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Israele: cambia tutto, ma non cambia niente

di Giovanni Gnazzi - 12/02/2009

 

Con un seggio di vantaggio sul Likud di Beniamin Netanyahu, Tzipi Livni esce vincitrice dalle elezioni politiche nello Stato ebraico. Un risultato, quello della Livni, che smentisce sostanzialmente le previsioni che davano Kadima per spacciato. Si dichiara vincitore anche Bibi Netanyahu, che ha portato il Likud ad un seggio di distanza da Kadima. Ma dalle urne israeliane esce comunque un quadro politico complesso, con una governabilità tutta da inventare. I sondaggi, che indicavano una grande ascesa della destra razzista di Israel Beitenu, in qualche modo si sono rivelati esatti, perché seppure minore di quanto ipotizzato, è comunque considerevole il risultato del partito arabofono di estrema destra guidato da Lieberman; un risultato che comunque impedisce alla Livni di fantasticare sulla sua carriera politica. Ciò anche in ragione della vera e propria sberla elettorale patita da Ehud Barak, possibile alleato di Kadima.

Il partito di Lieberman è dunque il “king maker” della disputa politica che si apre da oggi avente per oggetto la formazione del governo. In teoria – ma solo in teoria - il quadro, pur nella sua complessità, è tutto sommato semplice da leggere: la destra israeliana, “laica” o religiosa che sia - Likud, Israel Beitenu, Shas, Yahaduth Ha Torah, Ihud Leumi e Habait Ha Yehudi - ottiene la netta maggioranza dei seggi alla Knesset. Su un totale di 120 seggi, sono infatti 65 quelli conquistati complessivamente dalla destra religiosa e laica, moderata e radicale o come la si vuol definire. Tutte le altre forze presenti, arrivano a 55 seggi. La destra quindi, in tutte le sue articolazioni, ha un margine ampio, quasi schiacciante.

Ma non tutto è così semplice, perché è ovvio che, dopo il conteggio, c’é il peso, nel senso che i numeri assoluti non corrispondono ai numeri politici, tanto per la Livni come per Netanyahu. La Livni, infatti, ha sempre rifiutato di allearsi con i partiti arabi (11 seggi ottenuti) per formare una coalizione e, dopo l’operazione “Piombo fuso”, è possibile che l’intenzione sia cordialmente ricambiata. Dal canto suo, pur trovandosi in una migliore posizione per formare un eventuale esecutivo, anche Bibi Netanyahu, a ben guardare, gode di una maggioranza teorica ma non politica. Questo non toglie che il leader del Likud, che si sente il vincitore, non abbia aspirazioni diverse: ''Con l'aiuto del Signore, guiderò il nuovo governo. Sarà un governo con una forte base parlamentare che dovrà far fronte a gravi sfide', fra cui la questione iraniana e le ripercussioni in Israele della crisi economica mondiale” ha detto. In primo luogo, quindi, il Likud chiederà il sostegno dei partiti nazionalisti e poi anche di altre liste sioniste. ''Sarà il benvenuto chiunque sia in grado di darci un contributo'', ha affermato Netanyahu. Gli ha subito fatto eco Lieberman: "Abbiamo sempre voluto un governo nazionale, un governo di destra e io spero che vi arriveremo" ha detto il leader di IB, che seppure ha dichiarato di “non essere nella tasca né di Kadima, né del Likud”, ha lasciato chiaramente intendere che la sua preferenza va a una coalizione con Netanyahu.

Ma appare una strada in salita. Perché l’alleanza tra partiti di destra può avere un ruolo determinante nel voto su diverse leggi, ma difficilmente può tradursi in un’alleanza politica complessiva in grado di proporre una coalizione di governo. Troppe le diversità politiche che la destra somma al suo interno, il profilo identitario e l’immagine delle stesse, senza contare i riflessi internazionali che una simile alleanza potrebbe generare. La stessa nascita di una coalizione di tutta la destra equivarrebbe infatti ad una dichiarazione di guerra permanente di Israele contro tutti i paesi arabi.

Lo stesso presidente degli Stati Uniti, Barak Obama, ad evitare possibili tentazioni unitarie tra la destra laica e quella religiosa, ha tenuto a precisare che gli sforzi della Casa Bianca sono tesi al sostegno di un governo che tenga aperto il dialogo con i palestinesi basato sul reciproco riconoscimento e di una politica regionale che preveda un dialogo con la Siria. Già solo questo sembra consigliare a Netanyahu molta prudenza nell’ipotizzare aggregazioni politiche con la estrema destra religiosa e razzista. Proprio contando su questa oggettiva difficoltà politica a sommare questi consensi, ha spinto la Livni a proporre a Netanyahu una coalizione di governo con lei come Primo Ministro e con la partecipazione dei Laburisti di Barak.

I palestinesi sembrano dotati di grande lucidità politica nel leggere i risultati. Abu Mazen si dichiara “pronto a trattare, senza condizioni” con qualunque governo esca dalle elezioni”, e chiede solo che vengano rispettati due punti: “Lo stop di Israele alla costruzione di nuovi insediamenti di coloni nei territori occupati, compresa l’espansione di quelli già esistenti e lo smantellamento delle centinaia di ceck-point che imbrigliano la West Bank per poter agevolare il passaggio di persone e cose; elementi già previsti dai precedenti accordi, dal rapporto Mitchell alla road map, alle tante risoluzioni Onu”. Meno diplomatico e propositivo Al Quds, il maggiore quotidiano diffuso nei territori palestinesi, che titola “Addio all’illusione della pace” e, nell’editoriale di commento al voto israeliano, stima come ora “si assisterà a un proseguimento della paralisi politica che ha caratterizzato il governo Olmert dalla guerra in Libano nel 2006''. Ancora più pessimisticamente lucida l’analisi che offre Al Hayat Al jadida, organo dell’Anp: “Non c'é in realtà alcuna reale differenza, se non di nome, tra i partiti israeliani e ciò che si può prevedere é perciò il proseguimento della politica israeliana di morte, distruzioni e colonizzazione''. Quindi, a parere del giornale, “continueranno l'espansione degli insediamenti, la demolizione di case a Gerusalemme est e gli attacchi nella Striscia di Gaza”.

Il Presidente Shimon Peres comincerà dalla prossima settimana le consultazioni con tutti i partiti presenti nella Knesset, quindi dovrà assegnare l’incarico per la formazione dell’Esecutivo a chi riterrà avere le maggiori possibilità di formare una coalizione parlamentare che esprima un governo stabile. Chiunque sarà designato avrà 28 giorni di tempo, prorogabili per altri 14, per compiere la missione. Ai palestinesi, invece, il tempo sembra essere solo una fragile linea che separa le parole dalle bombe.