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L’avevano detto e lo faranno. Domani e dopodomani, in tutto l’Iraq, si terrà un referendum popolare sulla scelta del prossimo Primo Ministro organizzato dal movimento di Muqtada al Sadr.
La cosa non è prevista dalla Costituzione irachena, ma questo non sembra preoccupare i sostenitori del leader sciita, che aveva lanciato la proposta – due giorni fa – con un messaggio pubblicato sul suo sito Internet.
Si tratta di una iniziativa che, sia pur priva di implicazioni legali, è destinata sicuramente a portare ulteriore scompiglio in un panorama politico di per sé già complicato, a pochi giorni dall'annuncio dei risultati definitivi (anche se non ancora ufficiali) delle elezioni legislative che si sono tenute in Iraq il 7 marzo scorso. E che hanno visto la vittoria di strettissima misura di Iraqiya – alleanza nazionalista guidata dall'ex premier Iyad Allawi.
Anche perché il premier uscente, Nuri al Maliki, che non accetta la sconfitta della sua Alleanza per lo Stato di diritto, battuta da quella di Allawi per soli due seggi (91 contro 89), ha dato seguito alla sua intenzione di presentare ricorso contro i risultati elettorali.
Incostituzionale
Secondo la Costituzione irachena, dopo la certificazione dei risultati da parte della Corte Suprema Federale, il presidente della Repubblica uscente deve convocare il Parlamento entro 15 giorni. Dopodiché, la nuova assemblea elegge un presidente e due vice.
Il passo successivo è l'elezione del presidente della Repubblica, da parte del parlamento. E' il nuovo capo dello Stato, entro 15 giorni dalla sua elezione, ad affidare l'incarico di formare il nuovo governo – al candidato del blocco parlamentare di maggioranza. Il premier incaricato ha 30 giorni di tempo per riuscirci. Altrimenti, viene dato un nuovo incarico.
Il portavoce ufficiale del movimento di Sadr, lo sceicco Salah al Obeidi, ieri ha precisato che i risultati del referendum saranno vincolanti per il gruppo – i cui esponenti sottolineano che al voto di domani e dopodomani potranno partecipare tutti gli iracheni, non solo i suoi sostenitori.
Democrazia popolare
I sadristi non sono nuovi a questi esperimenti di democrazia popolare – prima delle elezioni legislative del 7 marzo scorso il movimento aveva infatti tenuto le “primarie”, per scegliere i candidati da inserire nelle liste dell’Iraqi National Alliance (INA), la coalizione che raggruppava il grosso delle forze sciite.
Una mossa che ha pagato in termini di popolarità – e di voti: l’INA si è piazzata terza nei risultati elettorali, dietro all’alleanza di Allawi e a quella di Maliki, ottenendo 70 seggi, ma una quarantina di questi sono andati a sadristi.
Ora si replica. Il movimento di Sadr mette a disposizione i suoi uffici, le moschee, e le altre sedi in tutto l’Iraq perché vengano utilizzati come seggi.
Chi andrà a votare potrà scegliere fra cinque candidati: oltre al nome di Iyad Allawi, sulla scheda ci saranno quelli del premier uscente Nuri al Maliki, e poi di Ja'afar Muhammad Baqr al-Sadr, Adel Abdel Mahdi, e Ibrahim al Ja’afari.
Abdel Mahdi, attualmente uno dei due vicepresidenti iracheni, è un esponente di spicco del Consiglio Supremo islamico iracheno (ex SCIRI), prima delle elezioni una delle due componenti principali dell’INA, il cui peso tuttavia si ora è notevolmente ridotto rispetto alla componente sadrista.
Ja’afari, già Primo Ministro nel 2005, nel governo iracheno di transizione, è un altro dei leader della coalizione sciita.
Quanto a Ja'afar Muhammad Baqr al-Sadr, si tratta di un nome di tutto rispetto. Di lui si parla con insistenza come una possibile alternativa a Maliki, in quanto eletto nelle liste dell’Alleanza per lo Stato di diritto - a Baghdad, secondo subito dopo il premier quanto a numero di preferenze.
Cugino di Muqtada per parte di padre, è l’unico figlio di Muhammad Baqr al Sadr, religioso influente e venerato, e uno dei fondatori di al Da’wa, che il regime di Saddam Hussein fece uccidere nel 1980.
Sulla scheda però gli elettori troveranno anche una parte in bianco: chi lo vorrà potrà scriverci il nome di un suo candidato.
Tutto sembra pronto per il referendum – non c’è però l’avallo della Commissione elettorale irachena, che – invitata a farlo - si è rifiutata di dare la sua supervisione. Non è nelle nostre competenze, ha tagliato corto il presidente Faraj al Haydari.
Fonti: Associated Press, al Haya |