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L'America di Lars von Trier

di Aldo Garzia - 07/11/2005

Fonte: aprileonline.info

 
In ''Manderlay'', l'ultimo film, il regista danese prende di mira la
schiavitù e il modello democratico degli Stati Uniti. Una provocazione
che a molti non piace


Da qualche tempo Lars von Trier si è dato un obiettivo molto ambizioso: descrivere e raccontare le radici degli Stati Uniti e del
suo sistema economico. Così facendo, finisce per indagare sulle forme di potere e di dominio più sofisticate della contemporaneità.
Dopo "Dogville", straordinario film che ha rotto tutte le regole della scenografia riattualizzando le lezioni drammaturgiche di Bertold
Brecht, ora tocca a "Manderlay" in attesa che l'ideale trilogia termini con un nuovo film.
Ipocrisia, perdono, doppia morale, arroganza e violenza erano stati al centro di "Dogville" con un finale a sorpresa e a colpi di mitra. Con
"Manderlay", è questa volta il razzismo dell'America del sud a finire sotto i raggi della cinepresa con una fotografia di nuovo unica e
folgorante nelle sue luci e ombre. Entrambe le pellicole sono attraversate da un filo conduttore: l'evoluzione della personalità di
Grace, la cui ingenuità assomiglia a quella di "cappuccetto rosso" alle prese con il lupo della nascente società moderna americana (i
capelli rossi della protagonista sono un'indicazione di lettura). Le riprese di quest'ultimo film, com'era accaduto per "Dogville", sono
avvenute negli studi Trollhattan in Svezia, dove è stata ricreata la scarna scenografia disegnata con strisce nere su fondo bianco.
"Manderlay" è inoltre una coproduzione tra Francia, Svezia, Germania, Inghilterra e Olanda che hanno offerto un budget di 86 milioni di
corone danesi (circa 11 milioni di euro).
Il tentativo di "Dogville" e "Manderlay" è pure quello di scarnificare il tradizionale linguaggio cinematografico (von Trier è promotore del
manifesto "Dogma" dove si ipotizza un cinema-fusionale). In questo modo, il film ci conduce al nocciolo della storia eliminando tutti gli
artefici della messa in scena. Pareti, porte e sfondi d'ambiente sono tutti ipotetici, come la trovata iniziale e finale del film dove la
protagonista Grace (Bryce Dallas Howard e non più Nicole Kidman che non tollera i metodi autoritari del regista) attraversa una carta
geografica in arrivo e in fuga dalla località del film.
Ma la forza del nuovo linguaggio di von Trier fa tutt'uno con le tesi su cui si basa la sua trilogia. Grace questa volta fa tappa a
Manderlay (Alabama), una piantagione di cotone dove i bianchi vessano i negri segregandoli in schiavitù nonostante siano passati
settant'anni dalla fine ufficiale dello schiavismo. Siamo nel 1933, fame e miseria si confondono sulla scena. Grace, con l'aiuto di alcuni
gangster della banda del padre, si ferma nella piantagione per introdurvi le regole della democrazia e dell'uguaglianza primordiale
tra uomini e donne di ogni colore della pelle. Lei avverte un "obbligo morale" che la spinge a cambiare l'ordine della piccola comunità.
Grazie a Grace, bianchi e neri iniziano a vivere insieme con gli stessi diritti, nonostante le vecchie regole contenute nel librone di
Mam (Lauren Bacall), la donna-padrone.
A Manderlay il nuovo ordine democratico si rivela solo apparente. Il gruppo di ex schiavi non è poi così felice della libertà che ha
acquisito senza neppure combattere. E' da qui che parte la provocazione di von Trier, com'era avvenuto in "Dogville": lotta
sociale e evoluzionismo altrettanto sociale si confondono subito con le regole del gioco (il celebre motto "una testa un voto"), sfiorando
l'elogio dell'anarchia e la sottolineatura del paradosso per cui i neri, come ogni gruppo sociale, necessitano di qualcuno che li metta
in riga.
Sono gli ex schiavi a chiederlo, sconfiggendo la buona volontà di Grace che abbandonerà Manderlay dopo aver preso a colpi di
frusta un negro bugiardo con cui ha pure fatto l'amore.
Il film si chiude con i titoli di coda accompagnati da alcune foto agghiaccianti, che poi sono un pezzo di storia d'America: militanti
incappucciati del Klu Klux Klan, rivolte di neri americani, pestaggi della polizia nei quartieri ghetto, Malcom X e Martin Luther King che
tengono comizi e poi vengono ammazzati.
Il regista danese è stato messo sotto accusa dai critici (l'ultima volta è accaduto a Cannes pochi mesi fa, dov'era in concorso proprio
con "Manderlay") perché ha la pretesa di occuparsi degli Stati Uniti senza averli mai visitati. L'irascibile von Trier, famoso per la sua
genialità ma pure per la spigolosità del carattere, ha ribattuto da par suo: "Perché dovrei andare in America, dal momento che l'Europa è
piena di America? Basta accendere un televisore, ascoltare della musica alla radio o andare al cinema. L'America la conosco benissimo".

In effetti, siamo una piccola colonia della cultura americana (e non solo della sua politica) con tutto il bene e tutto il male che questo
significa.
Le visioni di Lars von Trier sugli Stati Uniti danno il capogiro. Ai più – chissà orfani dell'ironia di Spike Lee – non piace la cruda
descrizione che ne fa per immagini e dialoghi. A molti, forse la maggioranza degli spettatori, il suo rifiuto delle norme e lo
svelamento delle regole della democrazia americana appaiono un'esagerazione cinica e senza sbocchi. Ma meravigliarsi della
radicalità del cinema di questo neppure cinquantenne di Copenaghen significa non conoscere la sua linea di ricerca. Da "Europa" (1991) a
"Le onde del destino" (1996), da "Il regno" (1997) a "Dancer in the dark" (2000), lui ha scelto di indagare sui sentimenti più estremi
degli individui e della collettività a cui danno forma. Con "Dogville" e "Manderlay" non fa altro che andare alle radici di quello che noi
siamo soliti analizzare solo come comportamenti sociali e politici.
Del resto, gli ideali maestri di Lars von Trier sono Carl Th. Dreyer e Ingmar Bergman.
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