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Guevara (Ernesto «Che»)

di Massimo Fini - 18/06/2006

La prima volta che seppi di Guevara fu nel '56, o nel '52, non ricordo bene. A quell'epoca Guevara non era ancora un'icona della sinistra (il Sessantotto era di là da venire), tanto che il mio «incontro» con il «Che» avvenne sulle pagine di «Gente», il settimanale di Edilio Rusconi che di tutto poteva essere sospettato tranne che di pruriti rivoluzionari. Scartabellando nella mazzetta dei giornali che mio padre, direttore del «Corriere Lombardo», portava ogni giorno a casa, trovai questo servizio fotografico sul rivoluzionario cubano. Mi ricordo in particolare un'immagine di Guevara a torso nudo, sdraiato mollemente su un fianco sopra un lettino da campo. La mia fantasia di adolescente fu colpita dalla straordinaria bellezza dell'uomo. Nelle didascalie si raccontava di questo giovane medico argentino che, con altri ribelli, era sbarcato nella Cuba di Batista per combattere per la libertà di un Paese non suo. Il settimanale di Rusconi gli dimostrava una certa simpatia. Lo interpretava come un eroe romantico, un «cavaliere dell'ideale», in fondo innocuo. In quegli anni il mondo non era ancora integrato, «globale», come oggi, e quello che avveniva nella lontana Cuba poteva essere considerato con un certo distacco dai conservatori di casa nostra. Il Sessantotto cambiò radicalmente la prospettiva. Guevara, che nel frattempo era andato a morire in Bolivia per un'altra causa non sua, abbandonando dopo pochi anni i comodi agi del potere appena conquistato (L'Avana era caduta nelle mani dei «castristi» il 2 gennaio del 1959), divenne il simbolo stesso della Rivoluzione, più di Lenin, più di Mao, più di Stalin. Ernesto Guevara, divenuto definitivamente «il Che», fu il mito della generazione che aveva vent'anni nel Sessantotto, almeno della sua componente libertaria. Perché piaceva tanto, perché piaceva più di tutti? Perché «il Che», con i suoi ideali, col suo agire totalmente disinteressato, nobilitava e mascherava alcune inconfessabili pulsioni della mia generazione: la voglia di violenza, la voglia di guerra. La nostra infatti era la prima generazione che non aveva fatto la guerra e che non l'aveva nemmeno vissuta. Era la prima generazione per la quale la guerra, a causa della bomba atomica, era diventata tabù, l'innominabile. Ma anche i giovani del Sessantotto, come sempre i giovani, avevano voglia di menar le mani. E rimpiangevano la guerra, anche se non osavano confessarlo nemmeno a se stessi. E «il Che» legittimava se non la guerra perlomeno la guerriglia, se non le armi almeno i bastoni, i cubetti di porfido, le molotov (parlo per la generazione, non per me, io abbandonai il Sessantotto dopo la sua prima fase libertaria, che durò tre mesi, quando vidi che si era presa l'abitudine di sprangare dieci contro uno chi la pensava diversamente, una forma di slealtà intollerabile che mi pareva non c'entrasse niente con la Rivoluzione, tantomeno con Guevara). Se «incontrava» nella sinistra extraparlamentare, Ernesto «Che» Guevara piaceva molto meno a quella ortodossa. I comunisti italiani gli rimproveravano una certa vaghezza e fumisteria ideologica (mi ricordo in proposito alcuni sprezzanti giudizi di Giorgio Amendola) e, soprattutto, che avesse abbandonato il potere. Al positivismo marxista la romantica rinuncia di Guevara pareva inconcepibile, blasfema, un segno di debolezza di carattere. Se si ha il potere, si ha il dovere di usarlo. Senza contare poi che Guevara, con quel passare da una rivoluzione all'altra (prima di Cuba ci aveva già provato nel 1953, giovanissimo, in Guatemala), sembrava incarnare un po' troppo da vicino quella «Rivoluzione permanente» teorizzata da Leone Trotzkij che allora era off limits per i comunisti che, nonostante il rapporto Kruscev del 1956, rimanevano profondamente, intimamente e inguaribilmente stalinisti. Dopo il Sessantotto il mito di Guevara conobbe una certa eclissi. I comunisti continuavano a guardarlo, e non a torto dal loro punto di vista, con diffidenza, gli ex contestatori, invecchiati, inseritisi nell'un tempo odiato «sistema», divenuti manager, imprenditori, direttori di giornale, conduttori televisivi, passati spesso alla destra, lo avevano relegato fra le debolezze di gioventù, preferendo rimuovere quella loro imbarazzante infatuazione. Verso la fine degli anni Ottanta, in occasione del ventennale della morte, Guevara fu oggetto di un inaspettato revival