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Le possibilità nel nostro mondo

di Flores Tovo - 02/11/2023

Le possibilità nel nostro mondo

Fonte: Flores Tovo

Se il nostro mondo è stato possibile, ciò vuol significare che era impossibile che così non fosse. Invero l’impossibile non è possibile, poiché l’impossibile non è: è come se si dicesse che un quadrato può diventare un cerchio e ciò è assurdo. E ciò che è assurdo non potrà mai essere possibile, poiché sarebbe la negazione di ogni possibilità. L’impossibile è quindi il nulla assoluto. Pertanto, se noi esistiamo in questo mondo, assieme ad animali, vegetali, rocce, insetti e così via, ciò vuol dire che il nostro pianeta rientrava e rientra nell’ambito delle possibilità, che in sé è infinita. Ossia, esso è una manifestazione della Possibilità Totale, che ne ha reso possibile l’esistenza. In altre parole la Possibilità Totale è, come aveva compreso Leibniz e dopo di lui in modo ancor più chiaro Guènon (1), l’Infinito Dio. Tutto ciò che esiste fa parte della Possibilità Totale. Cosicchè, in base a queste asserzioni, Leibniz scriveva che il nostro mondo, proprio perché reso possibile dalla Possibilità Totale è, ed era “il migliore dei mondi possibili”, in quanto, appunto, esiste. Questa frase parve ai filosofi Illuministi  inopportuna, a partire da P.Bayle (un grande illuminista che conosceva Leibniz), D’Holbach e da tanti altri pensatori del suo tempo. In particolare il filosofo più famoso per quasi tutto il Settecento, Voltaire,  lo derise in un suo libello, che divenne famoso, intitolato “Candide”. In questo scritto il personaggio che rappresenta il filosofo Pangloss (tutto chiacchiera),  è un ottimista incallito che cercava di dimostrare al suo discepolo Candide che il nostro mondo è per davvero il migliore dei mondi possibili. Lo scherno verso tale idea veniva facile: come è infatti possibile che un mondo tormentato da guerre, carestie, terremoti, ferocie, e così via, possa essere considerato tale? Certamente l’idea generale che Leibniz aveva riguardante il male presente in questo mondo, si prestava al dileggio pubblico. Egli, infatti, sulla scorta del pensiero di Plotino, S. Agostino (che cambiò poi opinione) e S. Tommaso, riteneva che il male sostanziale, permanente, non esistesse, perché ciò metteva in discussione la Bontà di Dio e la sua Perfezione. Il male non era l’opposto del bene, ma soltanto privazione o assenza di esso,  cioè non-essere. Leibniz inoltre era convinto che l’universo fosse guidato da una Armonia Prestabilita, voluta da Dio, inteso anche come Causa Finale, sebbene nei suoi “Saggi di teodicea” (giustificazione di Dio) egli affermasse che il migliore dei mondi possibili, non è l’ottimo in senso assoluto,  ma il migliore solo in senso relativo.
Il pensiero di Leibniz era comunque intriso dalle vedute di vecchie metafisiche alquanto ottimistiche. Queste  non comprendevano che il male è da intendersi come una relazione sostanziale dinamica che si separa dalla ragione divina come ben spiegò Schelling nella sue “Ricerche sull’essenza della libertà umana” (una straordinaria opera teologica).  Eppure Leibniz colse una questione importante. Infatti questo grande filosofo, che era anche un genio della matematica e dell’ingegneria idraulica, era assolutamente convinto che tutto l’universo fosse legato da un principio logico, che egli definì come principio della “ragion sufficiente”, inteso come il “principium grande”, che considera che tutto ciò che è vero o esistente, è tale in base ad una ragion sufficiente per la quale esso sia così e non diversamente (2). Tale principio è grande poiché è la principale guida logica che ci fa capire i fatti, ossia la verità dei fatti reali.  
Lo stesso Schopenhauer si richiamò a tale principio sia pure all’interno della completa irrazionalità  dalla forza cosmica costituita dell’eterna volontà di vivere (3).
