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Marx, Heidegger e i titani d'occidente

di Alain de Benoist - 17/03/2011

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A Karl Marx sono state rimproverate molte cose: il carattere sistematico del suo pensiero, l’economicismo (sensibile soprattutto nei suoi epigoni, giacché in lui il primato dell’economia si situa molto più nell’ordine delle cause che nell’ordine dei fini), la definizione quasi metafisica della classe sociale, l’incapacità di uscire dalla filosofia di Hegel, di cui pretende soltanto di “rimettere sui suoi piedi” l’interpretazione dialettica, la filosofia della storia nella quale il comunismo primitivo prende il posto del giardino dell’Eden e la società senza classi quello della Parusìa, l’atteggiamento ambivalente nei confronti della borghesia (da un lato nemico da combattere, dall’altro classe che ha svolto nella storia un ruolo “eminentemente rivoluzionario”), l’adesione all’ideologia del progresso – ideologia tipicamente borghese anch’essa, come ricorderà Georges Sorel –, che lo conduce a leggere la storia come Rivelazione progressiva e a vedere nella colonizzazione un “progresso della civiltà”, e via dicendo.
Alcuni di questi rimproveri erano senza alcun dubbio fondati. Sarebbe tuttavia perlomeno onesto non screditare il pensiero di Marx riducendolo all’uso che ne hanno fatto coloro che ad esso si sono richiamati (i “marxisti”): a rigore, nessuno sa come Marx avrebbe giudicato Lenin né quel che avrebbe detto del Gulag.
Ci sono almeno due buone ragioni per esaminare in una nuova luce l’opera di Marx. La prima è che il “marxismo” è ampiamente passato di moda, il che consente di parlarne senza passione. La seconda è che i rapporti sociali tipici del capitalismo sono oggi diventati dominanti nel mondo, cosicché le opinioni di Marx tornano in una certa misura ad essere attuali. Trionfando su scala planetaria, il capitalismo infatti non ha solo ritrovato la brutale aggressività che lo contraddistinse nel XIX secolo; sembra altresì avere esaurito i suoi effetti positivi – pur non avendo esaurito il suo ambito di sviluppo. Si è molto criticato quel che Marx ha potuto dire sulla caduta tendenziale del tasso di profitto, rimproverandogli di non avere tenuto conto del carattere produttivo del capitale costante. Ebbene: tutti gli studi disponibili confermano attualmente una caduta del tasso di profitto nei paesi capitalisti. Proprio per rimediare a questa erosione delle redditività del capitale, il capitalismo tende oggi a spezzare tutti gli equilibri sociali nati dal compromesso fordista, a liberalizzare totalmente i mercati finanziari, a integrare i paesi emergenti in una nuova divisione internazionale del lavoro, a scoprire incessantemente nuovi mercati. Da ciò la marcia accelerata verso una globalizzazione sotto l’egida della Forma-Capitale, vera riorganizzazione planetaria dei processi produttivi del valore, che va di pari passo con un ritorno dell’imperialismo (neo)coloniale.
Il vecchio capitalismo pretendeva di soddisfare bisogni espressi dalla domanda, quello nuovo mira a soddisfare desideri stimolati dall’offerta. In ogni caso, il capitalismo si definisce tramite una dinamica di accumulazione per via di espropriazione – una dinamica dell’illimitato –, e per questo motivo non può che estendersi all’intera terra distruggendo tutto ciò che rischia di ostacolare la logica del capitale. Orbene, Marx non ha solamente dimostrato che le leggi economiche, lungi dall’essere “naturali”, sono il prodotto di una storia sociale. Diciamolo chiaramente: sottolineando che il capitalismo mira per natura all’accumulazione infinita del valore, giacché il capitale non è altro che l’astrazione del valore in movimento, egli ha compreso meglio di chiunque altro la natura profonda del capitalismo, la sua essenza prometeica e la sua forza demiurgica. È quel che mostrano la sua analisi della merce e la sua teoria dell’alienazione.
