Quanto costa questo petroldollaro? Le contraddizioni della Nuova Guerra del Golfo
di Lorenzo Maria Pacini - 16/03/2026

Fonte: Strategic Culture Foundation
Questa volta non sarà possibile dare la colpa a Putin. Anzi, il rischio che i leader europei corrono è quello di trovarsi a riacquistare risorse energetiche russe, magari ad un prezzo maggiorato o tramite altri player, come gli stessi Stati Uniti d’America.
Dal sogno all’incubo, e tutto ciò è americano
Nel sistema geopolitico del Medio Oriente contemporaneo, la presenza militare statunitense costituisce uno degli elementi strutturali più rilevanti dell’architettura di sicurezza regionale. A partire dagli anni Novanta, e con maggiore intensità dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 e le successive guerre in Afghanistan e Iraq, gli Stati Uniti hanno consolidato una rete estesa di installazioni militari nella regione del Golfo Persico. Tali basi – distribuite in paesi come Bahrein, Qatar, Kuwait, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita – svolgono funzioni operative fondamentali: proiezione di potenza, supporto logistico, controllo delle rotte energetiche e deterrenza nei confronti di attori regionali percepiti come ostili.
Un aspetto spesso trascurato nel dibattito pubblico riguarda la struttura finanziaria che ha reso possibile l’espansione di questa infrastruttura militare. Numerosi studi di economia politica della sicurezza evidenziano come una parte significativa dei costi di costruzione, manutenzione e ampliamento delle basi sia stata sostenuta dalle stesse monarchie del Golfo. In molti casi, tali paesi hanno finanziato direttamente la realizzazione delle installazioni o hanno fornito contributi sostanziali sotto forma di “host-nation support”, ossia forme di compartecipazione economica alle spese operative e infrastrutturali delle forze armate statunitensi stanziate sul loro territorio.
Questo modello di finanziamento riflette una logica strategica precisa. Le monarchie del Golfo, caratterizzate da apparati militari relativamente limitati rispetto alle potenze regionali circostanti, hanno storicamente cercato di compensare questa vulnerabilità attraverso accordi di sicurezza con una potenza esterna. Il sostegno finanziario alla presenza militare statunitense rappresenta quindi, dal punto di vista economico e politico, una forma di assicurazione strategica: in cambio dell’investimento nelle infrastrutture militari e dell’ospitalità territoriale, gli stati ospitanti ottengono garanzie implicite o esplicite di protezione.
Ciononostante, questa architettura di sicurezza comporta conseguenze geopolitiche rilevanti. Dal punto di vista di attori regionali come l’Iran, la rete di basi statunitensi nel Golfo viene interpretata non soltanto come un sistema difensivo, ma come un dispositivo di contenimento strategico e di potenziale proiezione offensiva. Le installazioni militari statunitensi diventano parte integrante della struttura di minaccia percepita da Teheran.
Nel quadro del diritto internazionale dei conflitti armati, le infrastrutture militari costituiscono obiettivi legittimi qualora siano utilizzate per operazioni militari o supporto logistico. La dottrina militare e giuridica distingue chiaramente tra obiettivi civili e obiettivi militari, e le basi operative rientrano senza ambiguità nella seconda categoria. Nel contesto dell’attuale Nuova Guerra del Golfo, tali installazioni possono essere considerate bersagli strategici da parte degli attori coinvolti, a pieno titolo ed a rigor di legge.
Il problema emerge tuttavia quando queste infrastrutture sono collocate in prossimità di aree densamente popolate. Molte basi nel Golfo si trovano infatti vicino a centri urbani o a zone economicamente vitali, in parte per ragioni logistiche e in parte perché lo sviluppo urbano si è progressivamente esteso intorno a installazioni già esistenti. Questa configurazione territoriale crea una condizione strutturale di rischio per le popolazioni civili residenti nelle aree limitrofe.
Nel caso di attacchi missilistici o operazioni militari contro tali basi, il principio di distinzione – cardine del diritto umanitario internazionale – richiede agli attori armati di evitare o minimizzare il più possibile i danni collaterali. Tuttavia, nella pratica dei conflitti contemporanei, la separazione tra obiettivi militari e spazio civile è spesso estremamente fragile. Anche operazioni mirate possono generare effetti indiretti, come esplosioni secondarie, incendi o danni alle infrastrutture urbane.
