L’ucrainizzazione dell’Europa: l’ultimo stadio della fine dell’Europa
di Eliseo Bertolasi - 12/01/2026

Fonte: Italicum
Il punto di partenza della mia tesi, si basa su due punti:
- Il libro di Valery Karovin “La fine dell’Europa”, che descrive e analizza questa fine in modo chiaro, addirittura profetico, soprattutto con riferimento alla pressione dovuta al grande flusso di migranti in arrivo sul continente europeo:
«Pertanto coloro che arrivano e non si integrano in alcun modo nella società europea iniziano a rappresentare una massa critica, già misurabile in categorie statistiche. Inoltre, ci si accorge che coloro che sembravano essersi da tempo integrati, vivendo in Europa come seconda, e persino terza generazione, si sono integrati in modo abbastanza condizionato. Dopo aver appreso la lingua richiesta, continuano a mantenere la loro identità culturale, mostrandosi come un gruppo sociale fuori controllo, che sa orientarsi benissimo nel sistema del diritto e dei valori europei, che utilizza abilmente tutti i vantaggi europei, seppur non applicandoli in nulla.
..La cosa più importante che preoccupa davvero tutti noi, non solo per chi vive in Europa, ma anche per chi, dall’esterno, osserva le trasformazioni in corso - l’Europa resisterà alle sfide che deve affrontare? L’uscita della Gran Bretagna dall’UE, ad esempio, non significa forse l’inizio della disgregazione di questa costruzione politica? E l’Europa sarà in grado di far fronte alla crisi migratoria, che ha fatto traboccare il bicchiere della pazienza europea? La civiltà europea assimila i nuovi arrivati, o diventerà essa stessa oggetto di assimilazione? Reggerà alla pressione del Covid e degli altri successivi virus che gli ideologi globalisti stanno già minacciando, riuscirà a far fronte alle loro conseguenze e ai cambiamenti già avvenuti? Reggerà alla particolare situazione geopolitica dovuta alla crisi ucraina. Cosa rimarrà dell’Europa alla fine dell’Operazione Speciale Militare russa in Ucraina? L’Europa starà in piedi o crollerà?»[1].
- La mia testimonianza a Kiev nell’inverno 2013-2014 durante la rivolta cosiddetta di “Euromaidan”:
«Col passare dei giorni le proteste in Maidan Nezaležnosti (Piazza indipendenza) si rafforzavano progressivamente assumendo sempre di più l’aspetto di un serbatoio carico di rancori e rivendicazioni: dall’adesione all’UE, fino alla destituzione del presidente Victor Janukovič e del primo ministro Mykola Azarov, con la richiesta di nuove elezioni. Il denominatore comune che animava la protesta era un palese sentimento anti-Russia. Altrettanto variegata era la composizione dei manifestanti: dagli ultranazionalisti, fino a esponenti dei movimenti liberali, filooccidentali.. che montando tende e bivacchi occupavano stabilmente la Piazza sbarrandone gli accessi con barricate. La maggior parte di loro proveniva dalle zone occidentali del Paese.
In piazza si vedevano sventolare le bandiere dell’Ucraina, le bandiere blu-stellate dell’Unione Europea, assieme alle bandiere del partito di estrema destra Svoboda e quelle rosse e nere dell’UPA[2]. Il gigantesco albero di Natale presente in piazza era tappezzato da una gigantografia di Julija Timošenko l’“eroina” dei manifestanti, divenuta oramai la pasionaria per i giornali occidentali, con i suoi continui appelli per impedire che l’Ucraina potesse finire nell’orbita di Mosca.
Non avevo nessun problema nel conversare e far domande ai manifestanti, gli intervistati che si definivano “filoeuropei” erano pienamente convinti della loro posizione. Purtroppo era una convinzione che nasceva più da fattori emotivi di tipo russofobo, piuttosto che da reali motivi, invece, di tipo economico, basati su quali sarebbero state le prospettive che una possibile integrazione dell’Ucraina all’Unione Europea avrebbe comportato per tutta la popolazione ucraina. Passavo intere giornate in Piazza, non ho mai sentito discorsi programmatici, equilibrate spiegazioni dei pro e dei contro che tale integrazione avrebbe comportato, ma solo slogan e frasi d’effetto intervallati dall’inno ucraino.