Secondo Marx, il lavoro non è la fonte, bensì la sostanza, del valore. Pertanto è opportuno interrogarsi sull’origine dei valori aggiunti ai valori esistenti. Marx ha assai ben compreso che il problema essenziale non è la proprietà, bensì la merce. In quanto valore, la merce non è che lavoro umano cristallizzato, ma in quanto merce il lavoro diventa qualitativamente un’altra cosa rispetto a quel che era in precedenza. Dietro il duplice aspetto di ogni merce (valore di scambio e valore d’uso) si esprimono da un lato il carattere differenziante del lavoro concreto e dall’altro il lavoro anonimo e astratto che rende eguali tutti i lavori. La forma monetaria rivestita dagli scambi sfocia allora nella reificazione o “cosificazione” (Verdinglichung) dei rapporti sociali, ciò che Marx chiama il “feticismo inerente al mondo mercantile”.
L’alienazione va dunque molto al di là di ciò che la semplice critica socialista denuncia come “sfruttamento sociale”. L’alienazione significa che, nel regno della merce, l’uomo diviene estraneo a se stesso. “Il denaro”, scrive Marx, “riduce l’uomo a non essere che un’astrazione”. Riduce l’essere all’avere, la qualità alla quantità. Quando il denaro, mediatore di tutte le cose, diventa l’unico criterio di potenza, il lavoratore e il padrone, malgrado tutto quel che li contrappone, sono entrambi alienati. Chi non ha denaro è prigioniero di questa mancanza, chi possiede del denaro ne è posseduto.
Ad avviso di Marx, ogni produzione è un’appropriazione della natura da parte dell’uomo in una determinata forma. Il motore della storia, da questo punto di vista, non è tanto l’economia in sé quanto la tecnica, la cui evoluzione modifica continuamente le forme di lavoro, di appropriazione e di produzione. Ma qui Marx resta a mezza strada, perché non si interroga sull’essenza della tecnica. Percepisce la tecnica esclusivamente in senso strumentale, come semplice modalità della praxis, intesa come “lavoro umano”, senza accorgersi che potrebbe ben darsi che la tecnica sia essa stessa il soggetto di cui “borghesia” e “proletariato” non sono altro che predicati. Per pensare veramente la tecnica, e capire che l’essenza della tecnica, in sé, non ha niente di tecnico, bisognerà attendere Heidegger.
Ma sono proprio il pensiero di Heidegger e quello di Marx che si potrebbero comparare. Perché ciò che Marx chiama “Capitale”, Heidegger lo chiama Ge-stell, impadronimento di tutti gli enti in vista della produzione generalizzata, ovvero dispiegamento planetario dell’inautentico. Allo stesso modo, quel che Marx dice del denaro evoca ciò che Heidegger ha scritto sul regno del “si”: da una parte la “falsa coscienza”, dall’altra la “fatticità” (Faktizität). Marx cerca di restituire all’uomo il suo “essere generico”, l’ermeneutica heideggeriana propone invece di far ritorno all’“ek-sistenza”, la quale designa “l’abitazione ek-statica nella prossimità dell’essere”. I due modi di procedere criticano il capitalismo partendo da premesse distinte, ma si raggiungono in uno stesso appello a liberarsi dell’inautentico (Selbstentfremdung).
“Quel che Marx, partendo da Hegel, ha riconosciuto in un certo senso importante ed essenziale, essendo l’alienazione dell’uomo, affonda le radici nell’assenza di patria dell’uomo moderno”, scrive Heidegger (Lettera sull’umanesimo), aggiungendo: “È perché Marx, facendo l’esperienza dell’alienazione, giunge a una dimensione essenziale della storia, che la concezione marxista della storia è superiore a ogni altra storiografia”. Il complimento non è striminzito. Ed è per questo che Heidegger cita come uno dei compiti del “pensiero di là da venire” quello che chiama un “dialogo produttivo con il marxismo”. Cerchiamo di iniziare questo dialogo.