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Nel chiaroscuro

di Enrico Tomaselli - 01/05/2026

Nel chiaroscuro

Fonte: Giubbe rosse

Ne ho parlato e scritto più volte, in questi anni. Nonostante - almeno per me - ce ne sia un’assoluta evidenza, per tanti permane un bias cognitivo che impedisce di accettarlo. Un impero, nella fattispecie gli Stati Uniti, proprio in quanto tale, non possono essere stupidi; e se pure chi lo guida temporaneamente lo fosse, chi lo guida realmente non lo è - pensano. Siamo di fronte ad un evidente pregiudizio, ben radicato. In realtà, e basta davvero pensarci un attimo sgombrando la mente, il declino cognitivo delle élite è esattamente uno degli effetti, ed al tempo stesso una delle cause, del declino politico-egemonico dell’impero stesso. Il declino è infatti sempre qualcosa che nasce all’interno del corpo imperiale, è come una metastasi, non come un cataclisma che si abbatte dall’esterno. E del resto, se non fossero proprio le élite profonde ad essere colpite dal declino intellettuale (indipendentemente da come si manifesta), perché mai sceglierebbero a loro volta degli esecutori politici di evidente incapacità?
Una delle forme in cui questo declino cognitivo delle classi dirigenti occidentali si esprime, è proprio nella reale incapacità di coglierlo nella sua essenza. Per esse, non si tratta in effetti di un declino - inteso come prospettiva storica - ma di un momentaneo accidente, un intoppo, una crisi di mercato, che non mettono in alcun modo in discussione l’essenza vera dell’imperialismo, ovvero la pretesa di rappresentare davvero la migliore espressione dell’umanità. Persino dinanzi alle più macroscopiche ipocrisie, alla negazione delle evidenze, all’accettazione ed alla giustificazione delle peggiori ignominie - tutto appare comunque giusto e lecito; magari sgradevole come sporcarsi le mani, ma comunque necessario, e reso in fondo lecito dalla necessità di difendere dalla barbarie la propria, indiscussa superiorità.
Uno dei più evidenti sintomi di questo declino cognitivo è proprio la cecità, l’assoluta incapacità di vedersi realmente, per quel che si è. Perché si può ovviamente rifiutare la realtà, cercare di modificarla, ma solo a partire dalla consapevolezza della sua effettiva natura.
Ne vediamo manifestazione proprio in questi tempi tumultuosi. Se non fosse tragedia, lo spettacolo delle classi dirigenti europee - ad esempio - che sono oggi tra le più mediocri ed ottuse della storia continentale, sarebbe una farsa da mettere in scena, per il diletto del gentile pubblico. Vederle agitarsi e straparlare come se contassero davvero qualcosa, ignare della propria assoluta insignificanza, ha dello stupefacente. Ascoltare leader (sic!) di paesotti meno significanti del Liechtenstein, avanzare pretese, o intimare diktat, a superpotenze globali, è ad un tempo esilarante e patetico. Pure, costoro si prendono sul serio. Sono sinceramente convinti della propria rilevanza, e - come il topo dinanzi all’elefante - si ergono impettiti sulle zampe posteriori e lanciano il proprio ruggito.
Lo scarto tra la mediocrità assoluta della propria condizione, e l’immagine di sé, sfugge totalmente alle loro capacità percettive.
Ma l’esempio più clamoroso, anche se per certi versi meno incomprensibile, ce lo restituisce l’impero americano. Osservandone in filigrana i comportamenti - verrebbe da dire il metalinguaggio con cui si esprime - assolutamente al di là degli aspetti francamente macchiettistici del suo attuale Comandante in Capo (e che pure, vedi sopra, qualcuno ha deciso di insediare alla Casa Bianca), traspare appunto questa completa inconsapevolezza di sé. Per un po’ ho creduto che fosse in fondo null’altro che una manifestazione della filosofia di vita americana, se vuoi avere successo devi mostrare un’immagine di successo, ma poi ho capito che non è tattica, non è abile marketing di sé, ma piuttosto sincera ed incrollabile convinzione di essere - ancora e sempre - la nazione indispensabile.
Ciò che ricavano dal conflitto con l’Iran, per dire, non è una impagabile lezione sulla natura profonda del proprio declino, né lo spunto per una seria riflessione sulla propria inadeguatezza rispetto - appunto - ad uno standard imperiale minimo, ma solo una irritazione cutanea, superficiale, un fastidio come di un moscone che rifiuta di lasciarci in pace.
Non è qualcosa di paragonabile alla classica situazione del bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto. Si può vederlo, e quindi descriverlo, in un modo o nell’altro, ma il dato oggettivo rimane identico. Nella situazione attuale del conflitto, ad esempio, sia Teheran che Washington potrebbero ritenere che questa possa essere descritta come una propria vittoria. Sarebbero ovviamente opinabili entrambe, e se ne potrebbe discutere nel merito. Ma dal punto di vista statunitense in realtà le cose stanno diversamente, non si tratta di interpretare diversamente la condizione del bicchiere a metà: per gli Stati Uniti, il bicchiere è pieno per tre-quarti, ed ovviamente ciò va inteso a proprio favore.
Al di là dei calcoli - diciamo così - opportunistici, nei quali ciascuno cerca ovviamente di ottenere il massimo possibile, o quantomeno di far apparire che sia così, c’è la convinzione di avere effettivamente conseguito la vittoria - perché noi non possiamo perdere... - a rendere tutto più complicato.
Rinunciare al pieno successo, o non sia mai addirittura dover riconoscere anche solo una mezza sconfitta, appare inaccettabile, anche perché vissuto come non vero. Come osa, quindi, l’Iran a rivendicare la vittoria?
Questo scarto tra realtà e percezione (di sé, innanzi tutto) sta al cuore del problema di questa transizione. Il declino di un impero, quando si manifesta, è già inarrestabile. Non c’è nulla che possa realmente opporvisi. Può essere comprensibilmente combattuto, ma ad un certo punto andrebbe semplicemente accettato, nella sua ineluttabilità. La finitezza è un carattere imprescindibile della Storia umana. Diciamo pure della Natura. L’ostinazione nel rifiutarla, l’incrollabile convinzione della propria eccezionalità, non cambiano l’esito, ma il modo in cui si determina - e in ultima analisi, il come rimane memoria.
L’attrito tra il vecchio ed il nuovo mondo è ineludibile, ma a quanto pare non è possibile evitare che - come diceva Gramsci - in questo chiaroscuro nascano i mostri. In questo passaggio storico epocale, a noi non resta che cercare di non esserne divorati.