Per incitare la folla i vari relatori, dal palco, spesso interrompevano i loro discorsi per urlare “Slava Ukraine”(Gloria all’Ucraina), dopo di che seguiva immediata la risposta della folla “Gheroiam slava” (Gloria ai suoi eroi). Ma quali questi eroi? Si alludeva a coloro che nella storia del paese avevano osteggiato la Russia, addirittura avevano combattuto di fianco alle truppe di Hitler, non si faceva riferimento agli ucraini morti per liberare il paese dall’occupazione nazifascista.
Un altro slogan ampiamente utilizzato dai manifestanti in Piazza era: “Ukraina tse Evropa”. Certamente suonava strano: quando mai l’Ucraina è stata Europa? Al contrario l’Ucraina è sempre stata parte del Mondo russo, legata ad esso da molteplici legami storici, religiosi e spirituali, rinfrancati da innumerevoli legami familiari con i russi d’oltreconfine. Penso non ci siano al mondo due popoli così strettamente uniti da rapporti di parentela.
Cosa volevano ottenere i manifestanti? Dalle loro risposte: libertà, democrazia, lavoro, ricchezza, possibilità di viaggiare in Europa senza visto.. L’Europa era percepita come una specie di terra promessa dove scorrono “fiumi di latte e miele”. Quando cercavo di spiegare ai manifestanti che la loro idea di Europa era alquanto distante dalla realtà mi rispondevano semplicemente o che non ne sapevano nulla, o che non mi credevano. Mi sgomentava la loro totale mancanza di percezione della situazione reale in cui versava e, peggiorando di continuo, versa tuttora l’Europa. Tra l’altro non era difficile individuare, in mezzo a loro, quella fascia sociale di popolazione, che in caso d’integrazione europea dell’Ucraina, sarebbe stata immediatamente colpita da una nuova, e ancor più grave povertà».
Oggi il progetto “Ucraina” come entità anti-russa è stato completato con successo, e i suoi ideatori possono ben congratularsi tra di loro, hanno raggiunto il loro obiettivo: lo scisma del Mondo russo. Le enormi somme di denaro spese dall’Occidente in Ucraina per la ri-formattazione di una parte del Mondo russo (Malorossija[3]) in anti-russo hanno dato i loro frutti, in generale è stato creato un nuovo popolo ucraino, individui che per gli interessi di paesi distanti migliaia di chilometri dall’Ucraina hanno reciso i propri contatti di sangue e di parentela con i russi e hanno iniziato a soffrire, combattere e morire in nome di nuovi ideali.
Con gli eventi di Maidan divenne famosa, ora profetica, la dichiarazione di Victoria Jane Nuland, assistente segretario di Stato per gli affari europei ed euroasiatici del Dipartimento di Stato USA: «Abbiamo investito oltre 5 miliardi di dollari per assistere l’Ucraina in questi e altri obiettivi che garantiranno un’Ucraina sicura, prospera e democratica»[4].
Con il progetto “Ucraina” come entità anti-russa nasceva una nuova ideologia, l’“ucrainismo” i cui ideali, in sostanza, sono semplici ma assoluti: la necessità di distruggere cancellare tutto ciò che rappresenti la Russia sia nella sua storia imperiale che sovietica, non solo in Ucraina ma idealmente anche in Russia, perché se rimane qualcosa di russo, la sovranità ucraina nel nome di questi ideali non potrà mai realizzarsi pienamente. L’Ucraina come entità anti-russa semplicemente non potrà mai accettare che esista la Russia ai suoi confini, un paese indipendente e forte in grado di avere un ruolo guida nella storia del mondo.
