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Perché non si vede all'orizzonte un nuovo Flaiano

di Giuliano Compagno - 08/03/2010


È stato l'unico autentico dandy del '900 italiano: nessuno è riuscito a incarnare come lui l'immagine del senza-padrone e del senza-carriera

Per dare un'idea di quale sia la reale distanza tra la nascita di Ennio Flaiano e noi, basti ricordare che essa coincide con la morte di Lev Tolstoj. In quei giorni di marzo del 1910, mentre lo scrittore pescarese viene alla luce, la lava dell'Etna ingoia in sé baracche e animali e il secondo governo del barone Sidney Costantino Sonnino vive la sua brevissima agonia. È molto più di un secolo, insomma, che Flaiano è nato: ci sono di mezzo una società e una cultura italiane che verranno stravolte a velocità ennesima. Eppure la sua parabola sembra persino resistere alla coincidenza di un approdo a Roma nel 1922, e la sua giovanile vocazione per il giornalismo gli fa da scudo, come se la carta stampata fosse il suo primo e unico vestito. Sono invece gli anni Cinquanta - e quella sua Roma «dilatata, distorta, arricchita» - a renderlo protagonista di un mondo il cui racconto non dimorerà soltanto su un foglio di carta stampata.
Quel Flaiano che se ne va nel 1972 appartiene a un'epoca che ci è altrettanto remota, sebbene molto più comprensibile. In quegli anni l'Italia è una vera e propria polveriera culturale e i tipi come lui sono dei paria del pensiero. Sono intellettuali che non scommetterebbero cinque lire sull'autenticità di chi dichiara di voler cambiare il mondo. Sono scrittori che non lesinano la loro ironia innanzi agli slogan e ai manifesti che traboccano sentenze e principii. Ma quel che li fa ancora più rari è il loro sentirsi diversi da ogni forma di ideologica visceralità. In quell'epoca, Ennio Flaiano è un anti-niente. Non odia, non disprezza, non minaccia. Si limita a licenziare ogni tanto una scheggia di ironia, così piccola da entrare nelle carni di chi legge e di restarci per sempre: «Vogliono la rivoluzione ma preferiscono fare le barricate con i mobili degli altri».
Micidiale, senza punto esclamativo, come un'osservazione neutra che contiene in sé tutta la malizia di un concetto. Perché c'è una sorta di saggezza ad agirlo, la medesima che pare essersi spenta con lui, per sempre, nel nostro paese. Dire di Flaiano che ci manca è una sciocchezza che non descrive il baratro che, dopo di lui, si è aperto. Sono 38 anni che attendiamo l'epifania di un uomo che abbia l'apparenza di un travet e la sostanza di un'intelligenza che brilli da ogni sua smorfia. Ed è trascorso altrettanto tempo, per noi, a sopportare l'affannoso verso di quei suoi epigoni che tentano di imitarne l'acutezza, la leggerezza, la libertà. Nessuno lo ha mai raggiunto così in alto da respirare l'aria sua. Nessuno è riuscito a incarnare nuovamente l'immagine di un senza-padrone, di un senza-carriera, di un protagonista della cultura così sublime da non farsi mai due conti o tre progetti con altri quattro gatti. Era più facile allora, si sa, ma era difficile anche allora. Il fatto è che non c'era modo di possedere Flaiano. Non era in vendita, non era in affitto. Era semplicemente un Bene Inalienabile. Ma c'è di più: c'è che Ennio Flaiano è stato l'unico vero dandy del Novecento italiano. Ne aveva la stoffa, la personalità, la naturalezza, e grazie a queste virtù egli ha saputo percorrere uno sdrucciolevole sentiero senza cadere mai. Era come se avesse il dono della "piega", quella sua innata capacità di dare alla trama della vita un impercettibile senso inverso. Quel che Flaiano lambiva con il suo sguardo e con il suo giudizio, immediatamente mutava in altro. La sua sola presenza nelle occasioni mondane (di cui pure diffidava) aveva il pregio di illustrarle; una festa senza Flaiano (e ve ne furono molte) era un evento fallito. Non si trattava di celebrare la bella nicchia delle arti e dello spettacolo, bensì di partecipare a quella società della conversazione che Giovanni Russo ha ben descritto nei suoi libri dedicati al vecchio amico. E d'altronde, la stessa inimitabilità di Flaiano attesta il suo dandismo. C'è in lui una distanza a tal punto assoluta da porlo in totale antitesi con le figure di snob che imperversano nella Roma di quegli anni: «Non ho capito bene il suo nome ma non ho alcuna difficoltà a crederle». In una recente intervista, Tonino Guerra ha voluto ricordarne un momento di fortissima intensità. Accadde in un mattino di primavera, che si stava recando a casa Flaiano per giocare a chi avesse più idee e, prima di annunciarsi, sbirciò dalla finestra e lo vide. Era seduto in poltrona, guancia a guancia con la figlia ammalata che gli stava tra le braccia.
La stringeva, insieme guardavano il cortiletto dinanzi, entrambi assorti in un amore reciproco e irraggiungibile. Allora Tonino Guerra usò la delicatezza di tornare sui suoi passi e di lasciare che quell'uomo solo e sofferente godesse di un'intimità che prevaleva su ogni possibile arguzia. Il suo genio infinitamente melanconico era svanito in un gesto di affetto, nella carezza senza parole di una mano che aveva posato la penna sulla scrivania.