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La legge elettorale nella postdemocrazia plutocratica

di Roberto Pecchioli - 16/07/2026

La legge elettorale nella postdemocrazia plutocratica

Fonte: EreticaMente

«Che barba, che noia!» Il tormentone della grande Sandra Mondaini si attaglia perfettamente all’opinione corrente sulle leggi elettorali. La sconfitta del governo per un solo voto (segreto) su un emendamento teso a reintrodurre parzialmente le preferenze nella nuova, astrusa legge elettorale è stata accolta da urla di giubilo dell’opposizione – sempre in prima linea quando si tratta di restringere i diritti politici – e dal sogghigno di decine di franchi tiratori del centrodestra. Pensiamo che poche notizie abbiano destato maggior disinteresse, se si escludono le frange residuali di tifosi delle curve contrapposte. Per un verso gli italiani hanno ragione: dagli anni Novanta del secolo scorso i sistemi elettorali sono cambiati troppe volte senza mai risolvere il dilemma – tutto interno al sistema – se conti più la rappresentanza o la governabilità. Poiché la nostra si definisce una democrazia rappresentativa, sembrerebbe ovvio il primato del principio secondo cui i cittadini hanno il diritto di scegliere i propri deputati.
Dunque sì alle preferenze e soprattutto al sistema proporzionale. Invece no, poiché un altro tormentone – alimentato dai poteri davvero forti: finanza, economia e alte burocrazie transnazionali – impone la stabilità, ossia un sistema bloccato che non cambi al variare dei governi. Lo disse con sincerità Mario Draghi al tempo della sua avventura politica: è il pilota automatico delle scelte finanziarie, dei poteri non elettivi, dei fondi di investimento, delle oligarchie economiche, industriali e ora anche militari a determinare le scelte. Alternanza apparente senza alcuna alternativa. La gente lo ha capito, magari confusamente, e non segue le notizie sui sistemi elettorali; anzi, non va proprio a votare, convinta che poco cambierà e che la politica sia un problema, non una soluzione. Opinione assai fondata. Così i politici, camerieri e più spesso sguatteri dei poteri forti, se la cantano e se la suonano nell’indifferenza dei più.
Le elezioni sono una farsa, purtroppo, in tempi di post-democrazia e di plutocrazia compiuta, in cui vince chi rappresenta gli interessi dei più ricchi. I sistemi elettorali non sono più strumenti di espressione della volontà popolare, ma macchine di divisione e distrazione. Il sociologo Colin Crouch ha coniato il termine “post-democrazia”: le istituzioni democratiche permangono formalmente (si tengono elezioni, i partiti competono, persiste una certa libertà di parola), ma il dibattito è ridotto a uno spettacolo di marketing gestito da specialisti delle pubbliche relazioni. L’azione di governo viene sottratta ai parlamenti e trasferita a tavoli “tecnici” gestiti dalle oligarchie finanziarie e dalle istituzioni sovranazionali. Si chiama governance. Il sistema multipartitico, lungi dal generare pluralismo, è un dispositivo di frammentazione. Divide il popolo su questioni artificiali (soprattutto il sistema dei “diritti” civili, individuali e sessuali), impedendo l’unione organica della popolazione contro lo sfruttamento economico reale. Come scrive Fabrizio Fratus: «La democrazia parlamentare è divenuta la formula politica con cui pochi legittimano il proprio dominio sui molti».
Dunque, fa bene la gente a disinteressarsi delle regole del gioco, ossia dei sistemi elettorali? Proprio no, anche se la sfida di trattenere l’attenzione dei lettori in fuga da questi temi è disperata. Nella fattispecie, il compromesso del centrodestra sulle preferenze aveva del comico: bloccato – quindi eletto sicuro – il capolista scelto dalle segreterie di partito; a caccia di preferenze tutti gli altri, con l’aggiunta delle quote di genere. A nostra memoria, nessun sistema elettorale degli Stati vicini o affini cambia da oltre mezzo secolo. L’anomalia italiana spiega molte cose. Ammessa la nostra simpatia per un sistema a rappresentanza proporzionale con liste aperte alle preferenze personali, rileviamo che nulla cambierà se il potere vero non tornerà nei parlamenti e nelle istituzioni nazionali elettive, sottraendolo a trattati, norme internazionali e transnazionali, burocrazie a cui si accede per cooptazione, circoli riservati, centrali finanziarie e giganti multinazionali.