Invero il più grande interprete del pensiero leibniziano fu Heidegger, che  in un importante libro a riguardo, “Il principio di ragione”, commentò a fondo le tesi di Leibniz. Per Heidegger “…il principium rationis , pensato rigorosamente, è il principium reddendae rationis. Rationem reddere significa: rendere ragione, fornire il fondamento” (4), ossia che niente accade senza causa. Nelle Lezioni quinta e sesta  del suo libro, il filosofo, cercando di interpretare gli ispirati versi poetici del mistico seicentesco Angelo Silesio “La rosa è senza un perché, fiorisce poiché fiorisce, di sé non gliene cale, non chiede di essere vista”, chiarì che se è vero che la rosa è rosa e quindi non si cura di se stessa, tuttavia, anche il suo fiorire senza perchè, pur non avendo la coscienza di sé, possiede le ragioni che lo rivelano, poiché fiorisce. Per cui anche la rosa, sebbene a lei non importi, ha un suo fondamento che è il suo fiorire. E’ chiaro che l’uomo è in grado di ricostruire le cause e gli effetti del fiorire della rosa, mentre la rosa non fornisce le ragioni del suo fiorire: nondimeno essa ha in sè il suo fondamento, che è appunto la fioritura.
Si tenga presente che il principio di ragione è in sintonia con la stessa fisica quantistica, poiché il principio di indeterminazione sancito dal fisico Heisenberg , che si fonda proprio su di esso. Il meccanicismo materialistico e il determinismo, basati sulla necessità inevitabile, sono ormai stati superati, poiché non possiamo prevedere, se non con probabilità, ciò che potrà accadere. Inoltre non possiamo  conoscere tutte le ragioni che hanno portato all’attuazione di un fatto, poiché solo a Dio compete la conoscenza assoluta. Ciononostante possiamo postulare che una ragion sufficiente sempre esista. Essa è il principio, per fare un esempio, che ci ha portato alla scoperta dell’energia atomica, e questo significa che sia sul piano degli eventi storici che di quelli fisico-naturali essa può essere la nostra guida illuminante. Fra l’altro è un principio che rende possibile la libertà di scelta, poiché nulla è impossibile.
Questa premessa ci rimanda all’affermazione leibniziana del migliore dei mondi possibili. Ora se questo mondo è diventato così c’erano delle ragioni sufficienti che fosse così e non altrimenti. La conoscenza storica non implica il se ipotetico. E’ evidente che, poiché abbiamo la libertà di scegliere, si poteva andare in altre direzioni, ma così non è stato. Il compito della filosofia della storia è allora quello di fornirci la conoscenza dei perché dei fatti del passato, poiché solo così si può capire il presente e cercare di prevedere il futuro.
Certamente, proprio in base al principio di ragione, si potrebbe anche affermare che questo è “il peggiore dei mondi possibili” e ciò non sarebbe contradditorio rispetto la Possibilità Totale, ma semplicemente l’espressione di una veduta completamente opposta rispetto l’ottimismo leibniziano.
Il filosofo Costanzo Preve alcuni anni fa, poco prima di morire, scrisse che mai nella storia umana avevano preso il potere delle classi dirigenti mondiali di tal pochezza. Esse sono il male incarnato, che stanno rendendo possibile una distruzione totale del pianeta terra: tra bombe atomiche, chimiche, biologiche la possibilità di una catastrofe immensa c’è. Questo non significa che essa avvenga, ma significa solo che questa possibilità esiste e diventa sempre più probabile, considerando la demenza, la perversione, la corruzione e la miseria culturale dilaganti di chi ci comanda. Sta a coloro (ormai pochi) che esercitano il potere con responsabilità a livello mondiale indicare la via per un nuovo ordine equilibrato, pena l’estinzione della nostra specie. Infine bisogna sempre tener presente che tutto è possibile: anche il Pessimo. Si deve considerare allora che solo la ragione, forse, ci potrà salvare, e se invece il nostro percorso storico dovesse portare all’annichilimento dell’esperimento umano che sembra incombere, anche questa probabilità farebbe parte della Possibilità Totale.


Note:
1)    R. GUENON, Gli stati molteplici dell’essere, ed. Adelphi, Milano 1996.
2)    G.W. LEIBNIZ, Monadologia. Causa Dei, p.91, ed. Laterza, Bari 1991.
3)    Schopenhaur, tuttavia, non chiarisce come il principio di ragion sufficiente, poteva dispiegarsi all’interno di un principio, la Volontà di vivere, del tutto irrazionale, inconscio, cieco, a-finalistico.
4)    M. HEIDEGGER, Il principio di ragione, p. 47, ed. Adelphi, Milano 1991.