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Italia a sovranità limitata. Il caso Abu Omar come la strage del Cermis

di Lorenzo Moore - 07/03/2006

Fonte: Rinascita

 


 

Il ministro Castelli è peggiore, molto peggiore, di Pilato.
Anzi. Ponzio Pilato, prefetto di Giudea era molto migliore di Castelli.
Narra la leggenda (perché di leggenda si tratta: non è storicamente accertato chi fosse quell’ebreo poi condannato da Caifa, se veramente il “messia” o un ribelle armato), che non ebbe il coraggio di prendere una giusta decisione.
In realtà, anche leggendo le fonti di parte, Pilato “si lavò le mani” dall’affaire che gli veniva proposto perché, come Roma comandava, non era lecito, degno, intervenire in usi e costumi delle genti soggette alla sua amministrazione civile. Furono i consanguinei del Cristo, i potenti di quella nazione ad ottenere la sua condanna a morte.
E invece Castelli si sta lavando le mani sul vergognoso affaire di Abu Omar in modo altrettanto vergognoso.
Abu Omar - lo ricordiamo - imam della moschea milanese di viale Jenner scomparve il 17 febbraio del 2003, rapito da un commando della Cia e trasferito in una prigione egiziana dove è stato torturato e resta sequestrato perché sospetto di terrorismo internazionale. Una “extraordinary rendition”, una consegna straordinaria: così si chiamano queste missioni della Cia all’estero.
Per il sequestro di Abu Omar avvenuto in Italia, in un Paese teoricamente sovrano e certo non soggetto alla giurisdizione Usa, la magistratura italiana ha emesso ben 22 mandati di arresto europeo contro altrettanti agenti. Secondo l’inchiesta l’uomo fu condottro prima alla base americana di Aviano, quindi in germania, a Ramstein, poi al Cairo. Secondo la Washington Post il capo deslla stazione Cia a Roma avvertì la controparte (il Sismi?) italiana dell’imminenza della sporca operazione.
Ma torniamo a Castelli. Il ministro - che, è bene dirlo, in altre occasioni non si è dimostrato certo un quaquaraqua - questa volta gioca sporco. Di fronte alla richiesta del 23 dicembre scorso di estradizione degli agenti Cia accusati dalla Procura di Milano per il sequestro, prende tempo, parla di “pressioni indebite” da parte dei giudici, si aggrappa a fatto che sarebbero “in gioco gli interessi dello Stato”, prende tempo per varare l’estradizione.
Chissà. Forse i dinieghi del ministro leghista hanno a che vedere con la “sindrome Calderoli”, quello stupido razzismo anti-islamico che è tanto di moda tra i vertici delle cosiddette camicie verdi.
Oppure Castelli si è infilato, dalla testa ai piedi, nel nuovo gioco dell’oca di Casa Italia: quello che fa della totale sudditanza dei nostri governi, dal 1945 ad oggi, agli Usa un dogma intoccabile.
Propendiamo per la seconda ipotesi.
D’altra parte gli indagati e imputati se la ridono.
"Quel che deciderà il ministro Castelli non ci riguarda perché l'estradizione la concede o la nega il governo americano e non credo che lo farà". Così Daria Pesce, avvocato di fiducia dell'ex responsabile della Cia a Milano, Robert Seldon Lady, in merito alla lettera spedita dal procuratore generale di Milano Mario Blandini e dal procuratore capo della Repubblica Manlio Minale al ministro della Giustizia Roberto Castelli, con la quale lo si sollecita a dire la sua sulla richiesta di estradizione di 22 agenti dei servizi segreti statunitensi coinvolti nel sequestro dell'imam.
Mentre i giudici giocano ai cavilli procedurali: secondo i due magistrati titolari dell’inchiesta, il Guardasigilli, che hanno inviato un sollecito al ministro qualche giorno fa, Castelli deve rispondere in tempi rapidi perchè fra due mesi scadono i termini per le indagini preliminari e il procuratore aggiunto di Milano Armando Spataro si appresta a chiedere il rinvio a giudizio.