Giusto per dirne una: mentre stampa e televisione ci affliggono con la questione della legge elettorale, è passata nel silenzio complice di tutti – opposizioni e sindacati in testa – la norma che consegnerà circa settantacinque miliardi annui alle fauci dei fondi di investimento, con in testa BlackRock. Democrazia estrattiva, nel senso che estrae la ricchezza dei lavoratori italiani – il salario differito del Trattamento di fine rapporto e buona parte della previdenza in capo all’INPS – trasferendola agli squali e agli strozzini. Governo sovranista dei miei stivali, direbbe Bettino Craxi. Si tratta del compimento della riforma della previdenza complementare iniziata nel 2007 sotto il secondo governo Prodi. Plutocrazia pura, in quel caso con la maschera di sinistra.
A che serve allora accapigliarsi su un emendamento di una futile legge elettorale che cambia a ogni stormir di fronda? Risibile l’argomento di Salvini, finissimo intellettuale padano prestato alla politica, secondo cui le preferenze fanno vincere i ricchi. È la plutocrazia che fa vincere i ricchi e i loro delegati, aperti o coperti. Negli USA le elezioni presidenziali muovono miliardi di dollari in pubblicità e marketing. Post-democrazia, cioè non-democrazia: un partito unico di sistema diviso in correnti di cacciatori di potere. Da noi più che altrove, ahimè. Nei paesi anglosassoni i candidati devono metterci la faccia: i collegi sono uninominali e vince chi arriva primo. Almeno si sa chi sono, ma la realtà è che il sistema si depoliticizza (apparentemente) e si verifica il doppio fenomeno della scarsa partecipazione al voto e dell’incredibile situazione per cui finanche le maggioranze parlamentari più solide non corrispondono al consenso popolare. Nel Regno Unito, da un secolo, nessun governo rappresenta la maggioranza di chi vota, in barba al principio base della democrazia quantitativa.
Negli USA l’impianto federale e la regola dei giocatori di poker (chi vince la partita si aggiudica tutta la posta) fanno sì che il presidente possa essere eletto da una minoranza legalmente costituita (i grandi elettori degli Stati federati) contro la maggioranza dei votanti. In Germania il sistema è misto e complesso: metà dei seggi va a chi vince nei collegi uninominali, l’altra metà è ripartita su base proporzionale con uno sbarramento nazionale del cinque per cento. Ha retto ottant’anni, ma sta cedendo. In Spagna i collegi sono provinciali, quasi tutti molto piccoli; favoriscono i partiti maggiori e quelli territoriali, con un conseguente forte sbilanciamento tra voti e seggi, la pratica impossibilità di rappresentanza per i partiti nazionali meno forti e un immenso potere di ricatto per i movimenti separatisti. In Francia il doppio turno impone alleanze – più “contro” che a favore – ma i collegi sono uninominali e permettono la scelta dei candidati e la formazione di maggioranze elettorali, che peraltro non sempre si trasformano in alleanze politiche.
Insomma, non esistono sistemi perfetti. Tuttavia, quelli italiani succedutisi dal 1991 (ossia dal referendum Segni) – i quattro sistemi che si sono alternati: Mattarellum, Porcellum, Italicum e Rosatellum, tutti nomignoli in finto latinorum – hanno certificato la superiorità, in termini di rappresentatività, del vecchio proporzionale leggermente corretto delle origini repubblicane. Il sistema che verrà – se verrà – è già stato ribattezzato Stabilicum. Nomen omen, il nome è un presagio: basta rappresentatività, spazio solo alla stabilità, cioè all’immobilità. Con somma soddisfazione di chi comanda davvero – e non vive in Italia –, dei suoi agenti mandatari nelle segreterie dei partiti e dello Stato profondo (burocratico, giudiziario, mediatico, diplomatico, industriale e finanziario). Certi di aver tediato i lettori con noiose comparazioni e disquisizioni, avvertiamo tuttavia che le regole del gioco sono importantissime e, spesso, truccate. Perciò sbaglia – sia pure con ottime giustificazioni – l’immensa maggioranza di chi segue con fastidio le vicende dei sistemi elettorali. Vincono i cartelli e gli azzeccagarbugli. Perdiamo noi, la trascurata e trascurabile entità chiamata popolo italiano. Se ancora esiste e si sente tale.