Cresce il rischio di guerra tra l’Europa e la Russia (e noi balliamo sul Titanic)
di Giorgio Vitangeli - 16/07/2026

Fonte: Italicum
Europa e Russia stanno scivolando verso una guerra aperta. Lo ha ribadito il 28 maggio scorso Jeffrey Sachs, in una lettera diretta al cancelliere Merz e pubblicata sul Berliner Zeitung. Poiché essa non ha avuto eco alcuna sui “giornaloni” italiani, ne parliamo più diffusamente in seguito. Ma prima credo opportuno sottolineare due cose. La prima è ricordare chi è Jeffrey Sachs, la seconda riportare una ancor più recente dichiarazione del ministero degli esteri russo, Sergej Lavrov.
Jeffrey Sachs è un economista e saggista statunitense che è stato professore di economia alla prestigiosa Università di Harvard, direttore dell’Earth Institute delle Nazioni Unite alla Columbia University, consigliere speciale di vari capi di Stato e di governo nonché del Segretario generale delle Nazioni Unite ed è uno dei componenti della Pontificia Accademia di Scienze Sociali. Negli anni 2004 e 2005 la rivista Time lo ha inserito nella lista delle cento persone più influenti del nostro pianeta.
Dunque: non è certo un Carneade che parla a vanvera, per avere magari una citazione su un giornale. Al contrario, va preso terribilmente sul serio. Anche se (o meglio proprio perché) da tempo ha assunto su vari temi posizioni molto controcorrente. Ha affermato ad esempio- udite, udite!- che le proteste ed i disordini di piazza Maidan, in Ucraina, che portarono alle destituzione del presidente eletto Yanukovich, furono organizzati dalla CIA; che l’invasione russa dell’Ucraina è stata un gesto di difesa della Russia a seguito dell’allargamento senza freni della Nato ad Est (ed era stato promesso a Gorbaciov che non sarebbe avanzata neppure di un metro!). Naturalmente queste sue opinioni gli hanno scatenato contro in America le polemiche di qualche centinaio di economisti e di tutti i commentatori “ortodossi”. Ed è presumibile che gli abbiamo reso la vita molto più difficile. Il che, oltre ad esser manifestazione di onestà intellettuale, da maggior credito a quanto egli afferma
Ma vediamo ora le dichiarazioni più recenti ed ancor più preoccupanti del ministro degli esteri russo, Sergei Lavrov. «L’Unione Europea», ha detto, «sta costruendo tutti i propri sistemi di sicurezza in funzione antirussa». Non basta: «Secondo le nostre informazioni», ha aggiunto Lavrov, «il Regno Unito sta promuovendo l’idea di creare un’alleanza militare separata che coinvolga i più accesi russuofobi dell’attuale Unione Europea, con la partecipazione di Londra e dell’Ucraina». Insomma: una sorta di piccola Nato istituzionalmente e dichiaratamente antirussa. Sono, al momento, progetti in fase di discussione, di riflessione, di definizione delle idee. Ma Lavrov ha ritenuto opportuno ricordare che «uno scontro diretto tra la Nato e la Russia potrebbe rapidamente trasformarsi in uno scambio di attacchi nucleari, con conseguenze catastrofiche». Ed ha aggiunto che «ciò potrebbe accadere entro il 2030, per volontà dell’Europa».
Il 2030 è tra poco più di tre anni. Dunque: di questo passo, se non viene bloccata la tendenza in atto, rischiamo a breve una guerra atomica contro la Russia, e l’opinione pubblica europea sembra non rendersene conto. Come quei passeggeri che ballavano allegramente sul “Titanic” poco prima che affondasse. Il fatto che il bellicoso primo ministro inglese Starmer si sia dimesso non significa automaticamente che quei disegni saranno abbandonati, come qualcuno ha scritto. Quei propositi infatti hanno origine, non solo in Inghilterra, da forti poteri dello “Stato profondo” di cui i governi, chiunque ne sia a capo, sono spesso espressione e semplici esecutori.
Fra posizioni più radicali e deboli segnali di dialogo
In realtà sullo sfondo di una guerra in Ucraina che dura ormai da più di quattro anni, stiamo assistendo da un lato al radicalizzarsi delle posizioni, sia da parte europea che da parte russa, dall’altro all’emergere, da una parte e dall’altra, di tendenze all’apertura di un canale di comunicazione, se non proprio di un dialogo diplomatico.