da parte della destra o, per essere più precisi, di quella che allora si chiamava la «nuova destra» o «destra radicale». Inaspettato, ma non ingiustificato. Solo in superficie infatti Guevara è un uomo di sinistra, in realtà, con il suo ardore per l'azione, è un dannunziano, un bayroniano, un esteta, un Oscar Wilde delle armi, un dandy della Rivoluzione. È stato l'ultima incarnazione del mito dell'eroe romantico. Oggi, assorbita anche la «nuova destra» dal potere, appecoronatasi definitivamente la sinistra ai dettami del «nuovo ordine mondiale» americano, alle leggi del mercato e della «libera intrapresa», Guevara resiste come prodotto puramente consumistico (i gadget, le magliette, i berretti, i tatuaggi), in virtù dell'enorme capacità del sistema produttivo di inglobare e far proprio anche ciò che gli è più antitetico risputandolo fuori come business. Cosa che sta agli antipodi dell'idealismo, un po' ingenuo, del «Che». Di recente è stato coinvolto in una polemica sgradevole fra gli scrittori latino-americani Vargas Llosa e Sepulveda, per gli atti di spietatezza cui anche Guevara fu costretto nella sua attività di guerrigliero. La rivoluzione, come la guerra, si sa, non è una festa da ballo. Chi rischia la vita sul campo, lealmente, ha diritto a una certa durezza. «Le idee in nome delle quali si versa il sangue, proprio e altrui – dice Trotzkij – sono, proprio per questo fatto, degli assoluti e non si può trattarle come verità relative che possono essere disinvoltamente confrontate con le altre». E lo stesso Trotzkij, uomo di moralità integerrima, rivoluzionaria e personale, dovette soffocare nel sangue la rivolta dei marinai di Kronstadt, anarchici che pur sentiva vicini. Non si possono giudicare gli atti di guerra o di guerriglia con l'ipocrita «buonismo» di chi sta seduto in poltrona in tempo di pace (ipocrita perché poi basta che le nostre vite vengano messe a rischio, anche solo ipotetico, che si diventa ben più feroci di Guevara e di Trotzkij, come si è visto dopo l'11 settembre). Comunque sia, per noi che fummo anarchici e libertari nella nostra giovinezza, e lo rimaniamo, «il Che» è un mito che non rinneghiamo. Perché, fosse di sinistra o di destra, o tutte e due le cose, o, più probabilmente, nessuna, «il Che» resta un esempio, pressoché unico nel mondo moderno, dominato dal cinismo, dalla realpolitik, dalla forza del denaro, dalla perdita di ogni valore, giusto o sbagliato o illusorio che sia, di un uomo che non solo ha combattuto il Potere, ma lo ha intimamente e sinceramente disprezzato al punto di aver la forza di abbandonarlo per inseguire, pagando con la vita, un sogno. Incarna, in modo assoluto, la figura commovente, perché eternamente perdente, del Ribelle. «Hasta la vista, comandante Che Guevara».

 La prima volta che seppi di Guevara fu nel '56, o nel '52, non ricordo bene. A quell'epoca Guevara non era ancora un'icona della sinistra (il Sessantotto era di là da venire), tanto che il mio «incontro» con il «Che» avvenne sulle pagine di «Gente», il settimanale di Edilio Rusconi che di tutto poteva essere sospettato tranne che di pruriti rivoluzionari. Scartabellando nella mazzetta dei giornali che mio padre, direttore del «Corriere Lombardo», portava ogni giorno a casa, trovai questo servizio fotografico sul rivoluzionario cubano. Mi ricordo in particolare un'immagine di Guevara a torso nudo, sdraiato mollemente su un fianco sopra un lettino da campo. La mia fantasia di adolescente fu colpita dalla straordinaria bellezza dell'uomo. Nelle didascalie si raccontava di questo giovane medico argentino che, con altri ribelli, era sbarcato nella Cuba di Batista per combattere per la libertà di un Paese non suo. Il settimanale di Rusconi gli dimostrava una certa simpatia. Lo interpretava come un eroe romantico, un «cavaliere dell'ideale», in fondo innocuo. In quegli anni il mondo non era ancora integrato, «globale», come oggi, e quello che avveniva nella lontana Cuba poteva essere considerato con un certo distacco dai conservatori di casa nostra. Il Sessantotto cambiò radicalmente la prospettiva. Guevara, che nel frattempo era andato a morire in Bolivia per un'altra causa non sua, abbandonando dopo pochi anni i comodi agi del potere appena conquistato (L'Avana era caduta nelle mani dei «castristi» il 2 gennaio del 1959), divenne il simbolo stesso della Rivoluzione, più di Lenin, più di Mao, più di Stalin. Ernesto Guevara, divenuto definitivamente «il Che», fu il mito della generazione che