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Ricordare Ivan Illich

di Pietro M. Toesca - 12/04/2006

Fonte: arivista.org


Ricordare Illich, per me e per coloro che appartengono alla mia generazione
(che e' appunto quella di Illich), significa ritrovare, attraverso la
memoria, le tracce del percorso che ci ha condotto al giudizio che noi oggi
diamo della realta' che ci circonda e alla presa di coscienza la piu' lucida
possibile dell'alternativa storica dinanzi alla quale noi ci troviamo.
Proiettiamo forse il nostro pensiero su una posizione datata facendola
apparire anticipatrice e straordinariamente profetica? Certamente, ma il
senso di questa proiezione sta proprio nella possibilita' di assumere Illich
come nostro interlocutore attuale: come per tutti i grandi pensatori la sua
storicita' non e' un limite che lo costringe prima o poi all'obsolescenza,
ma lo straordinario contributo, concreto e ad un tempo universale,
metatemporale, alla formulazione di un giudizio che non si riduca
all'interpretazione di fatti che, con il loro superamento, travolgano con
se' il pensiero che ne ha preso atto, ma che e' destinato a rimanere
elemento di una rappresentazione dinamica grazie alla quale chi pensa e
agisce nel mondo gli puo' essere consapevolmente, appunto lucidamente
presente e attivamente attento alle sue necessita'.
E' proprio questo il merito fondamentale di Illich, il suo contributo
all'elaborazione di un giudizio grazie all'identificazione dei criteri che
lo costituiscono come una vera e propria presa di coscienza radicale.
Leggendolo, o ascoltandolo per chi ha potuto farlo, si ha immediatamente
l'impressione di essere posti in grado di vedere le cose con una
partecipazione e ad un tempo una distanza che permettono di coglierle nel
loro significato non contingente, di avere cioe' a disposizione delle
argomentazioni grazie alle quali si puo' ripigliare dall'inizio, dalla
radice semplice ed elementare, ma per questo non parziale e gia'
compromessa, ogni percorso costruttivo che ci e' dato di dover affrontare.
Per questo il destino di Illich, al quale si alludeva sopra, e' pure oggi in
qualche modo "cinico e baro": il suo ricordo e' schivato, rimosso, perche'
ben pericoloso in un momento storico in cui la difesa strenua ed estrema dei
pregiudizi consolidati e deleteri e' affidata all'ignoranza,
all'obnubilazione delle coscienze, al rifiuto di ricominciare dal principio,
pazientemente, a tessere i fili del nostro sapere e del nostro fare. E'
questa la gia' tanto denunziata morte (uccisione) della filosofia.
Bisogna dire che questa sorte e' toccata anche fin dall'inizio ad un
pensiero cosi' radicale da essere interpretato, anche a sinistra, mettendo
avanti, come si direbbe ora, una serie di se e di ma, a cui si appende
sempre il realismo teorico e pratico di chi e' portato a identificare la
realta' con i fatti e a considerare in qualche modo, per diritto o per
traverso, il risultato storico come insuperabile se non dal suo interno,
cioe' tenendo fermi appunto, come criteri di giudizio, quelle stesse
prospettive attraverso le quali si e' giunti a quei risultati. Come se la
continuita' della storia non includesse anche continuamente discontinuita'
introdotte dal pensiero e dall'azione guidata dal pensiero, che dispongono,
per loro costituzione, di un distacco critico che permette all'uomo di fare,
in qualche modo, la storia. Altrimenti la liberta' sarebbe poca cosa.
*
L'istituzionalizzazione
Ricordare Illich e' dunque riscoprire un criterio di giudizio che permette
di vedere la realta' storica, che ci riguarda, nel suo insieme; ed e' il
criterio della deistituzionalizzazione.
E per istituzione si intenda la realta' e il simbolo di quella
storicizzazione assoluta che va sotto il nome di realismo. L'istituzione e'
la risposta organizzata a bisogni ovvero a domande che l'individuo rivolge
alla societa' nella convinzione che essa possa supplire alla sua impotenza
ad esercitare un diritto e quindi trasferendo questa necessita' soggettiva
ad un meccanismo oggettivo che via via si costituisce in logica oggettiva e
diventa cosi' pretesa esclusiva di disporre degli strumenti necessari a
soddisfare quei bisogni e quelle richieste. Il diritto si trasforma cosi', a
sua volta, in dovere e l'obbligo sociale di intervenire e di provvedere
passa al soggetto individuale come dipendenza assoluta e appunto obbligo di
rivolgersi senza alternativa all'istituito ed autorizzato fornitore di
servizi. Cosi' si costituisce il monopolio istituzionale e il rapporto tra
individuo e societa' si rovescia perfettamente, poiche' non e' piu'
l'attivita' del soggetto individuale che associandosi fonda e controlla
continuamente l'organizzazione delle risposte sociali e quindi della
societa' intesa come soggetto collettivo e dialogante tra di se', ma e' la
societa' organizzata, tendente alla conservazione della propria figura
definita una volta per tutte, ad imporre le proprie regole ed i propri
procedimenti e quindi assumendo nella propria oggettivita' tutta la
soggettivita' degli associati espropriandoli proprio di cio' che essa
sarebbe invece chiamata a sostenere e a garantire realmente.