Castelli a questa lettera non ha ancora risposto ma c’è un “valido” motivo. Nel corso della sua ultima visita a Washington, il ministro parlò dell'intera vicenda con il collega americano Alberto Gonzales, che certo gli avrà ricordato il suo ruolo di ascaro in un’Italia-colonia. Quali saranno le decisioni del nostro Guardasigilli non si sa, ora prende ancora tempo (fino al dopo-elezioni?)... Perché l’idea è evidentemente quella o di sfruttare la scadenza dei termini o, nel caso di vittoria del centrodestra, di respingere tout-court la richiesta dei magistati milanesi con la scusa che l’estradizione dei 22 presunti agenti della Cia potrebbe mettere a repentaglio le relazioni diplomatiche fra l'Italia e gli Usa. (Una tesi peregrina già da Castelli, peraltro, ventilata giovedì).
Dicono che sia la prima volta che un caso del genere si verifica in Italia. In realtà precedenti ve ne sono. Ma tutti messi a zittire in fascicoli pieni di polvere e dimenticati o rimossi.
Ce ne fu uno simile alla fine degli anni Novanta e fu quello relativo alla strage della funivia del Cermis, ma lì erano coinvolti militari americani che operavano all'interno di un comando Nato e tutto fu risolto con un processo negli Usa da parte di una corte militare, con condanne virtuali e uno lurido scambio di cortesie (gli Usa consegnarono a D’Alema la Baraldini in cambio del silenzio sul Cermis).
Quanto al sequestro Omar, con estrema disinvoltura, proprio da padroni cow-boys alla conquista del mondo, gli Usa sostengono che non è stata svolta alcuna attività illegale perché i sequestri all'estero di terroristi “fanno parte delle iniziative di difesa” previste dal "Patriot act".
Il bello è che uno degli agenti per i quali Spataro ha chiesto l'arresto, Seldon Lady, all'epoca dei fatti era accreditato dal governo degli Stati Uniti d'America presso il governo italiano come diplomatico: console con funzioni di sovrintendente Cia nel nostro paese. Per questo l'avvocato Pesce ha presentato il 23 novembre scorso al Gip Enrico Manzi la richiesta di revoca dell'ordinanza applicativa della custodia cautelare in carcere. Ritiene, infatti, che "la procura non abbia tenuto in alcun conto lo status del suo assistito violando la Convenzione di Vienna e mettendo in serio pericolo le relazioni diplomatiche fra Italia e Usa".
Seldon Lady e altre 21 persone - ma di 20 si conoscono soltanto i nomi di copertura - avrebbero rapito due anni fa l'ex imam Abu Omar, trasferendolo con un aereo prima in Germania poi in Egitto, dove attualmente si trova recluso e sottoposto a torture in una prigione segreta.
La tesi della difesa è che le perquisizioni compiute su ordine dei magistrati milanesi in casa del capo della Cia e il sequestro del computer non solo non sarebbero riusciti a dimostrare un suo coinvolgimento nel sequestro, ma si sarebbero svolti illegittimamente perché "gli archivi e i documenti consolari sono inviolabili, in ogni tempo e in qualunque luogo essi si trovino", per la convenzione di Vienna.
Il ministro Castelli - quello peggiore, molto peggiore, di Pilato - ha già dichiarato che la pratica dovrà essere attentamente studiata dai propri uffici per le implicazioni non soltanto giudiziarie dell'intera vicenda. Il fatto che Seldon Lady fosse a tutti gli effetti un diplomatico accreditato dagli Usa - un aspetto questo che nella documentazione arrivata al ministro dalla procura generale di Milano non si evince con chiarezza -, rende la "pratica" ancora più delicata. Al ministero il fascicolo è in evidenza da tempo e si attende che il ministro Castelli decida cosa fare e quando rispondere.
Nel frattempo, si sottolinea la coincidenza temporale fra la visita negli Usa del premier e la fuga di notizie sulla lettera inviata dai due procuratori al Guardasigilli.
Come D’Alema per la strage del Cermis, anche Berlusconi per il sequestro Omar si è dichiarato stuoino del padrone americano?
Certamente.