È propriamente su questo aspetto che l’Ucraina post-Maidan diventa funzionale agli interessi stranieri di quei paesi occidentali, USA e Gran Bretagna in testa con tutta la loro corte di vassalli, che storicamente hanno sempre contrastato la Russia. Paesi ai quali non importa assolutamente nulla del destino dell’Ucraina e degli ucraini, ma hanno tutto l’interesse, nel nome del loro desiderio mai assopito di supremazia mondiale a ostacolare e danneggiare il più possibile la Russia.
Il weltanschauung dell’“ucrainismo” si basa essenzialmente sulla “cieca russofobia” ed è assoluto, totalizzante, dogmatico, assolutamente refrattario a qualsiasi critica.
Alla base di questa mancanza di volontà di confronto c’è un falso vittimismo, che si basa sul postulato “Ucraina, eterna vittima dei Russi” per cui la vittima proprio perché tale si pone sempre al centro dell’attenzione e rifiuta ogni critica.
“Ucrain-ismo”, come gran parte degli “ismi”, rappresenta un sistema di pensiero che spesso pretende di dare una soluzione totale e definitiva ma la sua azione, invece, racchiude in sé il distacco dalla realtà. Il filosofo francese Gustave Thibon (1903 – 2001), in “Le maléfice des ismes”, ha scritto: «Diffido degli “ismi”, tanto quanto sono attaccato alle realtà sulle quali vengono a innestarsi, come il verme che s’intrufola in un frutto. Gli “ismi” - e Dio sa se pullulano oggi in tutti i campi - sono parassiti ideologici che svuotano le cose della loro sostanza proiettandole fuori dai loro confini»[5].
L’-ismo è un suffisso che spesso tradisce la realtà per l’idolatria. La sovranità e il popolo non vanno confusi con il sovranismo e il populismo. Come nel caso del “ucrainismo”, non va confuso con l’Ucraina. Le esigenze del popolo ucraino possono non coincidere affatto con le pretese di chi ha trasformato l’Ucraina in un’ideologia votata alla distruzione del paese, ma queste esigenze vanno comunque sacrificate sull’altare dell’ideologia. Se da una parte il popolo (persone) vuole la pace, dall’altra l’“ucrainismo” (ideologia) esige la guerra fino all’ultimo ucraino.
Pertanto possiamo effettivamente affermare che oggi in Europa è emerso un nuovo dogma: “l’Ucraina” che va ad aggiungersi ad altri tre dogmi già esistenti:
- “teoria di genere”, che mina le basi della famiglia e della propria individualità;
- “migranti”, culture non assimilabili che minano le basi identitarie dei popoli europei;
- “clima”, ovvero riscaldamento globale come risultato dell’azione antropica che mina le basi dell’economia e del benessere della società.
Su questi quattro punti non è prevista nessuna riflessione, discussione, o critica.
Altro aspetto, non meno importante dell’“ucrainismo” è la sua manifesta ispirazione al nazismo. Per capire meglio questo riferimento dovremmo fare il punto su cosa s’intende con “nazismo”. Se e quando parliamo di nazismo, intendiamo: l’odio verso gli “altri”, violenza fisica contro gli oppositori e, di pari passo, la discriminazione mascherata o manifesta nei confronti di un gruppo sociale di etnia diversa che magari parla un’altra lingua, si sente parte di uno spazio culturale diverso e nei limiti delle sue possibilità fa resistenza, allora non possiamo non notare in Ucraina la presenza del nazismo.
Non si capisce come un paese che presenti tali prerogative, ormai divenute strutturali almeno dal 2014, dopo il colpo di stato a Kiev, possa definirsi “democratico” e venir considerato “democratico” dall’Occidente.
L’Europa negli ultimi anni, ha regolarmente chiuso gli occhi, in Ucraina, verso tutto ciò che portava a discriminazioni violente su un gruppo sociale minoritario da parte del gruppo maggioritario e dominante.
Nel Donbass, diversi milioni di persone, a seguito delle scelte delle autorità di Kiev, sono stati, di fatto, privati di tali libertà, da qui il desiderio di secessione poi concretizzatosi nel 2014 nella nascita delle due Repubbliche Popolari del Donbass, quella di Donetsk e di Lugansk.