L'originaria giustificazione dell'istituzione si perde con la trasformazione
di questa in interlocutore obbligatorio e assolutamente autoreferenziale.
Attraverso questa autoreferenzialita' passano tutte le regole di
comportamento che invece di mettere in grado gli associati, cioe' la
comunita', di esercitare la propria liberta' creativa trasferiscono
direttamente quel potere a chi, in un modo o in un altro, cioe' con la forza
o con il consenso, e' incaricato o si incarica di esercitarlo concentrandolo
in se' "per il bene e al servizio" di tutti. Ogni istituzione e' a rischio
di questa ambiguita', dalla famiglia alla scuola, dal luogo di lavoro alla
societa' tutta. La societa' organizzata tende a sostituire
monopolisticamente ogni processo di realizzazione della relazionalita' che
e' un aspetto dell'individualita' di ciascun soggetto umano e che per essere
mantenuta nella sua verita' deve poter fare riferimento continuo a se stessa
ed alla propria formazione progressiva. La societa' deve "fare" liberi, come
la societa' deve essere "fatta" dalla liberta' effettiva degli associati.
*
Il monopolio espropriante
Contestare l'istituzione significa per Illich contestare questo monopolio
espropriante che mantiene in uno stato di inferiorita' e di dipendenza
permanente ed anzi progressiva gli individui che compongono la societa' e
che invece di maturare attraverso e grazie ad essa sono costretti sempre
piu' e in ogni campo ad obbedire a chi comanda con una giustificazione che
riduce di molto la differenza tra metodi violenti e metodi democratici
quando questi si avvalgono di mezzi di persuasione che fanno del consenso
una vera e propria abdicazione alla liberta' di giudizio e cioe'
all'esercizio effettivo della coscienza. La societa' dei consumi
interiorizza semplicemente la costrizione sociale, trasformando la paura
della repressione in vergogna della emarginazione. Il paradosso e' che la
liberta' circolante nella democrazia dei consumi "libera" tutte le forme di
licenza corruttrice ed oltretutto miope e contraddittoria in funzione di un
unico scopo, quello dell'interesse esclusivamente individuale che, per
corrispondenza all'abrasione sociale dell'individualita', elimina
semplicemente la relazionalita' come condizione e partecipazione
all'umanita' comune.
*
La convivialita'
L'alternativa? Illich la indica nella "convivialita'". Si tratta di
recuperare, senza i salti e i rovesciamenti della mediazione artificiale che
invece di essere tramite di sviluppo sostituisce e cancella i passaggi
"naturali", i processi attraverso i quali la razionalita' costitutiva di
ogni soggetto costruisce via via i rapporti reali, li esercita e li
sperimenta in continuazione, attribuendo alla societa' il connotato e le
dimensioni autentiche di un soggetto collettivo che non estrania ne'
espropria i singoli ma li immerge in un dialogo fecondo che, mentre li fa
uscire dalla solitudine, riversa su di loro, a sua volta, la propria
acquisita e crescente forza inventiva, smontando ogni volta la tentazione
istituzionale e mantenendo l'insieme in perenne attenzione cosciente,
giudicante, partecipe, creativa.
Convivialita' significa prima di tutto condivisione, gioiosa partecipazione
reciproca: il che non vuol dire beota negazione delle difficolta' e dei
triboli dell'esistenza, ma attivazione continua, gli uni per gli altri,
della meraviglia che fa risuonare in noi la bellezza della realta' e
permette di affrontare la sofferenza come una dimensione interna, mai
catastrofica, di un percorso che si manifesta sempre come bene se e'
costruito insieme in uno scambio generoso di cio' che ciascuno scopre e
realizza per se'.
Questo stare vitalmente intorno ad un tavolo circolare, che la parola
convivialita' evoca, annulla le differenze gerarchiche mentre riconosce e
attiva le differenze grazie alle quali ciascun uomo e' al principio e alla
fine di ogni processo, connota in qualche modo di se' la storia che nasce
dal discorso comune (dalla conversazione) e realizza quella reciprocita' di
fondo tra individualita' e relazionalita' che costituisce lo straordinario
paradosso di un soggetto collettivo che non sopprime i soggetti singoli
poiche' e' grazie alla loro realta' attiva che esso esiste e compie a sua
volta la sua insostituibile funzione vitale.
