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L'interiorità maschile

di Andrea Sciffo - 25/01/2011



Già da un decennio e mezzo la scrittura di Demetrio opera senza sosta per riempire le campiture di un ampio affresco simile a una veduta d’assieme, che però vada precisata via via, nei dettagli o nelle linee di fuga, con la stessa passione quieta del Bramino che dopo aver superati i fatidici cinquant’anni lascia i compiti ordinari e passa alla capanna nella foresta a dedicarsi tutto alla meditazione dell’infinito. 
Erano i tempi del libro anticipatario Raccontarsi (1996) quando una simile operazione venne inaugurata: era quello il vertice dal quale il fondatore della Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari (Ar) ha poi sviluppato un disegno anamorfico che ora rivela il proprio profilo tagliente, con l’uscita de L’interiorità maschile. Le solitudini degli uomini. 
Inoltrarsi negli scritti demetriani significa introdursi in un corpo solido nella struttura e immateriale sulla pagina, simile all’interno della botte di Attilio Regolo, che era chiodata. Si deve infatti attraversare per forza lo spiazzante-confortante Elogio dell’immaturità (1998) assieme alla Pedagogia della memoria (1998), per approdare ai rivelatori Di che giardino sei? (2000) alle intimità aperte di Album di famiglia (2002) e all’Autoanalisi per non pazienti (2003), raggiungere poi se stessi a piedi grazie ai segnavia di Filosofia del camminare (2005), testo-guida dal quale diramano dense le tappe successive: la difesa delle virtù di un sentimento come la timidezza, ne La vita schiva (2007), la provocazione di L’educazione non è finita (2009), le buie illuminazioni di Ascetismo metropolitano (2009). Demetrio ha descritto così, con assoluta fedeltà al dono dello scrivere, il labirinto esistenziale del difficile passaggio da un millennio all’altro.
Questo suo ultimo lavoro si richiama direttamente, a mio parere, alla pietra miliare della filosofia dell’educazione selon Duccio Demetrio: cioè a quella “introduzione alla pedagogia introspettiva” che fu il robusto trattato L’educazione interiore (RCS-La Nuova Italia, 2000). In quella sede, veniva aperta una galleria sotterranea alla “vita invisibile”, delineati gli “stati e figure dell’autocoscienza”, percepite le “voci dell’introspezione”: verso dove? Verso le Autopedagogie, ossia i saperi dell’anima e le prassi formative di meditazione inquieta, di cui Demetrio distingueva Tre Vie praticabili e un’Uscita di scena. 
Sorgeva all’inizio del XXI secolo una forma di passaggio all’adultità la cui “bellezza è l’inutilità, la cui morale è la ricerca di una risonanza con le interiorità altrui” (p.7), un percorso iniziatico di transito da una taciturna temperanza, attraverso la gnosi (l’autore cita il Vangelo di Tomaso: “la verità è dentro di voi e fuori di voi” 3,20,33) sino ai lidi occulti dove si scopre, come lo scrittore iperboreo Cees Nooteboon ammise, che “ogni tempo esistito continuava a esistere”. Da notare come tutto l’ultimo capitolo del trattato (V. Epilogo; p.255) fosse uno dei capisaldi più diretti ed espliciti dell’intero corpus di scritti demetriano, poiché si sporgeva sul ciglio che volentieri la mentalità moderna censura: cioè sosteneva la necessità di una “educazione degli adulti” completa e senza censure, spudorata di fronte all’onnipresenza della morte nella condizione umana; nel senso che “l’eventualità e il dono […] li vive forse assaporando una sorpresa che non osa immaginare: ma avvicinandosi ad essa incomincia, devoto alle cose incompiute, ad insegnare l’arte dell’uscita di scena come arte del vivere” (p.260). Ne derivava così una Ars moriendi aperta a tutto, vissuta dalla prospettiva di un “non credente incerto”, ossia di un inesausto ricercatore che prova “nostalgia per l’invisibile”; tutto questo era ed è, ovviamente, quanto di meno voglia sentirsi dire la società contemporanea immersa in un vistoso divertissement. 
Da allora, ininterrottamente, il basso continuo del discorso di Demetrio produce nel lettore una inquietudine, mediante parole che lascerebbero volentieri spazio al silenzio (se lo si potesse scrivere a inchiostro bianco sulla pagina, come Mallarmé) e a reticenze volute, mute: quelle per cui, scrisse il poeta Georg Trakl, “verdeggiano piano le tempie al taciturno”.


