Chicken's game
di Enrico Tomaselli - 09/04/2026

Fonte: Giubbe rosse
Alcune considerazioni a caldo, sull’ultima novità nel conflitto mediorientale.
Nell’immediato, la notizia di queste due settimane di cessate il fuoco ha avuto un duplice effetto: una flessione del prezzo del petrolio (tutto sommato inferiore a quella che ci si sarebbe potuti aspettare) e soprattutto l’offuscamento mediatico del colossale flop dell’operazione statunitense ad Isfahan. E, ovviamente, ha rappresentato l’ennesima via d’uscita dal cul de sac in cui Trump s’era cacciato ancora una volta.
Al di là del trionfalismo statunitense, e di quello ancor più ridicolo degli emiratini, l’essere passati nel giro di poche ore dal “distruggeremo la vostra civiltà” al “negoziamo”, per di più accettando come base i 10 punti proposti da Teheran, è inequivocabilmente segno di una sconfitta. Ma questo non significa in alcun modo che si arriverà ad un accordo di pace definitivo, o anche solo duraturo. Il conflitto tra Israele ed Iran, e soprattutto quello tra Stati Uniti e paesi leader del multilateralismo – di cui quello con la Repubblica Islamica è parte – non finisce adesso, e tanto meno così. Nella migliore delle ipotesi, stabilisce una tregua. Quanto duratura, si vedrà.
Che nel corso di queste due settimane si possa giungere ad un qualche accordo mi sembra improbabile, poiché Trump ha detto di accettare i 10 punti iraniani come base solo per convincere Teheran, ma in sede di negoziato ritireranno sicuramente fuori le loro richieste massimaliste. L’obiettivo non è concludere un accordo – che comunque sarebbero pronti a stracciare anche domani, se lo ritenessero opportuno – ma avviare un percorso che consenta una exit strategy quanto più indolore possibile. L’esperienza del negoziato con la Russia, per la guerra in Ucraina, insegna che anche quando Washington vuole effettivamente sganciarsi, non è disposta a pagare praticamente alcun prezzo; e se la controparte non è disposta a concedere nulla di sostanziale, punta a diluire il conflitto facendo impantanare il negoziato. Assai probabile che assisteremo a qualcosa di simile anche in questo caso.
Oltretutto, queste due settimane portano praticamente a ridosso del voto del Congresso sul proseguimento o meno dell’azione militare avviata dal Presidente, che quasi sicuramente ne sancirà lo stop. Il che libera in qualche modo Trump dalla necessità di siglare un accordo.
Ovviamente, ci sono un paio di nodi in particolare che rendono estremamente improbabile il raggiungimento di un’intesa, sia pure temporanea. In primo piano, la questione della presenza militare statunitense nella regione. Anche se probabilmente gli USA potrebbero arretrare il loro schieramento, spostandone il centro di gravità dal Golfo Persico al Medio Oriente (Giordania, Siria, magari Israele), accettare di smantellare formalmente la basi (sul piano sostanziale hanno già provveduto i missili iraniani) sarebbe dura da digerire. E non c’è molto spazio per una mediazione, su questo punto. Altro ostacolo potrebbe essere la questione libanese. Il punto non è tanto l’accettazione del cessate il fuoco da parte israeliana; i colpi subiti in poco più di un mese sono considerevoli, e solo pochi giorni fa il capo di stato maggiore dell’IDF parlava di un esercito sull’orlo del collasso. E del resto, Tel Aviv farebbe come dopo il cessate il fuoco del dicembre 2024, cioè fermerebbe sostanzialmente i combattimenti ma poi continuerebbe a violarlo continuamente con attacchi aerei ed omicidi mirati. Il nodo sarebbe il ritiro o meno delle forze israeliane dal territorio libanese. Per ragioni speculari, né Hezbollah né l’IDF possono cedere su questo punto.
Che, tra l’altro, diventerà uno dei piani in cui si verificherà effettivamente la vera natura del rapporto tra Washington e Tel Aviv. Come dico da tempo, pensare ad Israele che comanda – tramite influenza o ricatto – sugli Stati Uniti, è una semplificazione ingenua, che finisce col mistificare la realtà. Sicuramente c’è una considerevole capacità di influenza, ed anche una non indifferente capacità di manipolazione, ma il comando è assolutamente statunitense. E si è visto anche in questo caso. Israele avrebbe voluto continuare la guerra sino allo stremo, ed invece deve accettare il cessate il fuoco. E non sarà neanche presente al negoziato, che verrà gestito al massimo vertice da Vance e Ghalibaf. Anche l’inserimento del Libano nell’accordo è stato deciso da Trump, poiché era posto come condizione da Teheran. Si tratta ora di vedere quanto Netanyahu – la cui carriera politica è ora ad un punto critico – riuscirà a smorzare i termini di una trattativa che lo vede fuori.
Ma indipendentemente da quali saranno – o meno – gli accordi stabiliti negli incontri al vertice ad Islamabad, altre questioni sono già storicizzate, ed altre pendono.
