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La verità nascosta sul petrolio

di redazionale - 03/11/2006



Fu il “colonnello” Edwin Drake a compiere la prima trivellazione petrolifera nel 1859. Il suo grado militare era tanto improbabile quanto le condizioni in cui avvenne l’evento.
Alcuni investitori, sfidando lo scetticismo generale, erano convinti che il petrolio potesse avere un uso, un avvenire... e degli sbocchi commerciali. Acquistarono dunque una minuscola concessione situata all’interno di un podere, a Titusville, nel nord della Pennsylvania, vicino alla frontiera canadese. Si trattava di un villaggio a malapena indicato sulla mappa, e i suoi 125 abitanti versavano nelle più misere delle condizioni. Come Drake quando raggiunse questo arretrato paese. Egli, infatti, era un ex conducente di locomotive, congedato a 38 anni per cattivo stato di salute; venne reclutato dai proprietari della concessione perché era il solo a credere nel successo e nella potenzialità del progetto ma anche, dettaglio poco conosciuto, perché aveva seguito un corso da trivellatore... in Francia, a Pechelbronn, in Alsazia.
Quasi nessuno considerava la possibilità di estrarre il petrolio dal sottosuolo, pompandolo come si faceva per l’acqua. Drake era particolarmente testardo. Cominciò le sue esplorazioni nella primavera del 1858: progettò una torre di trivellazione basata sul semplice assemblaggio di un bastone di legno con una trivella a bilanciere, mossa da un movimento alternato verticale. Dovette interrompersi durante l’inverno a causa del cattivo tempo ma, con la bella stagione, riprese i suoi esperimenti che continuarono a rivelarsi infruttuosi. Alla fine dell’agosto 1859, i finanziatori della società Seneca Oil Company, esasperati dalla continua perdita di denaro, gli inviarono una lettera con l’ordine di terminare le trivellazioni. La sera del 29 agosto, prima che gli venisse recapitata la lettera, il falso colonnello, divenuto prospettore, stava vedendo il petrolio sgorgare da un buco della profondità di 20 metri .

Il petrolio costa meno
dell’acqua
Gli azionisti della Seneca acquistarono immediatamente i terreni circostanti, ma la notizia della scoperta si propagò come un’onda d’urto e i prospettori affluirono a fiotti. Ribattezzata “Oil Creek” (La valle del petrolio), la regione era degna del suo nome e offriva il deprimente spettacolo di uomini che sguazzavano, tra le torri di trivellazione, in un mare di fango, petrolio e detriti. Nei primi anni a seguire venne imposta una legge intangibile che per lungo tempo dominò l’universo dell’oro nero: il mercato del petrolio si basa sulla domanda.
L’anno seguente alla scoperta di Drake, il prezzo del petrolio raggiunse l’impressionante cifra di 20 dollari al barile ma, a causa dell’inesistenza di significativi sbocchi commerciali, il prezzo scese rapidamente. Nel 1861 il barile non valeva più di 10 centesimi e il prezzo scese ancora, fino a rendere il petrolio un prodotto meno caro dell’acqua.
Eppure, nello stesso momento, un uomo di ventisei anni, un ex contabile dal fisico austero e ripugnante, stava creando una società, la Standard Oil, che avrebbe dominato il mercato mondiale del petrolio e reso John D. Rockefeller l’uomo più ricco del Pianeta. I numerosi produttori e raffinatori si erano scavati la fossa affidandosi a una concorrenza selvaggia che aveva generato una situazione di sovrapproduzione. Da padrone del gioco, Rockfeller assaporò la loro sconfitta dicendo: “Le persone coraggiose, se avessero prodotto meno petrolio di quello richiesto, ne avrebbero ricavato il prezzo massimo; se avessero prodotto meno petrolio di quello che la gente richiedeva, nessun espediente al mondo avrebbe potuto sfuggire a questo fenomeno”.
Una delle vittime di questo sistema fu proprio la Seneca Oil. Nel 1864. La compagnia licenziò Edwin Drake con un’indennità di 731 dollari.
Costui visse il resto della sua esistenza in profonda miseria e morì qualche anno più tardi quasi completamente invalido.
L’impressionante ascesa di Rockefeller e la fine patetica di Drake illustrano altre due regole intangibili dell’universo petrolifero: con la sola eccezione di Paul Getty, tutti coloro che hanno fatto fortuna in quest’industria non si sono mai avvicinati a un pozzo petrolifero, dimostrando al contrario una totale ingratitudine verso gli uomini che operano sul campo, i prospettori, ai quali devono la loro ricchezza.

