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Ecco la cupola segreta che da Parigi decide le sommosse in Iran

di Gian Micalessin - 25/02/2011

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«Salam askiada salam arz Kardam rooz Aval Esfand... Buon giorno e buone cose, la chiamo per informarla: domenica 20 febbraio alle 15 si manifesta in tutte le principali piazze di Teheran». La protesta in Iran incomincia con una telefonata. Una chiamata anonima, piovuta da «chissà dove» che ti sputa nelle orecchie tutte le informazioni per esserci e parteciparvi. Noi de Il Giornale stavolta scriviamo da quel «chissà dove». Siamo in un piccolo e angusto monolocale affossato nelle viscere di una torre alveare della periferia parigina. Un buco trasformato da una connessione internet e da Skype nel centro direzionale della mobilitazione prossima ventura. Ai posti di comando, tra video, cuffie e tastiere, ci sono una signora trentenne e un ragazzotto ventenne.
Sono entrambi esuli. Lui, chiamiamolo Mr Y, ha conosciuto il carcere e le torture dopo manifestazioni del 2009 contro la rielezione truffa del presidente Mahmoud Ahmadinejad. Lei si fa chiamare Sherazade, come la protagonista delle Mille e Una Notte, ed ha lasciato Teheran da qualche anno. Assieme ad una trentina di altri fuoriusciti sparsi per l’Europa sono gli organizzatori occulti del 25 Bahman, la grande protesta che il 14 febbraio ha portato in piazza centinaia di migliaia di iraniani. «Non eravamo sicuri di farcela, dopo gli scontri e gli arresti del dicembre 2009 la gente aveva molta paura. La differenza - racconta Sherazade - l’ha fatta l’organizzazione».
Tutto inizia una settimana prima del 25 Bahman quando lei è gli altri «congiurati» ricevono l’invito ad iscriverci ad un «gruppo segreto» su Facebook. Quattro giorni dopo i misteriosi amministratori del gruppo distribuiscono le informazioni per l’uso. «Guarda qui». Sherazade apre Facebook. Il gruppo segreto del 25 Bahman è già chiuso e cancellato. Ma la piattaforma per la rivolta digitale di domenica 20 febbraio (oggi per chi legge ndr ) non è diversa. Nome a parte, informazioni e contenuti sono gli stessi.
Il primo ingrediente, i caricatori da affidare ai «cecchini» della rivolta digitale, sono le liste di numeri da chiamare. «Non so come li trovano. Ciascuno di noi ne riceve ogni giorno qualche centinaio. Se è festa sono di cellulari perché la gente è a spasso, altrimenti sono abitazioni e uffici. Da quanto capisco sono divisi per quartiere. Chiamiamo tutte le zone di Teheran dove i riformisti hanno più seguito o ricevono più voti durante le elezioni. Colpiamo a tappeto tassisti e negozi. Insomma arriviamo in tutti i posti dove una telefonata ha più ascolto. Adesso Y te lo fa sentire».
La tastiera digitale di Skype è in movimento. Una voce femminile affiora dal caos di un’arteria di Teheran: «Hallo chi parla?». Si blocca. Ripete «Con chi parlo?». Nella cornetta risuona la parola manifestazione. Lei si gela. Y assume un tono deciso, come raccomandato dagli istruttori di Facebook. «Non riattacchi per cortesia». Dal brusio di Teheran un esile segno di vita: «Vi sento». Y non desidera altro. «Allora, l’appuntamento è alle 15 in tutte le principali piazze di Teheran, ripeto in tutte le principali piazze di Teheran. La ringrazio, l’aspettiamo». Dall’altra parte manco un fiato, ma neppure un clic fatale. «L’altra volta chiedevamo di camminare da Azad Square a piazza della Rivoluzione. Stavolta per non regalare vantaggi alla polizia siamo molto più vaghi- spiega Sherazadeh – la gran parte fa come lei, non dice nulla, ma neanche riattacca. L’informazione è arrivata a destinazione e si diffonderà con il passaparola. Per noi è un successo». Y lo sta già annotando nel rapporto che, 300 telefonate dopo, invierà ai controllori del «sito segreto» di Facebook. «Il 25 Bahman abbiamo fatto 30mila telefonate, ma alla fine sapevamo che la manifestazione sarebbe riuscita. Se riattaccano o - come capita - t’insultano il contatto è un insuccesso. Se restano in linea, anche senza dire nulla per paura, la telefonata ha avuto effetto. Il 25 Bahman i risultati erano per tre quarti positivi. Abbiamo chiamato persino il quartiere dei Pasdaran e molti ci hanno ascoltato, molti dei loro figli hanno addirittura promesso di partecipare». Ma il vero mistero di questa e delle altre rivolte digitali resta - per dirla con Aristotele - , il primo motore immobile. Chi è l’invisibile demiurgo manifestatosi dal nulla per riunire Sherazade, il signor Y e una trentina di congiurati digitali nel gruppo segreto su Facebook? Da chi arrivano i numeri da chiamare e le istruzioni per l’uso? Sherazade e Y ammettono di non saperlo. «Per quanto capiamo l’organizzazione in Europa fa capo a quattro persone. Solo loro conoscono tutti i membri del nostro gruppo. Un altro gruppo dirigente organizza gli esuli residenti in America, ma neppure loro sanno di chi si tratti». A Parigi una cosa, insomma, l’abbiamo capita. La grande rivoluzione digitale esiste e funziona, ma le sue chiavi sono nelle mani di un anonimo ed invisibile demiurgo. E senza di lui nulla inizia. E nulla si muove.