Percorsi adulti verso la solitudine feconda
Eccoci così, dieci anni dopo, a L’interiorità maschile, un libro soffusamente minaccioso perché, imbottite tra le fluenti frasi, e le iterazioni poetiche, si covano giudizi inflessibili anche se meditativi.
Demetrio invita i lettori a seguirlo nelle regioni che Hermann Hesse chiamò, nel romanzo Demian (1919) “l’interiorità del mondo esterno”: tutto il percorso labirintico del maschio che entra nei meandri del proprio corpo immaginale, ovvero nelle circonvoluzioni della propria mente o, se si vuole, anche nei meandri intestinali, è visto e descritto senza intromissioni. La guida ha la discrezione di non intromettersi nel processo lungo il quale l’io constata la propria condizione tragica di finitezza e una mortalità che, una volta accettata, dà all’uomo lo status di eroe (comune, occultato e irriconoscibile agli altri) nonché di “artigiano delle proprie ombre”.
Nel mezzo esatto del testo, ecco il punto di svolta: è nell’atto della “poetica del grembo dischiuso e innocente” (pag.130) che nasce l’uomo nuovo, conscio di non potersi autoproclamare innocente, innamorato delle cose, lacerato in quanto accettante l’inspiegabilità assoluta del mondo, e quindi riconciliato e perciò generatore di “parole inoffensive”: per tale motivo, è prolifico. 
È a questo punto che Demetrio si produce in uno spiazzante capitolo di quindici ritratti maschili, tra pittura e parola lirica; riesuma coraggiosamente un'unica virtù antica, la nobiltà d’animo, assumendosi liberamente la veste attuale di un Umanista toscano: in questo caso, più apparentato a Leonardo Bruni che a Marsilio Ficino. E per usare la distinzione cara a Marc Fumaroli, forse riesce per un lungo istante a “non esser ragno, ma ape”, pur non scostandosi dalla tradizione discesa da Marco Aurelio la cui sapienza fu costante preparazione alla morte, quando esclamava

Quale anima quella che si tiene pronta, quando è il momento a staccarsi dal corpo per estinguersi, disperdersi o sopravvivere! Ma questa disposizione deve risultare non da un semplice spirito di opposizione come avviene presso i cristiani! è necessario che essa sia ragionata, grave, senza fasto tragico (Pensieri, XI, 3).

Il “maschio” deve dunque farsi “uomo” attraverso un percorso di interiorità, di junghiana introversione: la strada del ritorno al Sé dovrà produrre l’abbandono degli atteggiamenti di
maschi che si uccidono fra di loro, maschi che si misurano in base alla forza e alla debolezza, maschi che abbandonano chi un istante prima idolatravano, maschi che si vantano di imprese cruente, maschi che rinascono dalle proprie ceneri già in armi, maschi che usano il bene comune delle libertà per asservire e concedersi licenze, maschi che non possono stare senza sconfitti, vittime e clientele, maschi che non sanno cosa sia il senso di colpa. (p.26)
Il passaggio dal maschio all’uomo è in seguito rappresentato come contatto con il mito e le figure antiche: Davide, Perseo, Orfeo, Chirone, e poi Adamo con Eva, e ancora Narciso. Il paradigma è auto-educativo, cioè è il processo per cui la persona modifica se stessa attraverso la presa di coscienza, l’apprendimento.