Ma per l’UE, tutto ciò era ed è ammissibile, senza mai accorgersi che, dal 2014, nel cuore dell’Europa orientale, ci sono città e villaggi dove le persone vivono costantemente sotto la minaccia delle bombe, costrette spesso a rifugiarsi negli scantinati delle proprie case, a volte senza approvvigionamento idrico o energetico.
Le istituzioni europee che parlano sempre di difesa sacrosanta dei diritti umani, di dignità umana.. si sono mai preoccupate delle condizioni di vita degli abitanti, soprattutto vecchi, donne e bambini, del Donbass? Mai!
In altre parole, ciò che sarebbe impensabile nell’UE è stato invece permesso in Ucraina dalla stessa Unione Europea.
L’Europa, come alla fine degli anni ‘30 osservò passivamente la crescita del nazismo in Germania e non lo contrastò in alcun modo, negli ultimi anni con la stessa indifferenza ha osservato le fiaccolate dei neonazisti per le strade di Kiev e delle più importanti città ucraine senza allarmarsi.
Di seguito, dall’indifferenza l’Europa è passata al compiacimento e all’appoggio diretto al regime di Kiev inondandolo di soldi e armi. In sostanza accogliendo e appoggiando in modo incondizionato e acritico i frutti tragici dell’ucrainismo: distruzione, morti, lutti, persecuzioni.. Intere generazioni di ucraini mandati a morte come carne da cannone, senza nessuna ragione, se non continuare una guerra per procura dell’Occidente, che l’Ucraina è destinata a perdere.
Prima o poi, tutto questo finirà, ma solo quando l’Occidente si stancherà di sprecare denaro e risorse, o si renderà conto che non ne vale più la pena. La differenza starà nel livello di distruzione e nel numero di vittime. Questa conclusione è chiara a tutti i politici occidentali dotati di un livello minimo di buon senso, purtroppo fingono di non saperlo.
In realtà, le democrazie occidentali e i correlati media mainstream non hanno mai avuto problemi morali col nazismo in Ucraina, semplicemente chiudono gli occhi e fanno finta di non sapere. L’emergenza neonazista viene minimizzata ad elemento marginale o peggio ad arma propagandistica del Cremlino per mettere in cattiva luce la stessa Ucraina.
La narrazione dei neo-nazisti dell’Azov come eroi non sta in piedi ma è possibile solo grazie alla propaganda martellante dei media europei filo Nato che consentono di trasformare e legittimare perfino la svastica come riferimento ideologico e politico.
In Occidente la condanna incondizionata al nazismo ha ormai perso il suo valore, l’importante è contrastare l’avversario (la Russia) e sostenere a priori l’alleato (l’Ucraina post-Maidan), con la perversa logica di sostenere “i nemici del mio nemico”. Questo esito non è un elemento nuovo, ma c’è stata una necessaria preparazione che col passare del tempo ha riscritto la storia è ha cambiato il senso dell’antifascismo.
In Europa dal dopoguerra un’intera generazione è cresciuta nel mito degli USA “salvatori” dell’Europa dal nazismo senza mai però porre l’accento sul ruolo decisivo dell’URSS nel fermare e sconfiggere le armate naziste e dell’enorme sacrificio che pagò il popolo sovietico con oltre venti milioni di vittime per distruggere il III Reicht.
Con tutta questa serie di “dimenticanze” storiche il concetto di “male assoluto”, che storicamente ha sempre identificato il nazismo è andato indebolendosi fino a diventare una specie di “etichetta” da attribuire al “nemico” di turno, indubbiamente, sempre nei confronti di un nemico dell’Occidente o degli interessi occidentali. Questa tendenza dura da decenni, come “nuovo Hitler”, sono stati etichettati: Slobodan Milošević, Saddam Hussein, Mu‘ammar Gheddafi, Bashar al Assad, fino al presidente russo Vladimir Putin negli ultimi tempi. Al contrario, i nazisti veri, quelli che alzano le svastiche e dichiarano il loro odio etnico contro altri gruppi sociali non sono mai stati seriamente presi in considerazione, poiché funzionali agli interessi occidentali.
