Il Mali
di Filippo Bovo - 01/05/2026

Fonte: Filippo Bovo
Il Mali a molti europei può sembrar piccolo, ma la sua estensione è paragonabile a quella di Francia, Germania ed Inghilterra messe insieme: si tratta quindi di un territorio molto esteso, svantaggiato da confini molto permeabili (soprattutto nel nord e nel centro, ma anche sul versante meridionale mantenere il controllo non è tanto facile) e per di più con numerose milizie jihadiste e separatiste al suo interno (e relative cellule dormienti nelle città e nelle periferie, il più delle volte impossibili da identificare se non quando è troppo tardi, perché entrate in azione contando sul fattore sorpresa).
Ciò dovrebbe indicarci quanto difficile sia l'azione per le FAMA (le Forze Armate maliane), come pure per le forze paramilitari maliane in loro appoggio e gli alleati dell'Africa Corp: il controllo del suolo maliano non è affatto un "gioco da ragazzi", come del resto non lo è mai stato quello di nessun altro paese e teatro di guerra. La sua geografia in prevalenza pianeggiante, malgrado le alture del nord, non ne fa dunque un "tavolo da biliardo": entrare ed avanzare può esser pure relativamente facile, ma poi tener d'occhio le retrovie, garantire la sicurezza delle rotte logistiche e bonificare il territorio da presenze "ostili" appare ben più difficile, quasi impossibile.
Ne sanno qualcosa gli americani che, dopo aver invaso l'Iraq nel 2003, cercarono a lungo di controllarne il territorio: se entrarvi era stato relativamente facile, data la sua natura al 60% pianeggiante, controllarlo impedendovi gli attacchi della resistenza irachena e le infiltrazioni dei vari gruppi jihadisti era parso un incubo (tra l'altro, in quel caso, non erano neppure mancati "contatti" tra Stati Uniti e sigle come al-Qaeda e ISIS, prima e dopo, a complicare ancor più le cose). E anche per altri, come ad esempio libici e siriani, tutto quel che si vide dal 2011 ci ricorda che gestire la sicurezza di aree desertiche o con modesti rilievi montuosi non è affatto un "gioco da ragazzi", malgrado la conoscenza del territorio e il sostegno al governo e alle Forze Armate da parte della popolazione (tutte le dicerie riguardo il fatto che la popolazione fosse in larga parte in rivolta contro i loro governi sono, appunto, solo delle "dicerie").
I russi, che nel 2015 intervennero in Siria, poterono aggiornarvi le loro competenze in materia di controguerriglia, già tra le migliori al mondo dopo le lezioni della seconda guerra in Cecenia, traendo un bagaglio d'esperienze in seguito applicato soprattutto in Ucraina e, in misura sin qui più limitata, nell'Africa subsahariana. Al riguardo, nei tre paesi dell'AES (Mali, Burkina Faso, Niger) il ruolo dell'Africa Corp varia a seconda degli accordi stabiliti coi rispettivi governi; tuttavia nel caso maliano il loro campo d'impiego appare già oggi piuttosto vasto, dall'addestramento del personale alla scorta delle basi militari, fino all'azione sul terreno. Il loro numero (circa 2000 unità) e l'impiego non ancora accentuato di un fattore oggi chiave come quello della dronistica, soprattutto FPV (droni comandati da cavi in fibra ottica) rappresentano però i loro due talloni d'Achille.
Proprio in merito a queste due "debolezze", ho letto alcune critiche da parte di personalità dell'Africa Corp e della difesa russa che, al cospetto dei nuovi (ma costanti) attacchi di FLA e JNIM parlano dela necessità di potenziare le operazioni, riversando in Mali e nel Sahel tutte le lezioni che conflitti come l'ucraino hanno impartito circa un maggior sfruttamento della dronistica, il cui potenziale è stato sin qui evidentemente non abbastanza valorizzato. Ho visto che tali critiche hanno trovato terreno fertile, non soltanto in Mali (dove per la verità la necessità di puntare maggiormente sui droni è conosciuta da tempo, e trova risposta soprattutto nelle forniture da parte turca dei moderni Bayratkar TB2 e Akinci: proprio uno di questi, abbattuto dagli algerini, è stato all'origine di una dura crisi diplomatica tra Bamako ed Algeri nell'aprile dello scorso anno), ma pure in Russia, con esplicite dichiarazioni del governo e della difesa su un rapido potenziamento dell'azione e della presenza dell'Africa Corp nel paese.
Il lavoro sin qui svolto, non soltanto nel sud e nel centro del paese ma anche nel nord, dalle FAMA, dai paramilitari e dall'Africa Corp è assolutamente rimarcabile, con numerosi centri e presidi liberati dall'occupazione dei jihadisti e dei separatisti; senza contar poi la Forza Congiunta dell'AES, entrata in azione oltre che nelle aree di confine (così impedendo a FLA, JNIM e ISSP, l'ISIS saheliano, di muoversi da un paese all'altro della confederazione) anche sulla settentrionale Kidal, martellando dal cielo gli uomini del FLA e i loro rinforzi del JNIM. Enormi le perdite subite da FLA e JNIM in termini di miliziani uccisi, e mezzi ed armi distrutte o sequestrate; ma si tratta pur sempre di un passaggio intermedio all'interno di una più ampia "Guerra di Liberazione Totale", che vedrà ulteriori e necessari giri di vite.
Non mancheranno: i mezzi, il potenziale, non ultimo il morale dei combattenti e il sostegno della popolazione ci sono tutti. Non si può invece dire lo stesso per i loro avversari, per quanto forte sia il supporto tributato loro da media e politici occidentali, neocoloniali e collaborazionisti.


