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Aggiungiamo un altro cerchio

di Alberto Olivucci - 02/01/2006

Fonte: biodiversita.info



Nel bosco ho alberi piccoli e grandi. Per la maggior parte sono robinie, ontani, quercie e aceri, ma ci sono anche cipressi, abeti, pini e tante altre essenze. Quelli più piccoli servono da legna per scaldare, quelli più grandi, ammirati da tutti, restano al loro posto come madri degli alberi che verranno, patriarchi delle prossime generazioni. Alcuni di questi sono talmente belli da suscitare commozione nelle persone sensibili che si fermano a guardarli. Vecchi di centinaia di anni, con i loro fusti che solo in più persone si possono abbraccare e la chioma ombrosa e fitta d'estate. Ormai sono così grandi che sembra che non possano più crescere ancora. Eppure i tigli ogni anno crescono di circa 10-15 cm, nonostante siano già alti quasi trenta metri e le querce crescono circa la metà. È normale che un albero sano, anche se antico, cresca sempre un po' ogni anno. L'anno che smettesse di crescere sarebbe l'anno in cui l'albero comincia a morire, l'anno che non fosse segnato da un cerchio nel suo fusto, sarebbe l'ultimo anno per quella pianta. Per loro fermarsi e davvero il preludio della fine, e nonostante siano tanto longevi, verrà il giorno che anche loro si fermeranno. Nel frattempo avranno cosparso la terra con miliardi di semi di cui molti avranno prodotto piccoli alberi che cresceranno. Questa è la loro eredità e, in un certo senso, la loro sopravivvenza. In questo assomigliano molto ai contadini di un tempo che spargevano i loro semi di anno in anno e li tramandavano anche alla discendenza in un ciclo che sappiamo bene che si sta interrompendo, a tal punto che tremo per le prossime generazioni, che stanno crescendo con i modelli dei videogame tutto tasti e violenza.

Quest'anno 2006 vorrei inviare ai soci di Civiltà Contadina e agli amici del sito Internet un messaggio di speranza, non il mio, ma quello dei tanti alberi antichi che vivono qui alla mia fattoria, alberi che hanno visto molte albe e tramonti, molte lune e stagioni, generazioni di uomini e generazioni di civiltà. Loro hanno superato i secoli e credo che anche solo per questo motivo hanno un bel messaggio da inviarci. La loro ricetta di vita è tanto essenziale quanto funzionale: rimanere saldi al proprio posto. Finché loro potranno rimanere li dove sono, finché le loro radici rimarranno nella loro terra, finché il loro piede sarà libero da infestanti, finché sopra di loro rimarrà il cielo, loro continueranno a portare fiori e semi ogni anno, donando senza chiedere, crescendo senza fermarsi, rinnovando l'aria attorno a se, sostenendo il cielo come colonne. Con i loro rami rivolti in alto questo capodanno chiederanno che anche noi possiamo rimanere al nostro posto, qualunque 2005 abbiamo alle spalle, sia bello che brutto, anche noi saldi sulle nostre gambe e sulle nostre idee. E soprattutto chiederanno che a Civiltà Contadina vengano aggiunti sempre nuovi cerchi, perché si sta occupando di un bellissimo progetto che richiede si tante energie, ma che renderà ciascuno di coloro che partecipa più bello, più ricco e più buono dentro, chiederanno un anno di crescita fatto di nuovi soci e di nuove iniziative e soprattutto che rimanga al suo posto, facendo bene ciò che ha iniziato a fare.

A tutti, quindi i saluti e le migliori speranze dai patriarchi di Ca' del Santo: la Quercia "Mano", i 3 tigli centenari, i roveri sul viale e i 50 olivi secolari sui campi. Io stesso, che con il nome e cognome che porto posso confondermi tranquillamente nel gruppo di questi alberi, mi unisco nell'inviarvi un saluto e un abbraccio sperando in un 2006 luminoso e amorevole per tutti.



*Presidente di Civiltà Contadina e contadino di terre magre.