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Libertà di stampa, guerra e denominatore

di Tommaso Merlo - 16/07/2026

Libertà di stampa, guerra e denominatore

Fonte: Tommaso Merlo

Ci hanno sottratto perfino il diritto democratico alla verità, ad una reale libertà di stampa. Lo chiamano giornalismo ma in realtà è propaganda. I media mainstream hanno una linea politica e manipolano la realtà affinché quella linea prevalga nel dibattito pubblico e nei palazzi del potere. Non fanno cioè giornalismo, ma lo usano per conto dei loro padroni coi cittadini ridotti a tifosi che invece di venire informati vengono manipolati. E più i temi sono rilevanti, più stringono le maglie. Come con la guerra che tocca immensi interessi economici e i pilastri del sistema occidentale. Il compito dei media mainstream è prima spacciare la guerra come normalità o addirittura necessità e poi combattere dalla privilegiata trincea mediatica. Basti pensare al dramma dei palestinesi perseguitati brutalmente da decenni a casa loro, vittime infamate come carnefici col mondo intero distratto e manipolato per impedirgli di capire ed intervenire e questo per l’immenso potere della lobby sionista nell’informazione mainstream occidentale, un potere che persiste ancora oggi ed è impegnato a normalizzare e rimuovere l’immondo genocidio ancora in corso. Oppure all’Iran infangato per decenni come male assoluto mentre in realtà a differenza di noi occidentali rispetta il diritto internazionale anche sul nucleare e le sue classi dirigenti sono nettamente migliori delle nostre, un paese calunniato come terrorista da noi che abbiamo collezionato milioni di morti anche con punizioni collettive e che abbiamo inaugurato la nostra aggressione illegale all’Iran sterminando la sua guida politica e religiosa suprema nella sua residenza insieme alla nipotina di pochi mesi. Ma è il capitalismo, baby. Soldi che si sono comprati tutto, anche la libertà di stampa, anche la verità, anche la dignità umana. Soldi per comprarsi i media e quindi il potere di manipolare le masse ed influenzare i politicanti. Per imporre la propria agenda, per aizzare la propria curva, per prestigio e tornaconto. Con schiere di presunti giornalisti costretti a stare attenti alle parole che usano e a dove ficcano il naso per non dare fastidio e che col tempo finiscono per abbassare la testa ed accodarsi perché la vita da eroi non è per tutti e alla fine meglio quel posticino al sole o anche solo riuscire a pagare il mutuo e mantenere la prole. Già, quelli che chiamavano complottisti erano in realtà gli unici veri giornalisti in circolazione, persone libere e coraggiose che il sistema ha emarginato o perfino preso di mira. Capitalismo onnivoro e libertà vigilata perché il banco del sistema vince sempre o quasi. Dalla Palestina all’Iran qualcosa sta infatti cambiando grazie alle oasi di libertà spuntate in rete. I cittadini che abboccano al mainstream sono sempre meno e la verità trova via alternative. Direttamente dalle macerie di Gaza, dalle piazze di Teheran o dal tinello di qualche uomo libero superstite tra i cumuli di cumuli di macerie consumistiche. A dare retta a certi giornaloni e reti sono rimasti giusto i politicanti timorosi di discostarsi dal gregge e finire nel mirino. Classi deficienti attentissime a come vengono citate perché da quello dipende la loro reputazione e quindi il loro consenso e quindi la loro carriera e quindi la loro poltrona e quindi la loro vita. È triste ma è così. Ormai la politica è stata rimpiazzata dalla comunicazione coi politicanti che si sono ridotti ad influencer elettorali e passano le giornate a difendere la propria immagine digitale e decidere quale minchiata postare sui social per dimostrare di essere sul pezzo, di essere allineati ai loro greggi e magari pure di capirci qualcosa nella speranza che la miriade di pollicini alzati si trasformino un gionro in voti, in poltrone e magari pure in senso esistenziale. Non giornalismo ma politica. Non politica ma comunicazione. Non democrazia ma mercato elettorale. Non cittadini ma tifosi che si scannano per difendere falsità confezionate dalla propria fazione mentre il sistema se la ride ed incassa. È tristissimo ma è così. Abbiamo perso un comune denominatore, quei valori di fondo condivisi da tutti che sono la spina dorsale di una società democratica e garanzia di bene comune. Nalla politica come nell’informazione come ovunque. Onestà intellettuale, integrità, coerenza, disinteresse, altruismo. Non roba da deboli e perdenti ma da persone perbene che sono le pietre vive di un mondo perbene. Altro che soldi con cui si sono comprati anche la dignità umana, altro che politicanti e media che mentono per i deliri di onnipotenza del loro ego e dei loro padroni. Moralità come comune denominatore di una democrazia sana che garantisce ai cittadini il diritto ad una vera libertà di stampa e quindi alla verità che è fondamentale per sviluppare opinioni sensate e decidere il proprio futuro.