*
La demistificazione del potere
Con questo Illich e' in pieno nel processo di demistificazione del potere e
dell'autorita', quella clamorosa scoperta, o riscoperta se si fa attenzione
a tutte le anticipazioni dell'umanita' cosciente e pensante, che sfugge
sempre, ed e' addirittura sfuggita a molta parte della contestazione
rivoluzionaria dell'ultima storia, che l'eguaglianza tra gli uomini e' si'
un diritto strutturale ma non si attiva realmente se non attraverso una
effettiva eguaglianza di partecipazione sociale, non contraddetta dal
rientro per la finestra, cioe' sul piano dei fatti, del monopolio
organizzativo, scacciato dalla porta, cioe' dalle parole dichiarative grazie
a cui si finge la definitiva eliminazione di uno schema metodologico di
differenze qualitative e quantitative che si riaffacciano poi con tutta la
forza (ahime') necessaria, cioe' dell'extrema ratio quando si passa poi
davvero all'operativita'.
Anche questo rapporto tra le parole non e' semplice e ovvio: le parole sono
astratte, inefficaci, ingannevoli quando i fatti pretendono una loro logica
autonoma, uno sbrigativo passaggio espresso dall'imperativo "basta con le
parole, vogliamo i fatti". Ma quali fatti se non quelli guidati dalle
parole, dalle idee elaborate e confrontate, dalle parole come discorso
conviviale: ecco la conversazione.
Quali connotati positivi puo' avere allora l'istituzione se non quelli che
le possono derivare dalle condizioni che ne fanno un principio attivo di
presa di coscienza, di capacita' di disporre delle idee e delle parole da
parte di tutti coloro che attraverso il dialogo sociale scoprono la propria
umanita' e sono messi in grado di esercitarla? Il problema della scuola, il
primo che Illich affronta con clamorosa e radicale denuncia, e' per questo
esemplare.
*
La descolarizzazione
La descolarizzazione non e' il rifiuto o l'eliminazione della dimensione
educativa ma la sua restituzione alla trasversalita' universale; ogni azione
ha, lo si voglia o no, un versante pedagogico ed e' alla restituzione di
questo aspetto di strutturale reciprocita' dinamica dell'azione umana che
bisogna porre esplicita attenzione. Ogni istituzione come oggettivazione
operativa deve avere questo carattere della dinamicita' e quindi della
provvisorieta' strumentale che esalta esclusivamente il potere derivante
dallo stare insieme, potere dunque evidentemente condiviso e da condividersi
sempre piu' (questa e' la politica come pedagogia). La scuola come
istituzione definitiva e sclerotizzata, cioe' autoritaria, impedisce questo
processo generale di coeducazione, sostituendolo con un indottrinamento
istruttivo che trasforma ogni uomo che vi passa (ogni alfabetizzato) in
tecnico a vari livelli, anche minimi, da cui e' estromessa come
destabilizzante proprio quella competenza grazie alla quale ogni uomo si
riconosce appartenente ad una comune umanita', la cui figura storica e' via
via attrezzata si' di competenze particolari e strumentali ma soprattutto di
una coscienza di se' che le deriva dalla cultura intesa come giudizio, come
approssimazione alla verita', come ininterrotta meraviglia di fronte
all'esistenza.
Quando Illich parla di descolarizzazione della societa' denunzia l'esito
espropriante di una mediazione che, intrapresa per rispondere a domande e
richieste tese a sapere, cioe' a conoscere in qualche modo la realta'
secondo verita', si costituisce poi come oggetto definitivo essa stessa di
sapere, una nuova realta' non piu' giustificata dalla ricerca ma termine
organizzato di un sistema di affermazioni e dunque di informazioni che con
le domande proposte non hanno piu' niente a che fare o che, meglio,
sostituiscono le risposte come referenti dialettici intendibili soltanto
appunto come risposte, con un sistema di dati che tendono per loro natura,
cioe' per forza di autonomia, a mantenersi, crescere e giustificarsi secondo
una logica tutta interna ed autoreferenziale.
Questa e' la confusione, indotta dalla scolarizzazione, tra processo e
sostanza: chi vi approda ha modo poi di entrare, essendone autorizzato ma
per questo costretto senza alternativa se non l'emarginazione, nel
meccanismo sociale costituito come un "o dentro o fuori", una realta' forte
che mentre nutre e supporta i suoi associati, li obbliga ad una fedelta'
accecante poiche' impedisce loro di vedere l'artificio fittizio di
un'operazione che sostituisce il sapere e dunque il giudizio riducendosi
alla funzione di giustificazione dell'apparato di mantenimento di una
societa' data a cui viene meno lo strumento della giustizia, cioe' ogni
momento critico del rapporto tra domanda e risposta. Un vero e proprio
cogito interruptus poiche', invece di attrezzare il bisogno del singolo
soggetto pensante degli strumenti necessari ad un giudizio autonomo interno
alla realta' (la verita' soggettiva verificata mediante procedimenti in
qualche modo oggettivi), la cultura prodotta e distribuita scolasticamente
trae pedissequamente dalla storia risposte storiche date per definitive,
veri e propri pregiudizi che impediscono, oltre che lo sviluppo del sapere,
l'accesso personale dei singoli, mediante l'apprendimento, ai vari processi
di presa di coscienza della realta'.
