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Cronistoria di un fallimento annunciato: l’ipocrisia dell’impero del «bene»

di Andrea Cascioli - 09/04/2026

Cronistoria di un fallimento annunciato: l’ipocrisia dell’impero del «bene»

Fonte: GRECE Italia

C’è un senso di terrificante ripetitività nelle reazioni dell’opinione pubblica alle guerre occidentali. È qualcosa che fa venire in mente quel film con Bill Murray, Groundhog Day (in italiano Ricomincio da capo), in cui il protagonista rimane intrappolato in un loop temporale che lo costringe a rivivere ad ogni risveglio mattutino la giornata che ha appena trascorso.

Chi scrive aveva compiuto quindici anni da pochi mesi e appena incominciato a militare politicamente quando ci furono l’11 settembre e la guerra in Afghanistan. Ne avevo diciassette al tempo della guerra in Iraq, venticinque allo scoppio delle funeste primavere arabe, ventisette quando arrivò la rivolta radiocomandata di Euromaidan, l’ultima delle “rivoluzioni colorate” di matrice occidentale nell’area ex sovietica – chi non ci crede è pregato almeno di credere alle conversazioni tra Victoria Nuland e l’allora ambasciatore americano Geoffrey R. Pyatt su chi dovesse entrare a far parte del nuovo governo e chi no. Tutto avrei creduto, fuorché di ritrovarmi alle soglie dei quarant’anni a fronteggiare ancora una volta il repertorio retorico dei “popoli che anelano alla libertà occidentale”, sbrindellato dai mille fallimenti che questa utopia per boccaloni ha accumulato nel suo percorso.

Eppure eccoci qui, a oltre un mese di distanza da quella che il politologo statunitense John Mearsheimer ha definito “la guerra più stupida della storia degli Stati Uniti”, a discutere delle virtù morali di chi la subisce. Come se non avessimo già visto la “liberazione” dell’Afghanistan e poi dell’Iraq, seguite in un caso dal ritorno dei talebani con tanto di fuga ignominiosa stile Saigon 1975, nell’altro da due decenni di destabilizzazione con un milione di morti e l’insorgere dell’Isis fino alle porte di Baghdad. Come se la Libia fosse oggi un posto migliore di quanto non lo era quindici anni fa e non invece quella Somalia del Mediterraneo che è diventata. Come se la Siria dopo tredici anni di atroce conflitto – fomentato dagli alleati dell’Occidente, Turchia e Qatar, e sostenuto dall’Occidente stesso attraverso lo strangolamento delle sanzioni – non fosse governata da un signore della guerra islamista la cui milizia, Hayat Tahrir al Sham, solo nel marzo dello scorso anno aveva assassinato 1.500 alawiti.

Qui arriviamo alla stretta attualità, quella di un conflitto assurdo, improvocato, incominciato sotto grotteschi auspici di “liberazione” e concluso da un appello genocidario. Un conflitto che tuttavia non ha mobilitato la minima parte delle proteste che almeno a partire da un certo momento avevano connotato la reazione pubblica al massacro in diretta di Gaza. Certo, c’è il fattore tempo: il genocidio di Gaza è durato due anni (e tuttora prosegue), ha visto uno sterminio programmato di almeno 70mila persone, con vette di mostruosità come l’assassinio della piccola Hind Rajab. Ma non è solo quello. Lo si vede dalla timidezza degli “antimperialisti” superstiti, dalle reazioni timorose anche di personalità che in altri frangenti hanno dimostrato onestà intellettuale e schiena diritta.

Questo per esempio è ciò che scriveva Francesca Albanese il 5 marzo, meno di una settimana dopo la strage della scuola elementare di Minab: “Iran’s regime is illiberal and brutal, and the Iranian people deserve the freedom they have long fought for. This gives no right to the US or Israel – whose own policies in Palestine are also illiberal and brutal – to bomb Iran, nor to EU leaders to cloak escalation in hypocrisy” (tradotto: “Il regime iraniano è illiberale e brutale, e il popolo iraniano merita la libertà per cui ha combattuto a lungo. Questo non dà alcun diritto agli Stati Uniti o a Israele – le cui politiche in Palestina sono anch’esse illiberali e brutali – di bombardare l’Iran, né ai leader dell’UE di mascherare l’escalation con l’ipocrisia”).

Diciamolo una volta per tutte: questa solidarietà col bilancino, questi cappelli retorici posati in testa agli appelli – lodevoli – contro l’arroganza imperialista, questi “premesso che non sto con il regime degli ayatollah”, sono esattamente ciò che ha permesso agli Stati Uniti e a Israele di aggredire l’Iran. E chi a ragione alza il pugno contro questa aggressione dovrebbe farlo per davvero e rovesciare l’assunto.