Attraverso l’“ucrainismo” il riconoscimento del carattere nazista del regime di Kiev significa allo stesso tempo, per riflesso, il riconoscimento della nazificazione dell’Europa. Non dobbiamo dimenticare che l’ucrainizzazione violenta della società è il meccanismo esecutivo della nazificazione che sta alle spalle, tutto questo è solo all’inizio.
Ritornando agli slogan del Maidan “Ukraina tse Evropa” non possiamo non rilevare che gradualmente i termini si stanno invertendo verso “Evropa tse Ukraina” (L’Europa è Ucraina), il processo è ancora in corso.
Questo spiega le crescenti tendenze totalitarie tra i paesi europei, che stanno mettendo in crisi acuta i loro sistemi politici cosiddetti democratici, in realtà sempre più basati su misure liberticide e una plutocrazia disposta a tutto, persino la rovina del proprio paese, pur di non perdere il proprio potere. Ma forse è per questo che gli ucraini, nonostante il loro comportamento aggressivo oggi sono così accolti e coccolati dalle elite al potere.
In Europa la crisi è sempre più dura: il perdurare delle sanzioni contro la Russia, la corsa al riarmo decisa al vertice NATO dell’Aja, il 24 giugno 2025, che obbliga i paesi aderenti all’Alleanza (tranne la Spagna) ad aumentare le loro spese militari fino al 5% del PIL entro il 2035[6], e la scelta di appoggiare ad oltranza sia economicamente che militarmente il regime di Kiev stanno portando i governi europei ad applicare sui loro popoli manovre economiche sempre più “lacrime e sangue”: aumento delle tasse, smantellamento dello stato sociale, riduzione dei servizi, miseria, povertà... Se in futuro dovesse servire della “manovalanza” per tenere a bada eventuali sommosse popolari, per intimidire, forse questa è già presente.
Di fatto, osservando la realtà italiana non possiamo non notare che mentre in passato discriminazione, censura e russofobia prevalentemente andavano a colpire eventi di notevole risonanza mediatica dedicati alla Russia, indicativamente dal 2022, dopo l’inizio dell’Operazione Militare Speciale russa in Ucraina, in Italia si assiste a un aumento del livello di minaccia nei confronti di tutte le iniziative legate alla Russia anche se semplicemente culturali, artistiche, musicali.
La novità e il salto di qualità è che le minacce e le provocazioni ora provengono principalmente dalla diaspora ucraina presente in Italia, le cui richieste di annullare tutto ciò appaia legato alla Russia sembrano godere di un accoglimento privilegiato da parte delle autorità italiane. L’obiettivo congiunto sarebbe quello di combattere il fascismo e difendere la “democrazia” con la cancellazione di eventi che rappresenterebbero invece la propaganda di uno stato “aggressore”, la Russia. Secondo tale modello: russi e italiani che promuovono iniziative culturali russe sarebbero fascisti! Allo stesso tempo i “controllori”, sempre pronti a vedere il fascismo dappertutto, chiudono gli occhi su quanto il nazismo in Ucraina sia diventato ideologia di Stato!
Pare quindi che la diaspora ucraina si sia auto-promossa al rango di “osservatore e controllore” del “dogma ucraino” sul territorio italiano.
Esiste un lungo elenco di azioni che gli ucraini sono riusciti a mettere in atto, a volte con successo, a volte meno, per contrastare in modo capillare iniziative culturali dei cittadini italiani dedicate alla Russia.
È difficile immaginare che tutto ciò sia frutto d’improvvisazione da parte ucraina e non vedere alle spalle un’organizzazione e una pianificazione efficace. Preoccupa il loro squadrismo, la loro capacità di muoversi, coordinarsi, agire. La storia insegna che lo squadrismo diviene forza incontrollabile quando ha l’appoggio del potere dominante e quando lo si sottovaluta all’inizio.