E' qui che deve valere la distinzione tra processo e sostanza (il mezzo non
deve essere il messaggio, cio' che avviene in una societa' alienata, come
osservera' McLuhan), il che comporta una infinita variazione di procedure
grazie alle quali il sapere e' appropriato, e dunque accessibile, nelle
infinite situazioni e alle infinite sensibilita' esperienziali che connotano
la personalita' di ciascun uomo.
*
Universalita' della dimensione pedagogica
L'apprendimento viene cosi' liberato dalla dipendenza esclusiva
dall'insegnamento: la dimensione pedagogica si ritrova come un aspetto del
sapere e dell'agire di chiunque, anche del piu' modesto uomo la cui
esperienza ha una potenzialita' di comunicazione conoscitiva che e'
infinitamente e imprevedibilmente superiore al riconoscimento formalizzato
che la codificazione sociale ne puo' dare. Illich segnala i casi e i
successi dell'apprendimento cogestito da partners di cui uno dispone
semplicemente di un sapere che ne costituisce la capacita' comunicativa e
relazionale (vedi una lingua, una capacita' tecnica) e l'altro ha bisogno di
acquisire quegli strumenti per comunicare a sua volta con la realta' che lo
circonda. La scuola manca assolutamente di questa condizione concreta e
percio' insegna in modo statico, vale a dire cio' che non serve e a chi non
ne ha bisogno (avendo in realta' altri bisogni e dunque altre attese che,
disattese, lo disgustano e lo rendono ormai irrimediabilmente ignorante). E
questo avviene con un dispendio enorme di denaro, di risorse, di energie e
di organizzazione che si potrebbero risparmiare soltanto se si desse ascolto
alla figura reale della richiesta di sapere ed alla presenza nella realta'
sociale di ogni epoca e di ogni situazione di una straordinaria ricchezza di
elementi educativi che non attendono altro che di essere attivati con
pochissima spesa e con una reale partecipazione di tutti coloro che
"vogliono" sapere.
E' evidente che una prospettiva di questo genere scardina completamente un
sistema di potere cioe' una forma sociale fondata sul potere, sulla sua
elaborazione concentrata e sul suo esercizio e richiede la costruzione (la
restituzione) di una alternativa cioe' della cogestione come autogestione.
E' cio' che Illich chiama convivialita'.
*
La societa' vivente
Le persone di una tale societa' a cui pensa Illich non sono il risultato ma
il principio stesso, il fondamento di una operativita' che deriva
direttamente dalle doti che le costituiscono nella loro semplice esistenza.
Il rapporto reale attiva queste doti il cui esercizio incrociato e
molteplice costruisce via via una societa' che non e' gia' costituita a
priori rispetto a ciascuno dei suoi membri: egli non vi si deve inserire, ma
e' piuttosto in grado di attribuirle i connotati viventi che egli elabora
semplicemente vivendo. Il segreto di questo passaggio, dalla vita di
ciascuno alla realta' sociale, sta nell'attivazione di quella dimensione che
si e' chiamata pedagogica, l'utilizzazione della forza comunicativa come
istituzione di un rapporto creativo di risultati, cioe' di una crescita
comune. Si tratta di una istituzione la cui oggettivita' non e' altro che
l'esercizio reale della soggettivita' attivata dalla reciprocita'. Il
rischio di sclerosi espropriante e' evaso continuamente dalla possibilita'
di appropriarsi in ogni momento della iniziativa, e questo coincide con la
liberta'. Sostanzialmente la funzione sociale e' liberatoria, e il suo
principio sta nella liberta' stessa dei singoli attivata dalla relazione.
Convivialita' richiama il convivere, una cerimonia di fruizione in comune
della vita, con tutta la gioia del riscontrare nell'altro, negli altri, per
sorpresa, la risposta possibile alle proprie domande, un fare comunicativo
che passa dagli uni agli altri e fornisce ciascuno di cio' di cui ha bisogno
per vivere da uomo. Questa e' una societa' che coincide con la reale
attivita' di relazione dei suoi membri, sta e cade con la loro vita: vivendo
essi elaborano, definiscono, sviluppano gli strumenti che permettono loro,
sia praticamente che a livello di coscienza, di fabbricarsi le condizioni
necessarie e sufficienti per la propria umanita'.