A livello europeo già all’inizio di quest’anno i leader di Germania, Francia e Italia, hanno sottolineato che riaprire un dialogo con Mosca è necessario; più recentemente, cioè lo scorso maggio, il Presidente del Consiglio Europeo Antonio Costa ha ripetutamente sottolineato l’esigenza di avere un dialogo con la Russia, perché nella guerra d’Ucraina «l’UE ha interessi specifici che dovranno essere difesi. E non possono essere Trump e Putin a decidere da soli». E sembra anche che abbia preso l’iniziativa di aprire lui un canale informale con il Cremlino per esplorare le condizioni di una possibile pace negoziata. Iniziativa che ha però trovato già obiezioni in sede politica, ove si ribatte che a rappresentare l’Europa dovrà essere un personaggio di grande autorevolezza, concordemente scelto dai Paesi dell’Unione Europea. Si è anche obiettato che dovrà essere espresso da “una media potenza”. Espressione piuttosto vaga. Media potenza in relazione al contesto globale, e quindi tra i maggiori Paesi dell’UE, come sembra più logico, o media potenza all’interno della UE? Qualcuno ha già ipotizzato la candidatura di Mario Draghi, già presidente della Banca Centrale Europea nonché ex premier italiano. Ma al momento in cui scriviamo tutto è ancora nel porto delle nebbie. Anzi: il discorso sembra essersi arrestato. Ed i documenti ufficiali parlano tutt’altra lingua.
Ma i documenti ufficiali parlano un’altra lingua
Ad Evian all’ultima riunione del G7 (Stati Uniti, Germania, Francia, Italia, Inghilterra, Canada e Giappone) tutti e sette i Paesi hanno riaffermato “incrollabile sostegno all’Ucraina, nel difendere la sua libertà, sovranità e integrità territoriale”. Il che, se le parole hanno un senso, e se non sono solo espressioni retoriche, significa che un accordo con la Russia su quella base è impossibile, perché la Russia ha inserito nella sua Costituzione l’annessione della Crimea e delle regioni del Donbass (Donesk e Lugansk), oltre a Kherson e Zaporizhia, che ora sono parte della Federazione Russa. E non è pensabile che dopo oltre quattro anni di guerra e quasi mezzo milione di morti (secondo le stime della NATO), ora rinunci a tutto. Per Putin sarebbe una disfatta che ne decreterebbe anche la fine politica. Che con queste scelta l’Europa punti ad una continuazione della guerra ovviamente a Mosca è stato compreso e sottolineato: Yuri Ushakov, consigliere presidenziale ha dichiarato infatti: “Gli europei insistono chiaramente sul fatto che la guerra debba continuare, e sono guidati dalla premessa completamente errata che la situazione sul campo di battaglia stia cambiando a favore delle forze ucraine, il che è categoricamente falso”.
Non basta. Sempre nella riunione del G7 è stato concordato di aumentare gli aiuti militari all’Ucraina ed in particolare le sue capacità di difesa aerea, le capacità a lungo raggio (cioè di colpire con missili e droni all’interno del territorio russo), nonché l’ulteriore sostegno necessario per far superare al Paese le difficoltà dell’inverno. Il che, se le parole hanno un senso, lascia intendere che la guerra vada avanti ancora per tutto quest’anno, ed oltre. E l’Unione Europea da parte sua ha avviato la procedura per l’adesione dell’Ucraina e della Moldavia che, secondo il premier lettone Andris Kulbergs, «è già un potenziale membro dell’Unione Europea».
La Moldavia: una nuova Ucraina?
Sembra che nessuno si renda conto che la Moldavia rischia d’essere una nuova Ucraina, o è proprio questo che si vuole? Perché anch’essa ha una regione russofona, la Transnistria, che ormai da quasi quarant’anni (cioè dal 1990, quando collassò l’Unione Sovietica) ha dichiarato unilateralmente la propria indipendenza. Da allora ha creato un suo Stato, una sua moneta, un suo esercito, ma non è riconosciuta a livello internazionale. Legalmente perciò ancora farebbe parte della Moldavia, che la chiama infatti “Unità amministrativa della riva sinistra del Dnester”. Nel 1992 vi furono scontri armati tra l’esercito moldavo e le forze separatiste della Transnistria, che ospitava già allora la 14° Armata dell’Esercito sovietico ed ospita ancora truppe russe. Seguì un armistizio che ha congelato per oltre trent’anni la situazione. Ma è ovvio che se in Ucraina la situazione della Crimea e del Donbass non viene risolta a livello diplomatico, trovando una analoga soluzione per la Transnistria russofona, andare ora, col problema dell’annessione all’Unione Europea della Moldavia, a rimuovere quel vespaio, rischia di riaprirsi un altro conflitto senza fine.