Di conseguenza, la popolazione civile dei paesi ospitanti si trova in una posizione particolarmente vulnerabile. Paradossalmente, gli stessi stati che hanno finanziato e ospitato le infrastrutture militari per rafforzare la propria sicurezza possono trovarsi esposti a rischi aggiuntivi in caso di escalation regionale. Le basi militari, pensate come strumenti di deterrenza, possono trasformarsi in fattori di esposizione strategica.
Da un punto di vista economico e politico, questo scenario solleva interrogativi sulla distribuzione della responsabilità per i danni derivanti da operazioni militari contro tali installazioni. Se le basi sono utilizzate da una potenza esterna e svolgono un ruolo operativo nelle sue strategie regionali, emerge la questione di chi debba sostenere i costi economici e sociali degli eventuali danni collaterali subiti dalle comunità locali.
In teoria, il diritto internazionale prevede meccanismi di responsabilità statale per gli atti illeciti e per i danni derivanti da operazioni militari non conformi alle norme umanitarie, ma nella pratica geopolitica tali meccanismi sono spesso difficili da applicare, soprattutto quando i conflitti coinvolgono grandi potenze o coalizioni militari complesse. Le dinamiche di potere internazionali tendono a prevalere sulle procedure di compensazione giuridica.
Dal punto di vista dell’economia politica della guerra, il problema può essere analizzato anche in termini di esternalità. La presenza militare di una potenza esterna genera benefici strategici per alcuni attori – deterrenza, protezione delle rotte energetiche, stabilità dei regimi alleati – ma può allo stesso tempo produrre costi per altri soggetti, in particolare per le popolazioni civili che vivono nelle aree circostanti le infrastrutture militari. Quando tali costi non vengono internalizzati dai decisori strategici, si crea una forma di asimmetria nella distribuzione dei rischi.
Questo porta a una questione politica più ampia: in che misura gli stati ospitanti e le potenze militari coinvolte dovrebbero assumersi la responsabilità economica dei danni subiti dalle comunità locali? Non sono stati sviluppati meccanismi di compensazione preventiva, fondi di garanzia o accordi multilaterali che prevedano risarcimenti in caso di attacchi alle infrastrutture militari. Le rivalità strategiche, le alleanze militari e le operazioni indirette (proxy warfare) contribuiscono a creare un ambiente in cui le responsabilità sono diffuse e difficili da attribuire in modo univoco. In questo contesto, la percezione di impunità o di scarsa attenzione per le conseguenze civili delle operazioni militari può alimentare ulteriormente tensioni e risentimenti regionali.
I Paesi del Golfo, le monarchie diventate tali tramite il dollaro, sono ora vittime di quello stesso dollaro, divenuto potente grazie a loro. Un paradosso che entrerà nei libri di storia.
L’evoluzione delle tensioni regionali suggerisce che tali questioni diventeranno sempre più centrali nel dibattito sulla sicurezza collettiva del Medio Oriente e sulla sostenibilità dell’attuale architettura militare della regione. Una riflessione più ampia sulla responsabilità economica e politica delle potenze coinvolte potrebbe rappresentare un passo necessario per affrontare le conseguenze umanitarie e strategiche di un sistema di sicurezza basato su una presenza militare esterna permanente. E questa scelta spetta solo ai Paesi del Golfo, ora che il “sogno americano” del petroldollaro si è rivelato essere un brutto incubo.
E tutto questo pesa sull’Europa
Il fallimento del progetto nel Golfo avrà un’altra conseguenza, la più impattante di tutte. non rappresenterebbe soltanto un evento geopolitico regionale, ma avrebbe effetti sistemici sull’economia globale e, in modo particolarmente significativo, sulle economie europee. L’Europa, infatti, si trova in una posizione strutturalmente vulnerabile rispetto alle dinamiche energetiche internazionali: la sua forte dipendenza dalle importazioni di idrocarburi, unita alla progressiva riduzione delle forniture provenienti da alcune aree tradizionali di approvvigionamento, rende il continente particolarmente sensibile a qualsiasi shock geopolitico che coinvolga il Medio Oriente e il Golfo Persico.