La cosa forse più importante di tutte è quella relativa allo Stretto di Hormuz. La cui navigazione era assolutamente libera prima dell’aggressione statunitense, che successivamente la narrazione americana ha cercato di trasformare da effetto della guerra in condizione per la sua fine, e che invece si conclude con un riconoscimento di fatto dell’autorità iraniana (sia pure in condominio col piccolo Oman), che potrà d’ora in avanti esigere una cospicua tassa di transito. E che, con ogni probabilità, non solo non sarà uguale per tutti, ma soprattutto potrebbe non essere pagata in dollari ma in yuan. Già questo fatto, da solo, non solo costituisce una sconfitta epocale, ma rappresenta un fallimento strategico clamoroso. Non solo infatti la guerra non ha prodotto alcuno dei risultati auspicati (regime change, fine delle capacità nucleari iraniane, drastica riduzione dell’arsenale missilistico…), ma addirittura si conclude con un cambiamento dei rapporti di forza globali, diretta conseguenza degli errori commessi dagli Stati Uniti. Anche se ciò non fa dell’Iran, come qualcuno ha detto, la quarta potenza mondiale, di sicuro ne fa la prima potenza in Asia Occidentale. E, cosa forse ancor più significativa, ne rilancia l’importanza nel panorama del multilateralismo. Il suo ruolo nei BRICS+ o nella SCO ne esce significativamente rafforzato, ed anche nei rapporti bilaterali con Mosca e Pechino il peso di Teheran è oggi maggiore di quello di un mese fa. Altra questione, in questo caso aperta, è come si posizioneranno i paesi arabi del Golfo. Che di sicuro stanno masticando amaro, ma che – dopo aver dovuto constatare come la protezione statunitense si sia in effetti rivelata inconsistente, e comunque subordinata agli interessi prioritari di Israele – oggi devono prendere atto che Washington ha nuovamente agito ignorandoli completamente, e mettendoli di fronte al fatto compiuto. Per le petromonarchie si pone quindi una duplice questione: come regolare i rapporti con gli Stati Uniti (in termini di difesa, ma anche in termini di investimenti del proprio surplus e, last but not least, di fedeltà al dollaro come valuta principe per le transazioni petrolifere), così come con l’Iran stesso. Il che, a margine ma nemmeno tanto, significa anche con Israele. È chiaro come gli avvenimenti abbiano seppellito per sempre gli Accordi di Abramo, che erano la cornice immaginata a Washington per tenere insieme le armi israeliane ed il petrolio arabo; un quadro che, dal punto di vista dei sauditi e degli altri, trovava un senso nell’ambito di un rapporto privilegiato con gli Stati Uniti e nel riconoscimento di Israele come potenza regionale dominante. Due elementi, questi, spazzati via dal conflitto. In termini più generali, quindi proiettati fuori dall’ambito regionale, se già la crisi aveva prodotto un significativo raffreddamento dei rapporti tra i paesi vassalli e l’impero americano – e più ampiamente, aveva mostrato agli altri paesi come la politica statunitense sia ormai caratterizzata dall’irresponsabilità – il suo prevedibile esito, cioè la sconfitta politico-militare ed il conseguente stop strategico, non fa che approfondire i dissidi e le diffidenze.
Assai interessante, sotto questo punto di vista, è come tutto ciò si rifletta sul rapporto tra Stati Uniti e Cina. Washington, dopo aver messo a segno la sottomissione del Venezuela, aveva programmato di replicare il successo con l’Iran, per poi andare a Pechino con in mano tutte le carte per dettare le condizioni. Ma la Cina ha prima aiutato la Repubblica Islamica a resistere all’aggressione, e poi ha svolto un ruolo fondamentale (anche se dietro le quinte del Pakistan) nel rendere possibile l’apertura di questa finestra di opportunità, che vale sia per il cessate il fuoco in sé, sia – come già detto – quale possibile exit strategy per gli USA. A questo punto, quando Trump andrà a Pechino il prossimo maggio, non solo non avrà in mano le carte che sperava di avere, ma si troverà dinanzi un Xi Jinping che prima ha contribuito a sconfiggerlo, e poi gli ha offerto una via d’uscita. Tutto ciò, indipendentemente dalle sorti politiche di Trump sul breve e medio periodo (quindi quale che sia l’esito delle elezioni di midterm), rappresenta un significativo stop alle pretenziose ambizioni degli Stati Uniti, ed un ridimensionamento del loro peso strategico, che con ogni probabilità si ripercuoterà su ogni altro quadrante della scacchiera globale – a cominciare dal conflitto in Ucraina e dal rapporto con la Russia.
L’avventura iraniana, insomma, sta cominciando solo adesso a spandere i suoi effetti, che continueranno ad allargarsi ancora a lungo. Vedremo se e quanto a Washington riusciranno a mitigarli.