Il mondo consuma 6 milioni
di tonnellate di petrolio
Interessante fu anche il caso di un ricco avventuriero londinese, William Knox d’Arcy, che nel 1901 ottenne dallo Scià di Persia una concessione che copriva i cinque sesti delle sue proprietà, ossia 770.000 km2, una superficie superiore a quella del Texas. Knox d’Arcy intraprese solo due viaggi in quella regione, oltre a una crociera sul Nilo, per incontrare il sovrano iraniano.
La compagnia che nacque nel 1908, l’Anglo-Persian Company, deve tutto il suo successo alla formidabile caparbietà del prospettore C.B. Reynolds, che affrontò la natura ostile e le epidemie senza che Knox d’Arcy dimostrasse la minima riconoscenza.
Il governo britannico seguì da vicino i successi delle trivellazioni sul suolo persiano e alcuni reggimenti dell’esercito delle Indie vennero trasferiti per proteggere i giacimenti e le squadre. Per la prima volta nella storia moderna, il petrolio divenne quello che non cesserà più di essere: un affare strategico, una priorità di sicurezza nazionale, un asso nella manica militare.
Il primo rappresentante politico a capire il triplo valore del petrolio fu Winston Churchill che, nel 1911, ricopriva l’incarico di primo Lord dell’Ammiragliato. Prendendo la parola il 17 luglio 1913 davanti al Parlamento, dichiarò: “Noi dobbiamo diventare proprietari [dell’AngloIranian], o almeno avere il controllo della fonte per la quantità di greggio di cui abbiamo bisogno”.
Il 17 giugno 1914, il progetto presentato al Parlamento prevedeva un investimento governativo di 2,2 milioni di libbre in cambio del 51% della compagnia; un altro accordo, i cui termini rimarranno segreti, decretò che la marina militare, che aveva appena sostituito sulle sue navi il carbone con il gasolio, ottenesse un rifornimento ventennale di petrolio.
La futura BP si preparava alla competizione con la Standard Oil di Rockefeller e con il gruppo anglo-olandese Shell. Nel 1914, il petrolio era già oggetto di trattative, nonostante il consumo mondiale non superasse i 6 milioni di tonnellate, mentre il carbone che ormai non rappresentava più la risorsa-energetica dominante, non attirava né desideri né brame di potere.
Il mondo sembrava aver scoperto nel petrolio l’elisir perfetto in grado di esaudire tutti i desideri e soddisfare tutti gli appetiti: con un costo di produzione irrisorio, il petrolio generava benefici colossali e, proprio per questo, è divenuto un fattore determinante di accelerazione del progresso.

170 km di strada asfaltata
Nel 1900, i giornali esaltavano il “coraggio personale” di Theodore Roosevelt. Fu il primo Presidente degli Stati Uniti a guidare un’automobile, pur sapendo sempre equilibrare audacia e prudenza: per tre anni fece seguire il suo veicolo da un calesse tirato da cavalli, in caso di guasti o incidenti. All’inizio del secolo, l’America era il primo produttore mondiale di petrolio, ma possedeva solo 170 km di strada asfaltata sulla quale circolavano 8000 vetture, dotate di un sistema frenante insicuro, causa di numerosi incidenti.
Nel 1908, Henry Ford lanciò il suo famoso modello T che, così come recitava lo slogan, era “la macchina di cui ciascuno potrà scegliere il colore, a condizione che sia nero”. All’epoca non erano sufficienti 18 operazioni per costruire un’automobile, ma 7.882. Ford, nella sua autobiografia, precisa che, di queste 7.882 operazioni, 949 necessitavano di “uomini vigorosi, robusti e praticamente perfetti dal punto di vista fisico”, 3.338 richiedevano uomini di una forza fisica “semplicemente normale”, quasi tutto le altre potevano essere affidate a “delle donne e/o a degli adolescenti”.
Ford aggiunge freddamente: “Abbiamo constatato che 670 operazioni possono essere realizzate da persone senza gambe, 2.637 da persone prive di una gamba sola, 2 da uomini dalle braccia amputate, 715 da persone monche e 10 da ciechi”. Detto altrimenti, per il lavoro specializzato non occorre un uomo intero: un pezzo di uomo può essere sufficiente. Una constatazione tanto cinica interpreta il lavoro specializzato nei suoi limiti più estremi.
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