Un pugno di ferro nel, proverbiale, guanto di velluto
L’attacco di Demetrio, come si è visto, è soft sino a un certo punto perché è portato al cuore del problema: va contro l’inerzia soddisfatta del nostro tempo. Ancora una volta, un discorso poetico-politico, come gli è solito fare oramai da decenni e, soprattutto, come ai tempi in cui i movimenti studenteschi agitavano il respiro delle piazze. 
Simile a un’esplosione in cui le schegge vadano in ogni direzione, la mossa segreta qui messa in atto dal sinuoso discorso demetriano s’irraggia in quattro direzioni: prima, verso la constatazione di un congedo (il maschio attuale è vuoto: ha quindi le ore contate, poiché verrà altro o altri a occuparne lo spazio lasciato vuoto perché la Natura ha Horror vacui…); seconda, nell’affermazione che esistono tre sessi, e non due (il maschio, che può, affrontando la prova labirintica della solitudine interiore, trasformarsi in uomo; e la donna, alla cui scuola di interiorità ci si dovrà recare se si vuole effettuare il passaggio felicemente, iniziatrice amorevole sorella della Diotima del dialogo platonico); terza direzione, la scoperta di un complesso e/o archetipo psicanalitico oggi emergente, cioè l’impotenza maschile a partorire, con tutti i surrogati culturali e le susseguenti ansie da prestazione in ogni campo del mascolino agire.
Il libro di Demetrio infatti inizia con una sarcastica requisitoria contro i malvezzi maschili d’inizio XXI secolo: un attacco alla superficialità banale, con sguardo preoccupato, “da un paese come il nostro, dove c’è chi si vanta di non aver mai letto un libro e di non pensare se non a cose pratiche e concrete” (pag.10), e questa è la sezione politica che innerva tutto il saggio sino al termine. Ma alle conclusioni, la veemenza si fa anche poetica: 

“La salvezza della specie, la ricerca del bene e del giusto, l’abitare diversamente lo spazio, sottrarre terreno, potere, arroganza alle donne e agli uomini esteriori sono appuntamenti troppo importanti perché ci vedano futilmente contendere e non, invece, insieme procedere, differenti e associati, per il “buon governo” delle nostre storie, sempre non solo interiori e intime. Di quel poco di mondo alla nostra portata che vada cambiato” (pag.266).

Grande, sproporzionato, il compito attribuito alle donne, di educare il maschio a divenire uomo? Qui il tribunale sarà la storia, la storia sociale dell’epoca contemporanea. Di un’epoca in cui, di solito, si imputa al maschio di sapere troppo bene cosa voglia: e giustamente. E se ai maschi s’insegna a “non perdersi d’animo”, vicendevolmente alle donne (che Demetrio elegge a maieuta) occorrerebbe almeno insegnare “a perdersi d’animo”.


Il quadrifoglio 
Non avevo dimenticato di segnalare quale fosse la quarta direzione: anzi, la ritengo la più importante. Senza una colonna sonora, con la propria tinta nascosta forse apposta sotto l’annullamento di tutta la gamma dei colori, questo è un libro gelosissimo, muto su tutto ciò che stia oltre la soglia dell’interiore e dell’intimo. 
In me ha sortito l’effetto di aprire infiorescenze di pensieri, a forma di quadrifoglio, dalle quali sono stato costretto a intraprendere sentieri diretti ai punti cardinali: e sono sentieri, provocatoriamente, tracciati da poeti. Verso occidente, nel Nuovo Continente, nella grande visione interiore di Nick Black Elk narrata nel celebre Alce Nero parla (1932); verso settentrione, sulle ali del poderoso poema autobiografico del romantico inglese William Wordsworth Il Preludio (concluso nel 1805 e lasciato inedito); verso oriente, nelle fascinose memorie di Pavel A. Florenskij intitolate dal 1916 Ai miei figli. Memorie di giorni passati; verso mezzogiorno, nel dorato testamento lirico di Giovanni Casoli scritto nel 2010 Sul fondamento poetico del mondo.
La descrizione delle ctonie e celesti corrispondenze tra il percorso di Demetrio e i quattro appena elencati è, però, una storia da dipanare in altra sede.




Duccio Demetrio 
L’INTERIORITA’ MASCHILE. LE SOLITUDINI DEGLI UOMINI    
(Raffaello Cortina Editore, 2010; pp. 279 € 14,50)