Nell'homo faber/sapiens c'e' gia' tutta l'evoluzione ulteriore e interna
alla sua costituzione: da quel momento il suo problema e' quello di
sventare, continuamente e con precisa attenzione, l'ambiguita' che gli
strumenti che via via egli elabora portano con se', trasformando in
espropriazione un'attivita' il cui senso sta tutto nell'appropriarsi della
vita e che dunque richiede una misura, un giudizio, la consapevolezza del
rischio di ogni possibile e temibile esagerazione.
*
La scolarizzazione come principio
Illich identifica nella scolarizzazione il principio invasivo
dell'istituzionalizzazione sociale generale: e' la' che i processi
significativi vengono requisiti e il bambino si abitua a rivolgersi ad una
serie di protesi che, mentre lo attrezzano artificialmente ad ogni bisogna,
lo privano della possibilita', cioe' della capacita' di fruire direttamente
delle indicazioni di un ambiente significativo.
L'alternativa e' proprio una societa' come ambiente significativo, in cui le
istituzioni, invece di manipolare le indicazioni della realta' varia e
dinamica ordinandola in pacchetti la cui logica di mantenimento sostituira'
totalmente la funzione vitale in coloro che da quel momento da quel
mantenimento dipenderanno, non avranno altro compito ed altra
giustificazione che quella di mettere in grado gli "utenti" di essere
autonomamente attivi, giudicanti e liberi. Una sorta di ossimoro fecondo che
demitizza la necessita' dell'istituzione, la cui provvisorieta' funzionale
consistera' nell'operazione di autoeliminazione, di sostituzione progressiva
della propria necessita' con la maturazione comunitaria. Una maturazione che
ha si' una progressivita', uno sviluppo (e questa e' la storia come presa di
coscienza successiva crescente) ma che richiede sin dall'inizio
l'impostazione del rapporto istituzione/comunita' in termini tali che la
prima valga come strumento interno della seconda e non come referente
dialettico assoluto definitivamente ineliminabile in nessuna occasione.
Questa versione statica dell'istituzione reintrodurrebbe, come di fatto
reintroduce, un altro concetto di storia, la ricorrente dialettica tra
positivo e negativo, tra buoni istinti e cattivi istinti umani, alla cui
neutralizzazione sarebbe addetta insostituibilmente l'istituzione.
Controllo, contenimento, repressione: questo e' il compito della legge. Il
corretto processo di umanizzazione dell'umanita' punta invece sulla presa di
coscienza, che a questo punto e' evidente come sia impedita invece che
favorita da istituzioni che si fondano sul presupposto dell'incapacita'
originaria dell'uomo di organizzarsi i percorsi per la propria
realizzazione. Non all'uomo singolo associato ma ad un mitico fantasma
delegato (formalmente o no) spetterebbe questa liberazione dall'impotenza,
che pero' paradossalmente rimarrebbe eternamente tale a giustificare
l'esistenza necessaria di un referente dialettico fattosi a tutti gli
effetti potere. Assolutamente diseducativo poiche' estraniante,
interruzione, sbarramento di quei processi grazie ai quali, come dimostrano
i primi anni di vita dei bambini, si esercita l'aspetto dinamico della
"natura" dell'uomo, cioe' il suo statuto di "apprendista", di persona che si
fa persona. Perche' cio' accada bisogna restituire al rapporto sociale la
sua forza educativa, quel passaggio osmotico di capacita' e di virtu' che
sta alla base di ogni invenzione civile e culturale. La legge sta forse alla
base dell'arte, della solidarieta', del riconoscimento reciproco o non e'
piuttosto l'estremo e disperato rimedio alla constatazione della loro
assenza, cioe' del loro bisogno insoddisfatto? Dove non c'e' giustizia si
ricorre alla legge, e questo ricorso sostituisce definitivamente la
giustizia ed il suo bisogno. Cosi' la scuola si pretende cultura: ma quale
invenzione culturale e' mai nata dalla scuola e non piuttosto dalla sua
contestazione (o addirittura dall'indifferenza nei suo confronti)?
Ecco dunque in che senso la descolarizzazione e' centrale nella prospettiva
della deistituzionalizzazione: poiche' la "scuola" impedisce l'educazione,
il ricasco reciproco sociale della maturazione di ciascuno, la formazione
stessa della societa' come soggetto collettivo vivente dell'attivita' di
ciascun soggetto singolo che la compone e che anche grazie ad essa, come
fatto unitario, trae da se' il meglio che lo riguarda e riguarda il rapporto
con i suoi simili.
