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I limiti dello scetticismo

di Luigi Pareyson - 20/10/2005

Fonte: avvenire.it

 

«Non riduciamo la storia della filosofia a una filastrocca di opinioni, esiste una oggettività anche se molteplice»«I veri ostacoli sono il fondamentalismo nella scienza, nella religione e nella politica, ovvero le ideologie»

Il mio punto di partenza è stato duplice: il problema della molteplicità storica delle filosofie e l'analisi dell'esperienza estetica. Se non vogliamo ridurre la storia della filosofia a una filastrocca di opinioni, dobbiamo supporre che la verità, di per sé unica, possa esser oggetto d'una conoscenza molteplice, anzi infinita, ma non per questo meramente approssimativa o parziale; sì da evitare tanto l'intollerante fanatismo della filosofia unica quanto il cinico scetticismo della verità relativa. Analogamente ogni opera d'arte suscita, anzi esige infinite esecuzioni, sempre nuove e diverse, senza privilegiarne nessuna in particolare, ma senza nemmeno dissolversi in ciascuna di esse. Ecco due casi in cui unica spiegazione è l'interpretazione, intesa come conoscenza che in quanto personale e storica è costituzionalmente molteplice, ma che non per questa sua molteplicità dissolve o vanifica la realtà unica e indipendente del suo oggetto.
Ora il concetto di interpretazione, così inteso, è in grado di spiegare tutti i più diversi aspetti dell'esperienza umana; e ciò accade perché essa rappresenta in realtà la condizione stessa dell'uomo: l'interpretazione, intesa come solidarietà originaria fra la persona e la verità, s'identifica col rapporto che lega l'uomo all'essere. (...)
A parer mio, il concetto di interpretazione, così identificato con la condizione umana, significa essenzialmente due cose. Anzitutto, in polemica sia con lo storicismo ancora vigente sia con la metafisica ontica e oggettiva, il tempo non dev'essere considerato come la soppressione della verità, ma piuttosto come l'unica via d'accesso ad essa: la verità è accessibile solo all'interno dell'interpretazione storica che se ne dà. In secondo luogo, in polemica sia col prassismo imperante sia con un inerte contemplativismo, bisogna convincersi che non tutto è fatto dall'uomo, il quale ha a che fare con realtà che deve saper riconoscere e rispettare, cioè, appunto, interpretare; ma non per que sto si può dire che non gli resti nulla da fare, perché l'interpretazione, accanto all'aspetto della fedeltà, possiede anche un aspetto personale e innovatore. Insomma: la pienezza dell'operosità umana non si realizza certo nella semplice accettazione, inerte ed estrinseca, ma nemmeno nella pura prassi, che in fondo è sempre sopraffattrice e violenta: si realizza piuttosto in un atteggiamento che sa congiungere inseparabilmente la fedeltà dell'essere e l'impegno della libertà. Una filosofia che voglia render conto dell'operosità umana culmina dunque in una 'ontologia della libertà' - ed è questo il tema delle ricerche che sto ora concludendo -: essere e libertà sono i due poli dell'operosità dell'uomo, la quale mai è così produttiva come quando è attiva e recettiva insieme, inseparabilmente.
Così stando, lo scopo del libro è la difesa della filosofia dall'invadenza sempre più prepotente della scienza, della religione e della politica. Scienza, religione, politica sono di per sé compatibilissime con la filosofia, con la quale anzi possono collaborare con vantaggio di tutti; ma quando sconfinano dal loro campo, in cui solo la filosofia è in grado di contenerle, tralignano dalla loro stessa natura, assolutizzandosi in scientismo, fideismo, pampoliticismo. Sono appunto questi i caratteri del mondo attuale: la superstizione scientifica, il fanatismo religioso, il trionfo dell'ideologia: tutti effetti di quella strumentalizzazione del pensiero che culmina nelle forme oggi imperanti di prassismo e di tecnicismo. Il pensiero tecnico, come razionalità vuota e quindi mistificante, è per natura sua ideologico: il suo carattere meramente espressivo lo rende incapace di raggiungere il suo stesso scopo, ch'è di mutare la situazione storica, mutamento possibile solo se la situazione storica viene in qualche modo trascesa (ma non per questo abbandonata o cancellata).
Contro il pensiero tecnico si tratta di rivendicare il pensiero rivelativo, cioè di richiamare il pensiero alla s ua autentica funzione di verità. Ma la verità dev'essere concepita in modo veramente critico, che la rende accettabile all'uomo d'oggi, così esigente e smaliziato: per un verso immersa nella storia, cioè restia ad offrirsi alla mera contemplazione e accessibile a una pluralità di prospettive; eppure per l'altro verso ben salda nella sua ulteriorità senza figura, che le permette di esigere un impegno totale senza annullarsi nella pura prassi e di moltiplicarsi infinitamente senza svanire nel relativismo.