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Obama e la questione palestinese

di Roberto Zavaglia - 13/11/2009

 

Tra le attese miracolistiche suscitate dall’elezione di Obama, c’era anche quella che il nuovo presidente Usa sarebbe riuscito, in tempi brevi, a risolvere l’eterna questione palestinese. Per la verità, chi ne aveva seguito la campagna elettorale senza farsi travolgere dall’atmosfera millenarista diffusa dai media, nutriva più di un dubbio a questo proposito. Il candidato democratico, pur scandendole con il consueto fervore, si era limitato a pronunciare, a proposito della Palestina, una serie di banalità, sottolineando piuttosto il suo sincero sostegno “alle ragioni di Israele”, quando una parte della stampa aveva insinuato un suo molto presunto antisionismo. Anche la scelta di alcuni importanti collaboratori, notoriamente schierati senza incertezze dalla parte dello Stato ebraico, aveva accresciuto lo scetticismo.
  L’ormai celebre discorso del Cairo, in cui Obama propose un nuovo inizio dei rapporti fra il suo Paese e il mondo musulmano, aveva però convinto alcuni degli “increduli” che il presidente, pur non preparandosi a sconvolgere la tradizionale linea Usa, sarebbe stato “più assertivo” nei confronti di Israele. Ebbene, a un anno di distanza dalla vittoria elettorale di Obama, la realtà è peggiore delle previsioni dei pessimisti. Nel suo recente viaggio a Gerusalemme, il segretario di Stato Hillary Clinton ha dichiarato che Washington non chiede il congelamento dei nuovi insediamenti israeliani come condizione per la ripresa dei negoziati, contraddicendo le precedenti affermazioni dello stesso presidente. In seguito allo scalpore suscitato, la Clinton ha, in modo ambiguo, rettificato la sua affermazione, ma nessun esponente dell’Amministrazione l’ha in alcun modo censurata.
  Per il momento, la posizione ufficiale degli Usa è che i palestinesi devono riprendere i negoziati, non si capisce su che basi, nel mentre gli israeliani si impadroniscono di altre parti dei loro territori. Anche Abu Mazen, l’arrendevole Abu Mazen, lo screditatissimo presidente che aveva perfino cercato, inizialmente, di insabbiare il rapporto Onu sui crimini di guerra israeliani a Gaza, non ce l’ha fatta più. Il capo di Fatah ha comunicato ufficialmente che non si presenterà come candidato alle prossime elezioni presidenziali, che lui stesso aveva indetto per il prossimo gennaio. Colui che era diventato l’uomo degli statunitensi e, probabilmente, degli stessi israeliani, si è visto togliere anche la foglia di fico, rappresentata dalla possibilità di fermare l’ulteriore avanzata dei coloni. 
  Sempre a proposito della comprensione di Obama per “le ragioni di Israele”, è significativa la scoperta del “Washington Times” che ha rivelato come, contrariamente a quanto alcuni politici israeliani temevano, egli abbia rassicurato Netanyahu di non volere fare pressioni sullo Stato ebraico a proposito del suo arsenale atomico. La conferma l’ha data lo stesso capo del governo israeliano, dichiarando a una televisione locale che, fin dal loro primo incontro, Obama gli ha garantito che la questione sarebbe rimasta immutata. Nel 1969, Nixon e Golda Meir raggiunsero un accordo informale per non fare mai menzione delle atomiche in possesso di Israele, pur essendone nota l’esistenza. La situazione, dunque, non cambia, anche se il nuovo presidente Usa è il  paladino della causa della non proliferazione nucleare. Ciò che vale per l’Iran, però, non riguarda gli amici più stretti.
  Intanto, la condizione dei palestinesi procede nel suo “naturale” peggioramento”. Ogni giorno si ha  notizia –non certo dalla grande stampa, ovviamente- di incursioni di Tsahal in Cisgiordania, di espropri di abitazioni palestinesi a Gerusalemme Est e di altre ordinarie angherie. Per capire come vadano le cose, si può, tra i molti esempi, citare il recente rapporto di Amnesty International sulla situazione idrica. Secondo questo documento, i 450mila coloni israeliani, compresi quelli di Gerusalemme Est, dispongono di più acqua dei 2,3 milioni di palestinesi che hanno un accesso forzatamente limitato alle risorse idriche. Mentre negli insediamenti illegali non mancano le piscine, in alcuni territori circostanti i palestinesi ricevono una quantità di acqua insufficiente per le esigenze primarie. Circa 200mila palestinesi, poi, non hanno del tutto l’acqua corrente nelle proprie abitazioni. A causa del persistente divieto di introdurre tubi e attrezzature metalliche, a Gaza non si possono riparare pozzi, fogne e stazioni di pompaggio danneggiati dall’aggressione israeliana del gennaio scorso.
  Nessun progresso si registra anche nei rapporti fra i due maggiori partiti palestinesi: Hamas e Fatah sono anzi accusati di compiere, nelle aree da loro controllate, arresti illegali e omicidi contro i militanti delle fazioni rivali. La situazione, con tutta evidenza, può solo peggiorare. Alcuni analisti pensano che la disperazione possa scatenare, entro breve, una nuova intifada che, oltre a causare un ulteriore spargimento di sangue, inchioderebbe Washington alle responsabilità della propria inazione. Il solitamente cauto re di Giordania, Abdallah Secondo, ha espresso, in un intervista al “Times” di qualche tempo fa, la preoccupazione che, se lo stallo dovesse permanere, tra non molto “ci sarà un nuovo conflitto fra gli arabi o i musulmani e Israele”.
  Il governo israeliano cerca di distogliere l’attenzione internazionale da quanto succede in Palestina, propagando l’idea che la vera emergenza da affrontare, prima di considerare qualsiasi altra situazione, sia quella riguardante l’Iran. E’ possibile che l’assenso Usa all’ampliamento delle colonie sia stato pagato, da Israele, con la promessa di non effettuare, per ora, i bombardamenti aerei dei siti atomici iraniani, i cui piani sono da tempo pronti. Obama, probabilmente, pensa di rabberciare, in qualche modo, la questione palestinese dopo avere risolto le altre crisi -in Afghanistan, Iran e Iraq- nelle quali il suo Paese è coinvolto. A prescindere dal fatto che il dramma dei palestinesi continua ad alimentare l’ostilità del mondo musulmano verso Washington e, senza provare a risolverlo, sarà difficile pacificare la regione, il calcolo potrebbe rivelarsi sbagliato anche per altri motivi.
  In un mondo avviato sulla strada del multipolarismo, l’impotenza palesata dagli Usa in Palestina gli procura ulteriore discredito anche fra le nazioni emergenti che appartengono allo stesso campo. La Turchia, che era l’unico Stato islamico amico di Israele, mostra ormai una chiara insofferenza per l’incancrenirsi della situazione e incomincia a volgere lo sguardo verso la Siria e l’Iran, prendendo le distanze dalla disciplina occidentalista. Altri Paesi, constatando come Washington preferisca sostenere sempre e comunque Israele in nome delle “comuni radici”, si potrebbero  chiedere se una potenza così “ideologicamente condizionata” non sia un pericolo, piuttosto che una garanzia, per la stabilità internazionale.