*
La restituzione sociale
Il testo principale di Illich, Descolarizzare la societa', e' scritto negli
anni della contestazione ('60/'70) in cui e' attribuito e quindi richiesto
alla stessa istituzione di autoriformarsi, cioe' di trasformarsi
radicalmente grazie alla riappropriazione, da parte di tutti i suoi
fruitori, insieme ai suoi operatori, delle condizioni originarie e
giustificative in vista delle quali esse sono nate. Il che comporta a volte,
e all'estremo, la propria autodemolizione come premessa alla restituzione
sociale dei processi di soddisfazione di un bisogno.
Il secondo passo e' proprio quello educativo, l'educarsi collettivamente
cioe' reciprocamente a identificare con esattezza bisogni e procedimenti
adatti a soddisfarli, demistificando le induzioni generate dalla confusione
del bisogno con l'impotenza; confusione che produce il proliferare di una
serie di altri bisogni artificiali che prendono il posto di quello
originario e lo trasformano appunto nell'incapacita' del soggetto di
provvedere in qualche modo a se' e lo consegnano mani e piedi legati ad una
organizzazione che provvede, con l'apparenza e dunque l'alibi della
soddisfazione del bisogno, a privarlo di ogni autorizzazione e di ogni
energia autonoma. Cosi' il cittadino non esce dalla condizione di suddito, e
lo Stato sociale non e' altro che il rafforzamento del Potere concentrato.
Non si e' mai sentito parlare di una politica sociale di destra? molti esiti
delle rivoluzioni sociali del secolo ventesimo fanno capo a questo equivoco.
In questa denunzia della trasformazione di autorita', e quindi
autorizzazione, in potere si mette in rilievo che quello che conta non e' il
piu' o il meno della disponibilita' dell'istituzione ad essere partecipata e
quindi ad assumere i bisogni reali nella propria logica prospettica ed
operativa, ma e' l'impossibilita' dell'istituzione di non porsi come filtro,
come imbuto attraverso cui deve passare ogni processo costruttivo umano per
farsi sensato. Questa centralita' dell'istituzione taglia corto ed impedisce
ogni sforzo del soggetto umano di realizzare di fatto le premesse della
propria soggettivita': invece che potersi rivolgere alle cose, a modelli, ai
coetanei e compagni di strada e ad anziani saggi capaci di comunicare la
propria esperienza, come ad interlocutori del proprio apprendimento, il
giovane, o comunque l'"apprendista" e' costretto a fare i conti con tutto
questo come con un patrimonio indiscutibile che egli deve semplicemente
introiettare per non interrompere uno sviluppo non di se' ma di una storia
che riguarderebbe, come forme di una fantastica umanita', di volta in volta,
aggregazioni mitiche che attraverso appunto l'insegnamento/apprendimento
dovrebbero plasmare i singoli soggetti a propria immagine e somiglianza,
integrandoli nel proprio percorso definitorio.
Illich tocca qui la radice del problema e si figura un rovesciamento
radicale di prospettiva: deve essere restituita ai soggetti la propria
capacita' di iniziativa dialettica nei confronti di un contesto, quello
sociale, che contiene in se', come suo aspetto didattico, gli elementi
dinamici della costruzione comune, che possono essere attivati solo da una
attivita' comune, dall'attivazione permanente di una azione/prassi che non
si identifica con la fabbricazione, cioe' con la produzione di oggetti, ma
attraverso questa, anche attraverso questa, si realizza come permanente
esercizio dell'umanita' di ciascun soggetto. E' questa la vera attivita'
politica, come in questi anni di contestazione radicale verra' messo in
rilievo anche da altri pensatori (vedi ad esempio Hannah Arendt) e che
Illich, con un richiamo non solo implicito all'esperienza greca e alla
cultura medievale, identifica con l'attivita' educativa. Con
l'autoeducazione collettiva ovvero attraverso la collettivita'.
Per questo la descolarizzazione assume la centrale importanza del disarmo
dell'istituzione sociale e descolarizzare la societa' significa restituirle
le condizioni della propria essenziale soggettivita'. In questa prospettiva
si inscriveranno gli straordinari studi di Illich sulla lettura come
interiorizzazione dei significati oggettivati dalla scrittura che i
medievali inaugureranno superando la lettura pubblica ad alta voce come
rituale quasi esclusivamente sociale, promotore di una cultura
tendenzialmente oggettiva, attraverso l'accumulazione ripetitiva di suoni
orientati alla produzione di una uniformita' unisona.
*
Scuola e cultura
Leggere Illich vuol dire respirare contemporaneamente le origini di una
cultura che per poter manifestare la propria essenzialita' deve essere
liberata dalla sua ambiguita' che la fa pretendere, e cosi' spesso nella
storia la trasforma, come principio del dominio, e insieme identificare
esattamente l'antidoto di questo rovesciamento, cioe' il ritrovamento del
significato di quelle origini nel riferimento alle dimensioni elementari,
"naturali" dell'uomo che si scopre come soggetto ed esercita per tutta la
vita le conseguenze, che sono anche le condizioni, di questa scoperta. E'
questo ritrovamento che la scuola impedisce, emarginando i piu' con
l'esclusione, o con un pesante giudizio di inadeguatezza, dal processo di
apprendimento requisito in termini di sistema tutto precostituito, cioe'
affatto indipendente e previo rispetto all'esercizio stesso
dell'apprendimento, che dovrebbe invece avere principio in se stesso.