Il Golfo Persico rappresenta uno dei nodi centrali del sistema energetico globale, con lo Stretto di Hormuz che assorbe una quota significativa del commercio mondiale di petrolio e gas naturale liquefatto. Qualsiasi aumento delle tensioni militari nella regione – e in particolare un confronto diretto con l’Iran, potenza regionale dotata di capacità missilistiche e di strumenti di deterrenza asimmetrica – comporta inevitabilmente un aumento del cosiddetto risk premium energetico, termine utilizzato nell’economia delle materie prime, indica l’incremento dei prezzi dovuto non tanto a una reale carenza di risorse quanto alla percezione di rischio associata alla possibilità di interruzioni nelle catene di approvvigionamento.
Per l’Europa, che negli ultimi anni ha affrontato una complessa ristrutturazione del proprio sistema energetico, tali dinamiche potrebbero risultare particolarmente onerose. La crisi energetica successiva alla guerra in Ucraina ha già evidenziato la fragilità strutturale del modello energetico europeo. L’aumento dei prezzi del gas e dell’elettricità ha avuto effetti significativi sulla competitività industriale, sull’inflazione e sulla sostenibilità dei bilanci pubblici. Un ulteriore shock proveniente dal Medio Oriente rischierebbe quindi di amplificare tensioni economiche già esistenti.
L’industria europea, in particolare quella ad alta intensità energetica – come il settore chimico, siderurgico e manifatturiero – dipende in modo diretto dalla stabilità dei prezzi delle risorse energetiche. Un aumento prolungato dei costi del petrolio e del gas si traduce inevitabilmente in un incremento dei costi di produzione, con ripercussioni sulla competitività internazionale delle imprese europee. A medio e lungo termine, questo processo può accelerare fenomeni di deindustrializzazione o di delocalizzazione verso regioni del mondo caratterizzate da costi energetici più bassi.
Anche sul piano macroeconomico gli effetti possono essere rilevanti. L’aumento dei prezzi energetici tende ad alimentare l’inflazione, riducendo il potere d’acquisto delle famiglie e costringendo le banche centrali ad adottare politiche monetarie più restrittive. Questo meccanismo può rallentare la crescita economica e aggravare il peso del debito pubblico in numerosi paesi europei. In altre parole, un conflitto nel Golfo Persico potrebbe generare una catena di effetti economici che si propagano ben oltre il teatro militare regionale.
Alla luce di queste dinamiche, emerge una questione di responsabilità economica e politica che raramente viene affrontata in modo esplicito nel dibattito europeo. Se decisioni strategiche prese da attori esterni – o da alleati con maggiore autonomia militare – producono effetti economici significativi sulle economie europee, è legittimo interrogarsi su come tali costi vengano distribuiti all’interno del sistema internazionale.
Questo fenomeno riflette una caratteristica più ampia della governance internazionale: le decisioni strategiche in materia di sicurezza vengono spesso prese in contesti in cui i costi economici sono distribuiti in modo asimmetrico tra gli attori coinvolti. Le grandi potenze militari dispongono di una maggiore capacità di assorbire shock economici o di trasferirne parte delle conseguenze sui partner economici e commerciali, e l’Europa, l’UE come entità politica ma in generale tutti i Paesi europei, non sono superpotenze.
Tale dinamica, dunque, solleva interrogativi sulla capacità dell’Unione Europea di sviluppare una politica estera ed energetica realmente autonoma. Negli ultimi anni il dibattito sull’“autonomia strategica europea” ha evidenziato la necessità di rafforzare la capacità decisionale del continente in materia di sicurezza, approvvigionamenti energetici e politica industriale… ma niente di tutto ciò è stato realizzato. L’intera eurozona è una grande ciminiera che consuma energia comprata all’esterno, senza avere più garanzie di rifornimenti, a causa della propria incapacità politica. I leader europei si sono cimentati in capriole geopolitiche per dichiarare guerra alla Russia, ma non hanno fatto caso al fatto che sarebbero atterrate su un terreno estremamente duro e doloroso.
Il punto è: questa volta non sarà possibile dare la colpa a Putin. Anzi, il rischio che i leader europei corrono è quello di trovarsi a riacquistare risorse energetiche russe, magari ad un prezzo maggiorato o tramite altri player, come gli stessi Stati Uniti d’America. Il governo di Mosca aveva già anticipato che una simile situazione si sarebbe configurata, ed era chiaro anche agli analisti meno esperti. Ora l’Europa dovrà soffrire le conseguenze – drammatiche – della propria arroganza politica. Ascoltare le campane di Londra e Washington non ha prodotto buoni effetti, ma ormai… è troppo tardi.

