscoprire oggi da parte di qualche saggio editore, ovviamente con tutti gli opportuni aggiornamenti.