Cosicche' l'autoeducazione che non abbisogna di altro che dell'attivazione
dell'aspetto didattico/comunicativo delle doti di ciascun vivente, e'
sostituita e dunque resa impotente dai dettami elaborati da un sapere che fa
riferimento a se stesso (ai propri metodi, e fini, e privilegi) e affatto
alle richieste reali e sensate di chi vuole sapere. Cosi' i piu' sono
esclusi, e la curiosita' naturale e generale lascia il posto alla logica di
una costruzione maneggiabile da coloro che hanno il coltello per il manico,
cioe' da coloro che possiedono ed esercitano il sapere come privilegio
discriminatorio. Ovvero come lo strumento principale della discriminazione.
Per questo la deistituzionalizzazione scolastica e' prioritaria, poiche' e'
nella scuola che si elaborano e si comunicano i criteri di questa
discriminazione, l'obbedienza, l'accettazione dei dati di fatto. "La scuola
e' l'agenzia pubblicitaria che ti fa credere di aver bisogno della societa'
cosi' com'e'". Illich sa qual e' il formidabile valore rivoluzionario della
cultura come progressivo processo di autocoscienza e quindi di acquisizione
del giudizio critico, e per questo denunzia la scuola come altrettanto
formidabile disarmo di questo potenziale esplosivo. Un esplosivo, se cosi'
lo si puo' chiamare metaforicamente, finalmente pacifico che rappresenta
cioe' le condizioni della trasformazione sociale come normale procedura di
costruzione della storia invece che costretto esercizio della violenza
clonata sulla violenza del potere da cui ci si deve difendere. Interrompiamo
il "normale" processo di alienazione e ci affrancheremo dalla necessita' del
ricorso alla violenza come strumento di liberazione dalla violenza.
Questo significa restituire la speranza che e' stata sostituita storicamente
dalle aspettative: la speranza, come apertura alla vita di ciascun uomo, che
e' stata vanificata dalla costruzione artificiale di aspettative in un gioco
oggettivo di rimandi tra possibilita' operative e creazioni di bisogni che
le rendano concretamente reali e indefinitamente superabili. Cosi' si chiude
il saggio sulla descolarizzazione, con un richiamo all'unico dono positivo
che Pandora ha tenuto ben chiuso nel suo vaso dopo essersi lasciati sfuggire
tutti i mali disperdendoli nel mondo, l'unico bene divino che ella ha
riservato all'umanita', la speranza come respiro della soggettivita'.

2. ET COETERA
Pietro Maria Toesca (1927-2005) e' stato uno dei maggiori filosofi della
nonviolenza in cammino in Italia. Dallo stesso fascicolo di "A. rivista
anarchica" da cui abbiamo estratto l'articolo che precede riportiamo anche
la seguente scheda (auto)biografica di Toesca: "Pietro M. Toesca ha
insegnato filosofia e storia prima nei licei, poi filosofia nelle sue varie
versioni (teoretica, della storia, delle scienze) alla Sapienza di Roma e a
Parma. Dimessosi nell'80 per dignita' e rifiuto di connivenza con
l'Accademia ricostruita, insegna ora nell'Universita' del Territorio della
Rete delle piccole citta' storiche. Ha scritto una montagna di libri, forse
piu' o meno inutili, su Platone, Pascal, Marx, sulla filosofia
contemporanea, su scienze e potere, su culture e politica, sulla scuola,
sull'arte, sui grandi scrittori. Dirige una piccola editrice cooperativa,
Nuovi Quaderni, e una rivista critica di ecologia territoriale, 'Eupolis'.
Vive a San Gimignano" [ricordiamo che questa scheda e' del 2003; Toesca e'
deceduto nel 2005 - ndr].