Premesso che sto con il regime degli ayatollah quando si difende da un’aggressione, avendo peraltro ogni diritto di farlo ai sensi delle leggi internazionali (“c’è un aggressore e un aggredito” sentivamo ripetere quattro anni fa da chi questo argomento non lo aveva mai fatto valere quando le guerre le scatenava la Nato, e infatti ha smesso di farlo subito dopo). Premesso che sto con il regime degli ayatollah che ha visto vigliaccamente assassinare la massima autorità politica e religiosa, un fatto di una gravità senza precedenti. Premesso che sto con il regime degli ayatollah che – unico nella regione – ha affrontato i piani criminali di Israele in Palestina, in Libano e in Siria, a costo di trovarsi a subire da solo l’attacco della principale potenza militare della terra per averlo fatto.

Questo è ciò che dovremmo sentir dire ed è ciò che in effetti avremmo sentito dire in altre epoche, magari ai tempi dei vietcong o dell’Olp di Arafat, quando non ci si sentiva in obbligo di fare le analisi del sangue a chi portava avanti una lotta antimperialista, prima di decidere se essere o meno “solidali”. Perché se c’è qualcosa che questo lugubre trentennio di dominazione americana senza contrappesi politici dovrebbe averci insegnato, è che i ludi cartacei delle democrazie valgono meno di zero quando una nazione non è in grado di autodeterminarsi.

Ma non sottraiamoci al gioco dei cultori dei buoni sentimenti “umanitari”. A costoro diciamo senza problemi che – se pure non accettiamo in alcun modo l’idea che ad autentici Stati canaglia come quello israeliano sia demandato per diritto divino il compito di annientare regimi altrui, men che meno civiltà – siamo disposti a parlare di cosa sia o non sia per davvero la repubblica islamica dell’Iran. Di cui in Occidente non solo si sa molto poco, al punto da azzardare paragoni improponibili con realtà come l’Afghanistan, ma quel che si sa è per giunta concettualmente decrepito. L’Iran attuale ha con la repubblica islamica dell’epoca di Khomeini la medesima parentela che la Cina attuale può conservare con quella maoista degli anni Settanta. Eppure continuiamo a discuterne come se le descrizioni di Marjane Satrapi e le esibizioni egolatriche di Oriana Fallaci non fossero invecchiate di un giorno.

Chi rilancia hashtag, slogan e immaginette a ogni moto di protesta “contro il velo” molto opportunamente tace il fatto che l’analfabetismo femminile, una piaga che affliggeva oltre metà della popolazione all’epoca dello shah, oggi è ridotto a percentuali inferiori al 10%. Che il 60% degli studenti universitari è composto da donne e che la percentuale supera il 70% nei corsi di laurea Stem, una tra le più alte al mondo (per un opportuno confronto, si sappia che in Italia la media generale è del 59% e scende al 31% per ingegneria). Ma anche che l’aspettativa di vita femminile è salita dai 56,2 anni del 1976 ai 79,1 del 2020, mentre la percentuale dei medici specialisti di sesso femminile è passata dal 15% del 1984 al 40% del 2014, con una mortalità materna durante il parto diminuita del 90%.

Lo stesso si può dire, più in generale, per una società dove prima della rivoluzione islamica oltre metà della popolazione rurale viveva in aree sottosviluppate, nelle quali appena il 6% dei residenti aveva accesso all’elettricità e l’8% a fonti idriche pulite. È l’altra faccia della nostalgia boomerona per “le iraniane con la minigonna” che i social ci restituiscono, mostrando solo il volto borghese di un Paese, l’Iran di quell’orrendo Bokassa centroasiatico che fu Mohammad Reza Pahlavi, affogato nella miseria e nell’asservimento a potenze straniere. La verità è che l’Iran – anche sotto il profilo dell’emancipazione femminile, velo incluso, tenuto conto che non solo a Teheran ma in molti centri cittadini l’obbligo è sempre più sovente disatteso – è un modello di società imparagonabilmente più avanzato rispetto a quelli tuttora in auge negli Stati del Golfo, dove pure non solo non ci preoccupiamo del livello di democrazia e separazione dei poteri, ma facciamo placidi affari conditi da scambi culturali e calcistici di ogni sorta. In Arabia, negli Emirati e in Qatar, chissà poi perché, a nessuno si chiede mai di premettere “che non sto con il regime”.