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Dove la ricchezza genera super-ricchezza, è difficile parlare di meriti

di Pierre Tristam - 17/04/2006

Fonte: comedonchisciotte.org

 

Nell’ultima classifica annuale degli uomini più ricchi al mondo – una sorta di passerella della plutocrazia – stilata dalla rivista americana “Forbes”, compaiono ancora una volta i soliti nomi: in testa alla graduatoria Bill Gates, con 50 miliardi di dollari, un patrimonio che supera il PIL di circa 150 paesi al mondo; seguono Warren Buffet con 42 miliardi di dollari, il finanziere messicano-libanese Carlos Slim Helu con 30 miliardi, i cinque eredi di Sam Walton con 16 miliardi di dollari ciascuno per un totale di 79, e così via.
Tre anni fa i miliardari erano 476, oggi il numero è salito a 793, e ognuno di questi nomi rappresenta una piccola quota di speculazione economica su ciascuno di noi. Al giorno d'oggi il denaro al giorno d’oggi scatena reazioni solitamente associate al sesso: desiderio, invidia, risentimento (nei confronti di chi ne ha così tanto), giudizi morali. Ma se la vita sessuale degli individui, per quanto ostentata possa essere, rimane di fatto irrilevante per il benessere pubblico, non si può dire altrettanto per la ricchezza, soprattutto quando si parla del patrimonio di miliardari, non sempre frutto di guadagno come essi vorrebbero far credere.

“C’è gente che attribuisce al benessere materiale una valenza comunque negativa, ritenendolo immorale, e in questo c’è del ridicolo”, ha scritto Michael Kinsley in un recente articolo. “Ma è insulso anche il contrario, associare automaticamente denaro è virtù”. Anche se, aggiunge, “probabilmente è vero che la maggior parte dei miliardari nel costruire il proprio benessere ha contribuito a migliorare anche la vita degli altri”. Una simile affermazione presuppone un rapporto causa-effetto tra ricchezza e meriti individuali, come dire che più sei ricco, più hai contribuito al benessere generale della società. Seguendo questo ragionamento risulta poi comodo sostenere che la ricchezza, proprio in virtù dei vantaggi che è in grado di apportare, dovrebbe essere incoraggiata di più e tassata di meno, un’idea che è stata presa piuttosto alla lettera a partire dal governo di Ronald Reagan che inaugurò gli anni dei grandi tagli alle tasse. Ma dire che l’accumulazione di ricchezza vada di pari passo con il “miglioramento della vita di tutti” è assurdo.

In primo luogo, perché mai dovrebbe essere “ridicolo” sostenere che una grande ricchezza sia immorale, o perlomeno frutto di corruzione? Kinsley non contesterebbe certo il famoso detto di Lord Acton secondo cui il potere tende a corrompere e il potere assoluto corrompe in modo assoluto. Ora, il denaro è potere. E una gran quantità di denaro significa un grande potere. I politici non sono corrotti per il modo in cui portano avanti battaglie culturali davanti alle cliniche per l’aborto, ma per il fatto che usano il loro potere per distribuire quei 2,5 mila miliardi di dollari nel budget federale. Il potere tende a concentrarsi nelle mani di chi dispone di denaro. Quindi riconoscere al benessere materiale valenze non del tutto positive (per non dire che si tratta di qualcosa di immorale) è tutt’altro che ridicolo.

In secondo luogo, l’accumulo di denaro, a differenza di quelli che vengono definiti passi avanti nella sfera creativa, segue un andamento di crescita esponenziale: se Bill Gates oggi è otto volte più ricco rispetto al 1992, anno in cui il suo patrimonio ammontava a 6,3 miliardi di dollari, non significa però che in questo modo egli abbia contribuito a rendere la vita di chi usa prodotti Microsoft otto volte migliore. Semplicemente egli ha tratto vantaggio otto volte tanto dal proprio mercato di prodotti, per esempio usando il potere di cui dispone per fissare i guadagni acquisiti e facendo in modo di limitare la concorrenza, impedendo così che altri potessero conseguire un miglioramento del proprio tenore di vita. A essere onesti, bisogna ammettere che la fondazione Gates, che ogni anno devolve in progetti di beneficenza 1 miliardo di dollari su un totale complessivo di 25 miliardi destinati alla causa, contribuisce al benessere di decine di migliaia di persone, e con effetti calcolabili in termini esponenziali se si considera che un solo vaccino ha il potere di moltiplicare l’aspettativa di vita.

Ma quella di Gates è una solidarietà che fa eccezione. Gli eredi di Walton, che messi insieme dispongono di un patrimonio di 30 miliardi di dollari superiore al suo, danno in beneficenza nemmeno un quinto di quello che dà Gates (170 milioni di dollari nel 2004) e con modalità che assomigliano ben più a campagne politiche o ad attività di pubbliche relazioni che a pura solidarietà.

La ricchezza di una certa entità facilmente tende a esaurirsi nelle mani di coloro che ne sono gli eredi e in tal modo non viene rimessa in circolazione in modo produttivo. Questa è l’argomentazione di chi si oppone ai tagli delle tasse di successione – evitare che il denaro finisca nelle mani di una sclerotica aristocrazia quale potrebbe essere proprio quella costituita da quei 793 miliardari.

È indubbio che, come scrisse una volta l’economista Brad DeLong, la maggioranza della gente ai nostri giorni gode di un tenore di vita che “supera di gran lunga quello dei ricchi e persino dei più ricchi dei secoli passati”, ma partire da questo dato per arrivare a dire che il merito di tale progresso va attribuito ai super-ricchi significa sopravvalutare il peso della ricchezza degli ultimi vent’anni e ignorare altri fattori che danno impulso allo sviluppo: forza lavoro, governo e politica tributaria, andamento economico, incidenza dell’opinione pubblica e delle pressioni della società civile. Se Gates è riuscito a diventare miliardario, non è soltanto perché è un americano di Seattle, così come se un individuo del Ghana non riesce a fare lo stesso, non è certo perché ha un’intelligenza inferiore. Le circostanze non costituiscono soltanto un’agevolazione, sono di fatto un elemento propulsore.

Maggiore è la ricchezza, minore è la sua correlazione con ogni singolo fattore individuale capace di generarla, e maggiore è il peso associato alle circostanze indipendenti dal singolo individuo. Per questo, riconosciuta l’influenza esercitata da circostanze esterne su livelli di ricchezza così elevati, la cosa più equa e ragionevole è intervenire con la tassazione.

Pierre Tristam un giornalista di News-Journal. Contattalo qui: ptristam@att.net
Fonte: http://www.news-journalonline.com/
http://www.news-journalonline.com/NewsJournalOnline/Opinion/Columnists/Essays/colESSAY040406.htm
03.04.2006

Traduzione a cura di STEFANIA ANTRO per www.comedonchisciotte.org