Per quanto riguarda l’altra parte, cioè la Russia, la più recente dichiarazione, l’ultima settimana di giugno, è quella di Putin, che si è detto pronto a riaprire i colloqui di pace, sulla base dell’accordo raggiunto a Istanbul dell’aprile 2022. Quell’accordo (vedi l’articolo a parte) che il premier britannico Boris Johnson, precipitatosi a Kiev, convinse Zelensky a non firmare.
Da una parte e dall’altra
piovono terribili minacce
C’è chi ritiene che questa mossa di Putin sia stata rivolta a verificare quale sarebbe stata la reazione dell’elite russa davanti a una tale prospettiva. Se così fosse, non appare, per ora, che vi siano segnali positivi. Al contrario, sia da parte russa che ucraina abbondano segni di radicalizzazione e piovono minacce. Qualche esempio? «Non abbiamo nemmeno cominciato a fare sul serio. Colpiremo l’Ucraina come non mai, e raggiungeremo in pieno tutti i nostri obbiettivi», ha detto Lavrov. «Se brucia l’Ucraina brucerà anche Mosca», ha risposto Zelensky.
Questa dunque è l’atmosfera. E quanto all’ipotesi di una mediazione europea. «Tutte le speranze nell’Occidente come mediatore onesto sono fallite da tempo», è il commento del ministro degli esteri russo. E alla luce di quanto è accaduto nei decenni passati (vedi i sei punti elencati da Jeffrey Sachs) non si può dargli torto. Stando così le cose, l’allarme da lui lanciato sul rischio che si giunga ad una guerra aperta e non più per interposta Ucraina tra l’Europa e la Russia appare più che giustificato.
E veniamo così alla lettera aperta di Sachs al cancelliere tedesco, da cui abbiamo preso le mosse. Perché proprio al cancelliere tedesco? Perché Merz, sostiene Sachs, porta una responsabilità particolare: è in gioco il futuro dell’Europa e nessun altro Capo di governo europeo né a Parigi, né a Roma né a Varsavia dispone del peso della Germania per impedire la catastrofe.
Una pericolosa escalation
Gli ultimi giorni, egli sottolinea, nella guerra tra Ucraina e Russia hanno portato ad una pericolosa escalation che dovrebbe allarmare tutti gli europei. Entrambe le capitali ora sono sotto bombardamenti continui. Droni ucraini a lungo raggio hanno colpito in profondità Mosca. Gli attacchi russi contro Kiev si sono intensificati massicciamente. Droni ucraini sono penetrati nello spazio aereo degli Stati baltici, creando il rischio immediato di un incidente che potrebbe trascinare l’Europa nella guerra. Su istruzione del presidente Putin il ministro degli esteri Lavrov ha informato ufficialmente il segretario di Stato americano che le Forze Armate russe ora stanno conducendo attacchi sistematici e continuativi contro strutture e centri decisionali a Kiev, consigliano perciò agli Stati Uniti ed agli altri Paesi l’evacuazione del proprio personale diplomatico e dei propri cittadini dalla capitale ucraina. La strada per difendere l’Ucraina, afferma Sachs, non è la continuazione del massacro, ma una pace a condizioni accettabili per tutte le parti. E invece ci troviamo di fronte alla minaccia di una escalation con ancora più morti, ancora più distruzioni ed il rischio reale che la guerra si estenda oltre l’Ucraina.
A questo punto, prima di giungere alle conclusioni finali ed alle sue proposte Jeffrey Sachs fa, in sei punti, l’elenco dei fallimenti della politica estera tedesca verso la Russia, cominciando dalla riunificazione della Germania nel 1990. Li riportiamo a parte per tutta una serie di ragioni. Non ci risulta che nessun organo di stampa italiano, né tra i giornali più autorevoli, né tra quelli minori l’abbia pubblicato, e “pour cause”. Per trovare il testo completo, in italiano, della lettera aperta di Sachs siamo dovuti ricorrere alla stampa elvetica, e precisamente al quotidiano della Svizzera italiana “Ticino Live”.
L’elenco dei “fallimenti” della politica estera tedesca verso la Russia in realtà è l’elenco dettagliato e documentato delle promesse tradite, dei trattati violati, dei sabotaggi, delle mistificazionicon cui l’Occidente, o meglio gli Stati Uniti affiancati dal Regno Unito, hanno ingannato prima l’Unione Sovietica, quindi la Russia. Inganni, sabotaggi, mistificazioni che sono l’origine della situazione attuale, e la causa vera della guerra tra la Russia e l’Ucraina, appoggiata finanziariamente e militarmente dalla Nato. La colpa della Germania (e degli altri maggiori Paesi europei) è semmai quella di non aver avuto la forza e/o il coraggio di opporsi, pur essendo essi, e soprattutto la Germania, ad essere i più danneggiati. Consigliamo ai nostri lettori la più attenta lettura di quell’elenco in sei punti. Solo così potranno avere infatti una visione più completa degli eventi che hanno portato alla guerra, e concreti elementi di giudizio, ben al di là del semplicismo propagandistico su “aggressore”e “aggredito”.