Ivan Illich e' nato a Spalato nel 1925; laurea in mineralogia a Firenze,
studi ulteriori di psicologia, arte, storia (dottorato a Salisburgo);
ordinato sacerdote nel 1951, per cinque anni opera in una parrocchia
portoricana a New York, poi e' prorettore dell'Universita' Cattolica di
Portorico; a Cuernavaca (Messico) fonda il Cidoc (Centro interculturale di
documentazione); docente in varie universita', conferenziere, studioso
costantemente impegnato nella critica delle istituzioni e nella indicazione
di alternative che sviluppino la creativita' e dignita' umana; pensatore
originale, ha promosso importanti ed ampie discussioni su temi come la
scuola, l'energia, la medicina, il lavoro. E' scomparso nel 2002. Tra le
opere di Ivan Illich: Descolarizzare la societa', Mondadori; La
convivialita', Mondadori, poi Red; Rovesciare le istituzioni, Armando;
Energia ed equita', Feltrinelli; Nemesi medica: l'espropriazione della
salute, Mondadori, poi Red; Il genere e il sesso, Mondadori; Per una storia
dei bisogni, Mondadori; Lavoro-ombra, Mondadori; H2O e le acque dell'oblio,
Macro; Nello specchio del passato, Red; Disoccupazione creativa, Red; Nella
vigna del testo, Cortina. Raccoglie i materiali di un seminario con Illich
il volume Illich risponde dopo "Nemesi medica", Cittadella, Assisi 1978.
Cfr. anche il libro-intervista di David Cayley, Conversazioni con Ivan
Illich, Eleuthera, Milano 1994. Utile anche il volume di AA. VV., Le
professioni mutilanti, Cittadella, Assisi 1978 (che si apre con un
intervento di Illich). Dal medesimo fascicolo di "A. rivista anarchica" da
cui abbiamo estratto l'articolo che precede riprendiamo anche la seguente
scheda su Ivan Illich: "Ivan Illich (1926-2002). Nato nel 1926 a Vienna da
un padre di nobili origini dalmate e da una madre ebrea sefardita, fin da
piccolo compi' frequenti viaggi in Europa e rimase fino all'ultimo un
instancabile viaggiatore. La sua formazione avvenne tra Salisburgo, Firenze,
Roma, ma Illich non ebbe mai un buon rapporto con le scuole, ne' con le
discipline. Era sociologo, filosofo, linguista (conosceva una decina di
lingue), teologo, ma forse piu' di ogni altra cosa uno storico delle
istituzioni. Dopo la formazione teologica all'Universita' Gregoriana in
Vaticano, fu ordinato prete ed ebbe come primo incarico la cura di una
parrocchia a prevalenza portoricana vicino a Manhattan. E' li' forse che nel
cuore del primo mondo a contatto con i reietti, gli ultimi, comincio' a
capire i meccanismi dell'esclusione e dell'alienazione degli individui
attraverso l'istituzionalizzazione della vita. Nel 1956 divenne vicerettore
dell'Universita' di Puerto Rico, e nel 1961 fondo' il Centro interculturale
di documentazione (Cidoc) a Cuernavaca in Messico, un centro in cui passo'
gran parte dell'intellettualita' radicale degli anni Sessanta e Settanta,
centro che avrebbe dovuto formare i volontari e missionari per i paesi del
terzo mondo. Qui nasce la critica di Illich allo sviluppo, all'idea stessa
di paesi in via di sviluppo, condannati a un'eterna poverta' dall'impari
confronto con i paesi gia' sviluppati. Contemporaneamente Illich si
impegnava contro la guerra, le banche, le grandi corporation, e percio'
riusci' facilmente a divenire sospetto alla Cia, al governo americano e al
Vaticano. Il Santo Uffizio comincia un procedimento contro di lui e Illich
abbandona il proprio abito, la funzione sacerdotale e la Chiesa. Gli anni
Settanta furono quelli della notorieta' per la pubblicazione dei suoi
scritti piu' noti e polemici sulla critica alle istituzioni, della scuola,
della salute, per una rivoluzione nonviolenta verso un modello sociale di
convivialita'. Nei decenni successivi continuo' a lavorare secondo uno stile
diverso: conferenze in ogni parte del mondo, brevi saggi che esploravano
nuovi campi dei suoi multiformi interessi, seminari interdisciplinari con
gruppi di collaboratori scelti al di fuori dell'istituzione accademica,
provenienti da ogni parte del mondo, soprattutto alle universita' di Brema e
della Pennsylvania. Ecco alcuni dei temi affascinanti dei suoi ultimi
scritti: la velocita', l'esperienza del dolore nella contemporaneita', i
mutamenti nello sguardo nell'epoca delle immagini, la mente alfabetizzata e
l'impatto con il computer. Tra i suoi libri tradotti in italiano, ma in
parte non piu' disponibili, si possono ricordare: Descolarizzare la societa'
(Mondadori, 1972), La convivialita' (Mondadori, 1974), Nemesi medica
(Mondadori, 1977), Il genere e il sesso (Mondadori, 1984), Lavoro ombra
(Mondadori, 1985), Nello specchio del passato (Red, 1992), Nella vigna del
testo (Cortina, 1994). Particolarmente interessante per avere un'immagine
del percorso di Illich e' il libro Conversazioni con Ivan Illich (a cura di
David Cayley), Eleuthera 1994".