Donald Trump, molto probabilmente eccitato dal successo a Caracas, e mal consigliato dal suo amico Netanyahu, ha deciso di lanciarsi contro l’Iran, convinto di avere tutto ciò che occorre per vincere la sfida. Ma alla fine è stato lui – ruggito da leone ma cuore da coniglio – a sterzare all’ultimo momento, per paura dell’impatto. Confermando quel che in fondo sapevano tutti. È lui il pollo.
ISRAELE AL BIVIO
Come si può interpretare l’attacco israeliano contro il Libano, che ha provocato oltre 250 morti in pochi minuti, a cessate il fuoco già iniziato, e che tra l’altro aveva come obiettivo - fortunatamente mancato - il nuovo leader di Hezbollah, Sheikh Naim Qassem?
Appare abbastanza evidente il tentativo di sabotare l’accordo proposto dal Pakistan ed accettato da Trump, o quanto meno di tenerne fuori la questione libanese. Così come è evidente come questo sia da collegare al disperato tentativo di Netanyahu di sfuggire alla resa dei conti finale: se la guerra si ferma, gli verrà immediatamente chiesto conto di tutto ciò che aveva promesso - e che è costato moltissimo agli israeliani - e che invece non ha ottenuto. Come da tradizione sionista, Tel Aviv cerca di provocare il nemico così da poterlo poi accusare di essere la causa del proseguimento della guerra. Un gioco malefico, perché basato sul calcolo che sia Hezbollah che l’Iran, a questo punto, bruciano dalla voglia di sommergere Israele di missili, impartendogli una lezione indimenticabile, ma che - al tempo stesso - sono consapevoli che questo è esattamente ciò che vorrebbero i capi sionisti, e quindi, pur con grande sofferenza e rabbia, non abboccheranno. Per Israele, si tratta pertanto di un gioco win-win: se reagiscono, cadono nella trappola, se non lo fanno incassano il colpo senza che Israele ne subisca le conseguenze.
Indubbiamente, la pazienza strategica dell’Asse della Resistenza deve essere formidabile... Ma di sicuro anche la memoria, e tutto verrà annotato per quando arriverà il momento opportuno.
Occorre però fare uno sforzo per mettere da parte la rabbia e l’indignazione, e provare a razionalizzare, cioè ad esaminare i fatti a mente fredda, non col cuore né con la pancia.
Questa mossa, infatti, a ben vedere è anche un segnale di grandissima difficoltà, se non proprio di disperazione. Non solo personale di Netanyahu - e della sua banda di criminal-ministri - ma di Israele in quanto stato. La scommessa del leader israeliano, infatti, è stata quella di trascinare gli Stati Uniti in un conflitto definitivo (o quanto meno lungamente risolutivo) con la Repubblica Islamica. Difficile dire quanto lui, ed il capo del Mossad, David Barnea, fossero realmente convinti delle fesserie che hanno raccontato a Trump per convincerlo che questa fosse l’opportunità giusta per gli Stati Uniti e per israele. Ma di sicuro erano fesserie, e infatti la guerra è andata talmente male che Trump non ha potuto fare a meno di cogliere la palla al balzo della proposta pakistana, essendo già da tempo alla disperata ricerca di una via d’uscita.
Che ora l’opposizione chieda la testa di Netanyahu fa parte delle - ahimè! - abituali miserie della politica occidentale, poiché sino a ieri erano tutti favorevoli alla guerra contro Teheran. Ma quando le cose vanno male ci vuole un capro espiatorio...
Il punto è che lo stato ebraico ha pagato un prezzo durissimo, in questa guerra, e si ritrova in una condizione di gran lunga peggiore - sotto ogni profilo - rispetto a solo un paio di mesi fa. Separare la questione libanese dal conflitto con l’Iran, quindi, diventa la carta disperata per cercare di portare a casa quantomeno un risultato, per piccolo e costoso che possa essere. Al tempo stesso, imboccare questa strada lo porta in rotta di collisione con gli Stati Uniti e, potenzialmente, con Trump personalmente - che com’è noto non ama essere sfidato, né tanto meno smaccatamente raggirato. La questione vera, quindi, non è tanto la reazione dell’Iran o di Hezbollah, ma quella statunitense. E, semplicemente, Trump non può permettersi di ricominciare la guerra per fare un favore a Netanyahu. Per il momento, sta cercando di tenere i piedi in due staffe, negando che il Libano rientri nell’accordo di cessate il fuoco, attribuendone la colpa ad Hezbollah, ma sa bene che invece questa è una delle condizioni affinché l’Iran accetti di negoziare. Quindi, probabilmente è un gioco che durerà poco. Israele, dal canto suo, non credo possa tirare troppo la corda, perché il rischio è una soluzione yemenita: gli Stati Uniti concordano in qualche modo una fine delle ostilità con l’Iran, ma lasciandone fuori il Libano e Israele. In quel caso, Netanyahu dovrebbe vedersela da solo con Teheran, mentre Trump si smarca. E non è una prospettiva praticabile, per Israele.
In ogni caso, credo che i vertici iraniani abbiano preso appunti per una prossima True Promise 5...
