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Il fallimento del Doha Round: la resistenza dell’America

di etleboro - 01/08/2006

 

Dopo cinque anni di contrattazioni e mediazioni diplomatiche, il Doha Round chiude i negoziati e rinvia la sua ripresa a tempo indeterminato. Nato dopo l'11 Settembre come conferenza del WTO per promuovere la liberalizzazione del commercio internazionale, il Doha Round è stato fortemente voluto dagli Stati Uniti perché, aprendo gli scambi a favore delle economie emergenti, con esso intendevano stroncare il finanziamento al terrorismo. Oggi gli stessi americani che hanno inaugurato il Doha Round, ne decretano la chiusura e il rinvio fino a tempo indeterminato.
È incredibile come l'11 Settembre abbia sconvolto la politica internazionale, ma più di ogni altra cosa, l'economia e il modo di fare finanza. È stato quello l'inizio della fine dell'egemonia economica statunitense e della stessa economia speculativa, che ora vacilla tra a alti e bassi sotto i colpi della grande sfiducia nei confronti del dollaro e del mercato azionario. Si è innescato un meccanismo di globalizzazione su grande scala, che sta portando alla creazione di gruppi multinazionali molto concentrati tant'è che in futuro le risorse planetarie saranno racchiuse nelle mani di poche società. L'Economia è oggi fatta dai grandi fondi di investimento che hanno, prima di tutto, diversificato il loro portafoglio di attività in favore di merci, metalli e titoli energetici, proprio perché il sistema basato sul dollaro come moneta di riferimento è fallito. In questi anni molte cose sono cambiate, e quella che sembrava una guerra contro il dollaro fatta dalle banche centrali estere mediante la diversificazione delle riserve - vendita di dollari per comprare euro - si è rivelata invece una guerra contro il fallimento della vecchia finanza.

Se il Doha Round oggi fallisce, vuol dire che la vecchia economia è fallita per far posto ad una nuova era, che giungerà nonostante le resistenze dei vecchi baluardi che non vogliono perdere il controllo dello scenario mondiale. Gli stati Uniti rifiutano decisamente gli accordi del Doha Round per aprire le frontiere doganali e incentivare gli scambi da e verso le economie in via di sviluppo, mentre l'Europa timidamente ha proposto di placare in parte le tariffe all'entrate e le sovvenzioni all'esportazioni. Plaude dunque il fallimento anche la Francia che riponeva in esso la speranza di proteggere l’agricoltura nazionale dall’inondamento delle materie prime che sarebbe giunto con l’apertura delle frontiere.

Andamento Bilancia Commerciale Americana

L’America difende oggi la sua economia in un momento congiunturale assolutamente critico e decisivo, in cui il Pil, dopo aver subito un colpo d’arresto dal 5,6 al 2,5, rischia di sfociare in una tendenza negativa di recessione che potrebbe dar vita al più grande crack economico dell’economia mondiale. Tesi avvalorata anche dalla pubblicazione dei dati degli ordini industriali e dei consumi, in netto calo, al quale si aggiunge la contrazione dei prezzi nel settore immobiliare e degli investimenti privati. L’inflazione tuttavia sembra essere aumentata, o comunque è rimasta inalterata nonostante la stretta monetaria che non sembra cessare e che probabilmente si protrarrà fino alla fine di quest’anno. Intanto già giungono le voci fuori dal coro del Congresso e di Bernanke che valutano la stretta economica eccessiva, considerando che l’economia soffre durante una crisi internazionale che porta all’aumento del costo delle materie energetiche.
In tale scenario, la liberalizzazione degli scambi commerciali avrebbe dato troppo potere alla Cina che poderosamente cresce con una previsione del 12%, immettendo sul mercato materie prime e merci che, tradotte in importazioni, avrebbe messo in crisi ancor di più il deficit della bilancia commerciale e lo stesso debito pubblico ormai a livelli inverosimili. Le riserve valutarie americane a fine maggio sono salite a 925 miliardi di dollari Usa, con un aumento di 30 miliardi dal mese precedente, quando la crescita è di 19,9 miliardi, dovuto alla crescita del deficit commerciale statunitense verso la Cina, passato tra il 2000 e il 2006 da circa 80 a oltre 160 miliardi di dollari, e alla fine dell’anno potrebbe superare i 220 miliardi.

In tutto questo non bisogna dimenticare la politica monetaria della Cina, che ha portato ad una forte rivalutazione dello yuan rispetto al dollaro, sostenuta anche dall’ingresso nel mercato cinese degli investimenti esteri in seguito alla deregolamentazione di tutto il settore finanziario.
Il governo cinese ha infatti lanciato sul mercato una Ipo verso la Banca Centrale, privatizzandola in parte, facendo così incetta di capitali sul mercato ma dando parte della ricchezza nazionale ai nuovi protagonisti privati esteri che stanno ora penetrando l’economia cinese. Per cui, la vecchia economia cinese “comunista” si appresta a conquistare il ruolo della più grande economia “capitalista”, e per tale motivo diventerà obiettivo di colonizzazioni da parte dei grandi fondi di investimento che ivi sbarcano per fare gran bottino di capitali.
Abbiamo assistito in questi ultimi mesi a forti speculazioni che in poche battute avrebbero provocato il crollo delle borse asiatiche, nonché ad un vero e proprio attacco terroristico al cuore della finanza Indiana probabilmente per coprire movimenti illeciti e occulti di capitali, o per agevolare le stesse manovre speculative. Molte possono essere le ipotesi al riguardo, tuttavia il dato di fatto da cui è possibile partire è l’avvento dell’economia che avrà come suo controvalore le merci, l’acqua e l’energia. Questi sono i settori su cui si imperniano gli investimenti delle più grandi Banche d’Affari internazionali, che spingono verso la privatizzazione delle infrastrutture e dei trasporti, per il controllo dei porti e le aree di sbocco verso il mare e le grandi rotte provenienti dall’Oriente. Se la Cina detiene il controllo di uno di questi settori, è un nemico per l’Occidente, e va combattuto.


La guerra di resistenza dell’America nei confronti della Cina sta avvenendo con ogni mezzo, mediante le pressioni che spingevano alla rivalutazione dello yuan, mediante l’ingresso degli Hedge Found sui mercati di investimento, e mediante l’acquisizione dei beni statali ora prossimi alla privatizzazione. In questo si incastra perfettamente la manovra di controllo geopolica nell’Area mediorientale volta a fermare l’Iran e bloccare gli sbocchi sulle grandi rotte della Cina.

Ciò che forse non sembra a tutti evidente, è che le lobbies dell’Alta Finanza stanno prendendo la Cina utilizzando le stesse armi di sempre: l’incursione è impercettibile ma costante, perché si vuole rendere anche questa economia debole e smaterializzata. La grande provvista di valute e titoli denominati in dollari può rivelarsi un’arma a doppio taglio, perché lega indissolubilmente il destino della vittima al proprio carnefice: se crolla uno, crolla anche l’altro. Per cui se la guerra non fermerà la Cina, forse lo faranno i Fondi di Investimento con le loro speculazioni, o le Banche d’Affari che pian piano compreranno il patrimonio statale privatizzato. Ciò a cui abbiamo assistito nei mesi scorsi sui mercati asiatici può rivelarsi anche solo una prova tecnica, un primo segnale di quello che potrebbe accadere se l’America venisse meno.