La distruzione deliberata dell’economia tedesca (e di quella europea)
E veniamo all’appello che conclude la lettera, cioè alle proposte che Sachs avanza. Ma prima resta da dire di un ultimo capitoletto, intitolato “L’autodistruzione economica della Germania”, perché in realtà quella autodistruzione non è solo della Germania, ma è anche la nostra. Oltre alla prima catastrofe, quella della guerra che rischia di espandersi, sottolinea Sachs nella sua lettera aperta, se ne sta preparando una seconda: la distruzionedeliberata dell’economia tedesca di cui Berlino è insieme autore e vittima. L’industria tedesca, osserva, si basava sul commercio con la Russia. La distruzione del Nord Stream e la conseguente interruzione delle relazioni economiche tra Germania e Russia hanno costretto la Germania ad acquistare gas dagli Stati Uniti a prezzi molte volte superiori rispetto a quelli del gas fornito col Nord Streamdalla Russia. Questo, conclude Sachs, è suicidio industriale. L’industria chimica, siderurgica, del vetro e tutti i produttori ad alta intensità energetica, il fondamento del “mittelstand”, (le piccole e medie imprese spina dorsale dell’economia tedesca (n.d.r.) stanno perdendo ogni giorno competitività industriale. Posti di lavoro qualificati scompaiono dall’economia tedesca, ed il contribuente ed il consumatore tedeschi trasferiscono ricchezza nazionale ai produttori di gas americani in misura senza precedenti nell’Europa del dopoguerra. Inoltre il governo federale tedesco prevede un enorme riarmo – centinaia di miliardi di euro nel prossimo decennio- per prepararsi a una guerra che avrebbe potuto essere evitata con la diplomazia. Secondo Sachs la sfida centrale in questo decennio è la competitività nell’era digitale, nell’intelligenza artificiale, nello sviluppo di semiconduttori, nelle infrastrutture energetiche e nelle reti digitali ad alta velocità per restare una potenza economica di primo piano. Ed ogni euro destinato al riarmo e sottratto a questa sfida mina la capacità di raggiungere la prosperità. Discorso che, evidentemente, vale anche per l’Italia. Anche se, a dire il vero, formulato in questo modo a nostro giudizio diventa un po’ semplicistico. Una cosa infatti è se le spese per il riarmo consistono soprattutto in acquisto dalle industrie belliche americane, per giunta magari di prodotti di penultima generazione, un conto è se il riarmo riguarda le industrie belliche europee, magari con tecnologie avanzate “dual use”, cioè trasferibili anche alla produzione di beni per uso civile. Ed un conto è se il riarmo avviene nel quadro di una Nato ad egemonia americana, e quindi funzionale alla difesa degli interessi degli Stati Uniti, un altro è se esso è volto invece ad assicurare una capacità autonoma di difesa dell’Europa, e quindi il superamento del suo stato di “protettorato” degli Stati Uniti. Anche se, per la verità, quest’ultima appare oggi una soluzione ed una meta che la dirigenza politica attuale dei vari Paesi europei non mostra alcuna intenzione di voler perseguire.
Un discorso logico e saggio che appare libro dei sogni
Ed eccoci infine alle misure urgenti che Sachs suggerisce al cancelliere tedesco. In primo luogo avviare un dialogo con Putin, inviando il ministro degli esteri tedesco a Mosca o invitando a Berlino il ministro Lavrov. Occorre inoltre riaprire i canali dell’OCSE, e dire la verità all’opinione pubblica. Una pace negoziata, basata sulla neutralità dell’Ucraina è per lui la via realistica per uscire dalla catastrofe, ed il ripristino di normali relazioni economiche con la Russia è la via realistica per uscire dal declino industriale della Germania (e di tutta l’Europa, aggiungiamo noi). Infine c’è l’elenco delle altre condizioni per un accordo accettabile che la Germania dovrebbe proporre: stop ai combattimenti lungo una linea di cessate il fuoco, rinuncia all’uso della forza per risolvere le vertenze sui confini, rinuncia definitiva della Nato ad ogni ulteriore espansione ad Est, ripresa delle relazioni economiche tra Europa e Russia ponendo fine alla spirale bellica, ritorno dell’OCSE a forum centrale della sicurezza europea, fondata sul principio che essa è una ed indivisibile e non deve basarsi su blocchi militari contrapposti che dividono il continente europeo.
