Quello che sta accadendo in Medio Oriente non è una sorpresa per chi osserva la realtà al di fuori della propaganda occidentale
di Federico Pieraccini - 18/03/2026

Fonte: Federico Pieraccini
Quello che sta accadendo in Medio Oriente non è una sorpresa per chi osserva la realtà al di fuori della propaganda occidentale. L’idea che gli Stati Uniti possano permettersi un intervento terrestre contro l’Iran è semplicemente senza senso: significherebbe esporsi a una risposta devastante, in un teatro dove Washington non ha né controllo né superiorità strategica.
La realtà è che l’Iran sta conducendo una guerra asimmetrica estremamente efficace: continua a colpire Israele, le basi americane e gli interessi occidentali nella regione, mentre utilizza lo Stretto di Hormuz come leva geopolitica contro i propri avversari. Non serve chiuderlo: basta renderlo inutilizzabile per gli Stati Uniti e gli stati vassalli in Europa e in giro per il mondo. Le conseguenze sono un drastico calo dei transiti e un impatto immediato sui prezzi del petrolio .
Questo è il punto che in Occidente si finge di non capire: l’Iran non ha bisogno di vincere una guerra convenzionale. Basta colpire il sistema nervoso dell’economia occidentale. Lo Stretto di Hormuz, da cui passa una quota enorme del petrolio mondiale, è oggi sotto il suo controllo operativo e rappresenta una leva di pressione senza equivalenti.
Nel frattempo, mentre gli Stati Uniti ed Europa subiscono l’impatto economico dell’escalation — inflazione energetica, instabilità finanziaria, crisi degli investimenti — Teheran riprende le proprie esportazioni verso Asia e blocco eurasiatico. La Cina in particolare continua ad acquistare greggio, spesso a condizioni vantaggiose, consolidando un asse economico alternativo che aggira completamente l’Occidente. E non è un caso se anche la Russia beneficia direttamente di questa dinamica.
Ancora più rilevante è un altro dato che smentisce anni di narrativa occidentale: bombardare un paese non lo destabilizza, anzi, al contrario, lo compatta. Le stesse valutazioni dell’intelligence americana indicano che, nonostante i colpi subiti, il sistema iraniano non solo è rimasto in piedi, ma si è consolidato ulteriormente, con un rafforzamento delle strutture di potere interne.
Il presupposto occidentale — eliminare leadership e ottenere un collasso interno — si è rivelato per quello che è: un’illusione alimentata da una bolla propagandistica autoreferenziale. Ancora una volta, si è scambiato il desiderio per analisi.
In questo quadro, la posizione europea appare non solo debole, ma strutturalmente subalterna. Privata di autonomia strategica, dipendente militarmente dagli Stati Uniti ed energeticamente da dinamiche che non controlla, anche grazie alle sue posizioni belliciste verso la Russia. L’europa si limita a subire decisioni altrui e a pagarne il prezzo economico.
Al contrario, il blocco formato da Iran, Russia e Cina dimostra una crescente capacità di coordinamento e adattamento. Mentre l’occidente reagisce, questo asse pianifica nel lungo termine in settori come energia, commercio e deterrenza.
È proprio sul piano della deterrenza che si gioca la partita più importante. Dopo un attacco diretto di questa portata, è altamente probabile che l’Iran acceleri verso la produzione di armi nucleari come garanzia ultima di sopravvivenza strategica. Probabile che a quel punto, l’effetto domino sia inevitabile: Arabia Saudita, Turchia e altri attori regionali cercheranno a loro volta capacità nucleari, probabilmente tramite canali indiretti. Sarà interessante vedere se il duo USA&Israele proverà ad impedire questo sviluppo in Arabia Saudita e Turchia, provocando un'ulteriore frattura nei loro rapporti con Washington.
In definitiva, questa crisi non dimostra la forza dell’Occidente, ma i suoi limiti: incapacità di leggere il contesto, eccesso di fiducia nella propria narrativa e totale sottovalutazione dell’avversario. Nulla di nuovo per chi osserva la lenta implosione dell'impero nord-americano da più di un decennio.
