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Ma il cosmo ha una legge superiore?

di Fiorenzo Facchini - 06/04/2011

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Ricostruire la storia dell’universo e della vita sulla terra rappresenta una delle più affascinanti imprese per la mente dell’uomo. Non è solo per appagare la curiosità di sapere, ma per gli interrogativi che sorgono  sul senso della esistenza. Si è cercato di farlo fin dall’antichità con i racconti di carattere mitologico. Oggi la scienza può dire qualcosa  in base allo studio della natura. Si parla di evoluzione dell’universo a partire da inizi molto semplici, il Big Bang, 13,7 miliardi di anni fa,; di evoluzione  della vita sulla terra a partire da circa  3,5 miliardi di anni fa con i batteri. C’è stata una complessificazione della materia dapprima a livello fisico e chimico poi a livello di viventi.
È un modo di vedere che trova appoggio in tante osservazioni (dallo studio delle aggregazioni atomiche e molecolari, alla documentazione fossile, alle somiglianze morfologiche e biomolecolari fra le varie specie viventi). Charles Darwin ha spiegato l’evoluzione della vita con la selezione naturale operante sulle variazioni spontanee delle specie. Il processo evolutivo si presenta complesso e articolato. La storia della vita non è lineare. La sua rappresentazione mediante un albero con varie ramificazioni sembra non corrispondere a quanto è avvenuto. L’immagine del corallo (per la quale Darwin manifestava interesse) potrebbe essere più fedele.
Si individuano delle direzioni di sviluppo, alcune delle quali si sono arrestate e si sono estinte; altre sono ferme a molti milioni di anni fa e si ritrovano anche oggi; altre hanno portato attraverso varie tappe ai viventi che oggi conosciamo. Fra di esse si riconosce la direzione evolutiva dell’uomo che si individua nel ceppo dei Primati 6-7 milioni di anni fa e culmina nel genere Homo intorno a 2-2,5 milioni di anni fa. Nella crescita della complessità è fuori discussione che vi siano delle direzioni. Ma per quali cause? Possono assumere qualche significato? Si tratta di processi che si sviluppano all’insegna della pura casualità, per cui è la selezione naturale, che, come un grande demiurgo, realizza la diversità dei viventi utilizzando il materiale che via via poteva presentarsi? Alcuni parlano di autoorganizzazione della materia e della sostanza vivente in forza di relazioni intercorrenti fra molecole, macromolecole e cellule. Ma per quali proprietà o meccanismi? La pura casualità degli eventi non può spiegare la crescita della complessità. Vi sono leggi della fisica e della chimica che regolano le relazioni fra i corpi. Esse possono favorire nuove strutture o fortunate combinazioni capaci di replicarsi. Leggi e regole d’ordine debbono essere alla base dei processi evolutivi. È quello che viene sempre più messo in evidenza dagli studi della biologia dello sviluppo. In passato si parlava di ortogenesi, nel senso di processi evolutivi orientati. Monod parla di ortoselezione per evitare l’impressione di una direzionalità voluta dall’esterno: tutto è realizzato dalla selezione naturale. Teilhard de Chardin, Bergson e altri ammettono una forza che muove verso le novità del processo evolutivo.
Il problema è complesso e dovrebbero evitarsi certe semplificazioni in cui cadono molti darwinisti riferendo tutta l’evoluzione a un modello evolutivo che ben si adatta alla genetica di popolazioni (microevoluzione). Purtroppo non siamo ancora in grado di spiegare in modo soddisfacente perché alcuni geni regolatori di analoghe funzioni e parti (come quelli responsabili dello sviluppo segmentale del corpo) si ritrovino negli Artropodi e nei Vertebrati, sviluppatisi a distanza di tempo oppure perché si osservino fenomeni di convergenza in serie fileticamente e geograficamente lontane. Nello stesso tempo è certamente da ammettersi la casualità nella storia della vita. Vi sono eventi di tipo deterministico, anche se non prevedibili, legati a fattori della natura, come quelli climatici e geologici. Vi sono eventi che consideriamo casuali perché non ne conosciamo le cause o non sono prevedibili con i mezzi a disposizione (come le mutazioni geniche). Vi sono eventi casuali che si legano a due serie di cause indipendenti. Vi sono eventi che si inquadrano nella probabilità statistica.
La casualità in biologia non è una legge,  ma esiste e la si ritrova nel corso della evoluzione. Essa si colloca nel temporalità e può acquistare un significato. Non avrebbe senso parlarne come se non rientrasse anch’essa nel piano provvidenziale di Dio creatore. Ma la conformazione spaziale delle molecole che consentono la vita (dall’acqua  agli acidi nucleici), le strutture ordinate o programmate (come l’informazione contenuta nel Dna o i programmi dell’embrione), il rapporto tra struttura e funzione, presuppongono un principio finalistico o teleologico che nessuno può contestare. Monod e Jacob parlano di teleonomia per evitare possibili riferimenti a un finalismo della natura. Ayala ammette una teleologia interna, escludendo una intenzionalità esterna. Vi sono nella natura leggi o regolarità descritte dalla fisica, come quelle che regolano l’attrazione dei corpi. Vi sono proprietà intrinseche alla materia e alla sostanza vivente, che seguono leggi o regole d’ordine che solo in parte conosciamo. Se vi sono leggi è da ammettersi una intenzionalità esterna riconducibile al Creatore. Il naturalismo riduzionista lo esclude, ma non con delle prove scientifiche.
Molti filosofi e scienziati (Einstein, Flew, Davies, Barrow, Lennox, Collins, eccetera) non esitano a riferire la realtà a una mente superiore. La natura dimostra una razionalità intrinseca e potenzialità di cambiamento in relazione anche all’ambiente. L’insieme  che ne risulta finisce per acquistare un senso aprendo a una visione finalistica. Ci muoviamo però in una interpretazione filosofica, che emerge in modo particolare se guardiamo all’uomo. La sua direzione evolutiva è tutta peculiare ed è segnata da una crescita di cerebralizzazione che non ha confronti con le altre specie, come è stato sottolineato da molti scienziati ( Teilhard de Chardin, Jean Piveteau, Dobzhansky e altri). Ad essa si congiunge il comportamento segnato dalla cultura, che denota intelligenza astrattiva e autodeterminazione e fa dell’uomo l’unico essere che ha coscienza di sé e delle cose. In una visione teologica che riconosce alla creazione un’autonomia nelle cause  seconde, si può cogliere a posteriori un finalismo generale che si realizza secondo un progetto superiore, inclusivo della casualità. Resta la peculiarità dell’evento uomo in cui le causalità di ordine naturale vengono arricchite da Dio della dimensione spirituale con modalità non descrivibili dalle scienze naturali.