Ma mentre il comportamento degli ucraini è prevedibile e procede in base ai propri interessi e alla propria ideologia, accettare questa sudditanza delle autorità italiane diventa più difficile.
Qual è il principio secondo il quale a uno dei tanti gruppi stranieri accolti in Italia è permesso alzare la voce e minacciare, quasi imporre al Paese ospitante cosa deve fare? Il problema sta nei politici e negli amministratori locali, che si lasciano intimidire e poi cedono, invece di difendere e garantire il diritto degli italiani al pluralismo e alla libertà di espressione.
Questi ucraini ideologizzati pur trovandosi in Italia sono animati dalle stesse pulsioni, che mostrano nel loro paese. Per loro in Italia, in Ucraina, o in qualsiasi altro paese non fa differenza al loro comportamento, è come se vivessero mentalmente immersi in una perenne “Maidan”, ed ora stanno diffondendo la loro russofobia anche tra gli italiani.
In Ucraina i termini del conflitto sono sotto l’insegna della violenza e della repressione: divieto dell’uso della lingua russa, persecuzione dei dissidenti, persecuzione della Chiesa Ortodossa Ucraina canonica legata al Patriarcato di Mosca... Trasferire in Italia questo tipo di logica, significherebbe cancellare i basilari principi di convivenza civile. Insomma, questi nazionalisti o nazisti ucraini, presenti tra i profughi o immigrati precedenti, stanno tentando di applicare in Italia gli stessi metodi ai quali sono abituati in Ucraina nel mettere a tacere ogni voce dissonante.
Dialogare con questi “ucraini ideologici”, diventa impossibile, poiché incapaci a qualsiasi pacata riflessione di autocritica, ma, al contrario, animati da un’impulsiva convinzione d’aver sempre ragione. La loro condizione abituale è un atteggiamento di eterno risentimento, un’isteria che vede la minaccia dei russi “cattivi” dappertutto.
La situazione attuale è davvero una bomba a orologeria. Questa minaccia dovrebbe essere fermata prima che sia troppo tardi, prima che si completi la trasformazioni del continente europeo in “Evropa tse Ukraina”. Il veleno dell’ucrainizzazione si sta rivelando fatale, pensavamo che la russofobia fosse un’arma contro la Russia e i russi, ma se osserviamo la realtà possiamo affermare che la russofobia sta diventando un’arma a doppio taglio anche contro l’Europa e gli europei.
Portare gli interessi nazionali al centro dell’azione politica deve tornare un atteggiamento pragmatico in grado di mobilitare le forze sovraniste di ogni paese, per la pace, la libertà e il benessere dei popoli europei.
Note
[1] https://www.vision-gt.eu/?s=korovin
[2] Ukrains’ka Povstans’ka Armija, l’Esercito Patriottico Ucraino che nella Seconda Guerra Mondiale accolse come liberatori i soldati tedeschi
[3] È un termine geografico e storico utilizzato per descrivere l’Ucraina
[4] https://2009-2017.state.gov/p/eur/rls/rm/2013/dec/218804.htm
[5] https://ritornoalreale.wordpress.com/2014/12/15/il-maleficio-degli-ismi/
[6] https://www.economiaepolitica.it/industria-e-mercati/la-corsa-al-riarmo-i-dati-e-le-prospettive/
Eliseo Bertolasi. Laureato con lode in lingue e letterature Araba e Russa, e in Scienze Antropologiche ed Etnologiche ha conseguito PhD in Antropologia. Traduttore e interprete di lingua russa, esperto di geopolitica è autore e coautore di numerose pubblicazioni e di testi sia in italiano che in russo. Corrispondente dal Donbass ha scritto per la testata russa Voce della Russia e poi Sputnik-Italia fino al 2022. Iscritto all’Associazione Stampa Estera, scrive per testate russe e italiane. Nel 2025 ha pubblicato in Russia il libro “Conflitto in Ucraina visto da un giornalista italiano”. Dal 2023 è inoltre presidente della sezione italiana del Movimento Internazionale Russofili.
