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Mi rifiuto di pensare che non ve lo siate chiesto: chi finanzia Wikileaks?

di Pietro Cambi - 01/12/2010

   
   

Mi rifiuto di pensare che non ve lo siate chiesto: chi finanzia Wikileaks?

Una risposta semplice potrebbe essere che Wikileaks sia finanziata, direttamente e/o indirettamente anche o forse sopratutto da Mr. Crash, alias George Soros, tramite la sua fondazione.

Qualcuno lo fa capire e qualcuno lo sostiene apertamente. Visto che Assange ha già preannunciato che la prossima fuga di notizie riguarderà le banche, l'ipotesi non pare tanto pellegrina.

Vera o no che sia questa voce una cosa è sicura: Mr. Crash ritiene che non vi siano vie d'uscita semplici dalla mamma di tutte le Crisi.



Dato che, notoriamente, non ama molto il mondo della finanza internazionale e la classe politica da esso espresso, non ci sarebbe da stupirsi se avesse deciso di dargli un'ultima spallata, per dare inizio ad un non meglio precisato mondo nuovo.

Siccome, da un punto di vista dell'analisi della situazione, dice le cose che abbiamo detto qui mille e mille volte, non voglio tediarvi. Se siete curiosi potrete leggervi, ad esempio, questo articolo.

Niente di veramente nuovo, per noi inveterati catastrofisti.

Anzi no.

Una cosa mi ha colpito: il fatto che i cinesi, gli Indiani e le altre potenze asiatiche, che attualmente sono i principali risparmiatori mondiali, potrebbero non produrre abbastanza risparmio da tappare tutti i buchi che si stanno aprendo nei bilanci occidentali.

Facendo la conta:

Per tappare il buco di bilancio degli Stati Uniti del 2010 ci vorranno 1500 miliardi di dollari (almeno la metà da parte di investitori stranieri).

La Cina ha a disposizione circa 2000 miliardi di dollari/anno da investire all'estero e quindi gli Stati Uniti da soli se ne prendono la metà.

L'insieme dei deficit dei vari paesi Europei probabilmente se ne prenderanno altri 500-600 miliardi.

Ecco che il conto è presto fatto: Se l'Europa cercasse di rifinanziare il suo fondo di solidarietà per 600 o 800 miliardi di dollari, necessari per  gli "aiuti d'emergenza" in caso di rischio default Italia o Spagna, potrebbe non riuscire a trovare sul mercato liquidità fresca sufficiente.

Dovrebbe quindi trovare queste risorse sottraendole agli altri cagnetti e cagnoni affamati, USA e Regno Unito in primis. Ringhi e morsi garantiti.

Comincerebbe una guerra a colpi di rialzo dei tassi di interesse, di notizie destabilizzanti incrociate, di declassamenti furiosi di cui abbiamo già visto qualche avvisaglia di cui hanno fatto le spese i PIGS.

Alla fine, anche in caso di tenuta del sistema, di fronte ad un inesorabile dirottamento di quote crescenti di risorse finanziarie verso il tamponamento delle falle, si assisterebbe ad un progressivo crollo delle aspettative di crescita mondiale, ad un continuo ridimensionamento dei risultati reali, al netto dell'inflazione.

Ora, se ci riflettete un attimo, per noi primitivi urbani, il denaro è una specie di "pagherò" ed il denaro che mettiamo da parte non è altro che una specie di pagherò che facciamo a noi stessi.

Il passaggio verso un mondo una società ed una economia sostenibile DEVE avvenire, necessariamente, con un drastico ridimensionamento delle promesse che non possono essere mantenute senza una crescita continua.

Il modo adottato, un complesso ed imprevedibile mix di default e svalutazioni, è certo doloroso ma ha il pregio, se ci pensate, di colpire anche la parte ricca della società, tramite il feroce ridimensionamento dei suoi risparmi, solitamente investiti sopratutto in termini monetari, al contrario di quel che succederebbe cercando di risanare i bilanci statali a suon di tagli feroci a servizi essenziali.

Alla fine, fatti i debiti conti, siamo probabilmente vicini ad un ridimensionamento del denaro, almeno in termini reali: meno sogni e "pagherò" in giro e più realtà.

Meno finanza creativa, meno schemi Ponzi e meno investimenti, in genere.

Meno liquidità, meno risparmi, meno bonds ( in termini reali).

A veder bene, il superamento del picco del denaro.

Resta da vedere se riusciremo ad evitare il collasso sociale.

Forse dovremmo lavorare su questo, non secondario, aspetto.