Sembra quello di Sachs un discorso razionale, logico e giusto. Purtroppo siamo stati spinti in uno scenario ed in un clima in cui appare invece come un libro dei sogni.
Germania-Russia: prove di dialogo (e di riallaccio del Nord Stream)
La spaccatura nella UE tra “falchi” e fazioni favorevoli ad un dialogo con la Russia si va ampliando, e cominciano a circolare voci secondo cui il gas russo tornerà a fluire verso l’Europa. Lo afferma una nota dell’Eir (Executive Intelligence Review) apparsa nel numero del 17 giugno, che apporta a sostegno tutta una serie di notizie, in larga parte passate sotto silenzio in Italia, o cui non è stato dato adeguato risalto.
Eccole, in sintesi. La prima è che Vladimir Putin è intervenuto al Forum economico di San Pietroburgo e si è offerto di ricominciare a rifornire di gas la Germania attraverso quello dei due gasdotti del Nord Stream che non è stato danneggiato nell’attacco terroristico. Il giorno dopo il presidente russo ha ricevuto Gerard Schröder al Cremlino. L’ex cancelliere tedesco è stato uno dei principali promotori del Nord Stream, ed agli osservatori non è sfuggito il nesso tra le due mosse.
Pochi giorni prima, cioè il 9 giugno, Alice Weidel, leader di Alternative für Deutschland, il maggior partito di opposizione, aveva tenuto una conferenza stampa nella quale ha chiesto espressamente di negoziare con Mosca il ripristino delle forniture di gas attraverso il Nord Stream. Non basta: la leader del partito di destra ha accusato espressamente l’Ucraina del sabotaggio del gasdotto, chiedendo un risarcimento per gli enormi danni causati all’economia tedesca. La sua richiesta si è basata su una sentenza della Corte dei Conti tedesca (la Bundesgerichtshof) , che pur senza nominarla espressamente, ha stabilito che l’Ucraina sia stata dietro il sabotaggio del Nord Stream. La sentenza peraltro è del gennaio scorso: Il fatto che allora nessuno abbia reagito, e che ora invece la leader di AfD chieda addirittura i danni (e chieda il ripristino delle forniture…) è, secondo l’Intelligence Review, il segno evidente di come in Germania, e non solo in Germania, stia cambiando l’aria, cioè il clima e le condizioni politiche. Secondo voci riportate dalla Rivista, sarebbero già in corso contatti segreti tra politici tedeschi e funzionari russi per riavviare le relazioni commerciali appena il nodo della guerra d’Ucraina verrà risolto. Tutt’altro che segreto è stato inoltre il viaggio a Mosca il 13 giugno di due parlamentari europei tedeschi, Michael von der Schulemburg e Ruth Firmenic che hanno incontrato diversi funzionari russi per discutere come ristabilire una forma di dialogo.
Quali considerazioni trarre da tutto ciò? Evidentemente sta evidenziandosi una spaccatura in seno all’Unione Europea riguarda ai rapporti con la Russia, e soprattutto riguardo al ritorno di forniture di gas a basso costo per le industrie europee. Da un lato ci sono i russuofobi che votano nuove sanzioni per la Russia e nuovi finanziamenti e forniture di armi per l’Ucraina, ed assicurano che la prevalenza dell’Ucraina è ormai evidente. Ma – ecco il punto - si comporterebbero come Trump, che canta vittoria sull’Iran per nascondere all’opinione pubblica interna una sostanziale sconfitta. Da c’è chi comincia a fare i conti con la realtà, e ne trae le conseguenze. Secondo tutti gli esperti infatti, anche se la guerra israelo-americana contro l’Iran fosse davvero conclusa (e non è ancora sicuro), anche se la navigazione nello stretto di Hormuz riprendesse regolarmente (ed anche questo ancora non è certo, ed occorrerà comunque sminare quel tratto di mare, e ci vorrà tempo) a livello mondiale le forniture di greggio e gas rimarranno ancora a lungo inferiori alla domanda, perché molti impianti vitali sono stati danneggiati, ed il ripristino sarà lungo. Ma se le industrie europee dovranno rifornirsi d’energia dagli Stati Uniti, a costi enormemente maggiorati, l’economia europea rischia il collasso.
E’ quella prospettiva incombente che, anche in Europa, a cominciare dalla Germania, sta rimettendo tutto in movimento.