aveva vent'anni nel Sessantotto, almeno della sua componente libertaria. Perché piaceva tanto, perché piaceva più di tutti? Perché «il Che», con i suoi ideali, col suo agire totalmente disinteressato, nobilitava e mascherava alcune inconfessabili pulsioni della mia generazione: la voglia di violenza, la voglia di guerra. La nostra infatti era la prima generazione che non aveva fatto la guerra e che non l'aveva nemmeno vissuta. Era la prima generazione per la quale la guerra, a causa della bomba atomica, era diventata tabù, l'innominabile. Ma anche i giovani del Sessantotto, come sempre i giovani, avevano voglia di menar le mani. E rimpiangevano la guerra, anche se non osavano confessarlo nemmeno a se stessi. E «il Che» legittimava se non la guerra perlomeno la guerriglia, se non le armi almeno i bastoni, i cubetti di porfido, le molotov (parlo per la generazione, non per me, io abbandonai il Sessantotto dopo la sua prima fase libertaria, che durò tre mesi, quando vidi che si era presa l'abitudine di sprangare dieci contro uno chi la pensava diversamente, una forma di slealtà intollerabile che mi pareva non c'entrasse niente con la Rivoluzione, tantomeno con Guevara). Se «incontrava» nella sinistra extraparlamentare, Ernesto «Che» Guevara piaceva molto meno a quella ortodossa. I comunisti italiani gli rimproveravano una certa vaghezza e fumisteria ideologica (mi ricordo in proposito alcuni sprezzanti giudizi di Giorgio Amendola) e, soprattutto, che avesse abbandonato il potere. Al positivismo marxista la romantica rinuncia di Guevara pareva inconcepibile, blasfema, un segno di debolezza di carattere. Se si ha il potere, si ha il dovere di usarlo. Senza contare poi che Guevara, con quel passare da una rivoluzione all'altra (prima di Cuba ci aveva già provato nel 1953, giovanissimo, in Guatemala), sembrava incarnare un po' troppo da vicino quella «Rivoluzione permanente» teorizzata da Leone Trotzkij che allora era off limits per i comunisti che, nonostante il rapporto Kruscev del 1956, rimanevano profondamente, intimamente e inguaribilmente stalinisti. Dopo il Sessantotto il mito di Guevara conobbe una certa eclissi. I comunisti continuavano a guardarlo, e non a torto dal loro punto di vista, con diffidenza, gli ex contestatori, invecchiati, inseritisi nell'un tempo odiato «sistema», divenuti manager, imprenditori, direttori di giornale, conduttori televisivi, passati spesso alla destra, lo avevano relegato fra le debolezze di gioventù, preferendo rimuovere quella loro imbarazzante infatuazione. Verso la fine degli anni Ottanta, in occasione del ventennale della morte, Guevara fu oggetto di un inaspettato revival da parte della destra o, per essere più precisi, di quella che allora si chiamava la «nuova destra» o «destra radicale». Inaspettato, ma non ingiustificato. Solo in superficie infatti Guevara è un uomo di sinistra, in realtà, con il suo ardore per l'azione, è un dannunziano, un bayroniano, un esteta, un Oscar Wilde delle armi, un dandy della Rivoluzione. È stato l'ultima incarnazione del mito dell'eroe romantico. Oggi, assorbita anche la «nuova destra» dal potere, appecoronatasi definitivamente la sinistra ai dettami del «nuovo ordine mondiale» americano, alle leggi del mercato e della «libera intrapresa», Guevara resiste come prodotto puramente consumistico (i gadget, le magliette, i berretti, i tatuaggi), in virtù dell'enorme capacità del sistema produttivo di inglobare e far proprio anche ciò che gli è più antitetico risputandolo fuori come business. Cosa che sta agli antipodi dell'idealismo, un po' ingenuo, del «Che». Di recente è stato coinvolto in una polemica sgradevole fra gli scrittori latino-americani Vargas Llosa e Sepulveda, per gli atti di spietatezza cui anche Guevara fu costretto nella sua attività di guerrigliero. La rivoluzione, come la guerra, si sa, non è una festa da ballo. Chi rischia la vita sul campo, lealmente, ha diritto a una certa durezza. «Le idee in nome delle quali si versa il sangue, proprio e altrui – dice Trotzkij – sono, proprio per questo fatto, degli assoluti e non si può trattarle come verità relative che possono essere disinvoltamente confrontate con le altre». E lo stesso Trotzkij, uomo di moralità integerrima, rivoluzionaria e personale, dovette soffocare nel sangue la rivolta dei marinai di Kronstadt, anarchici che pur sentiva vicini. Non si possono giudicare gli atti di guerra o di guerriglia con l'ipocrita «buonismo» di chi sta seduto in poltrona in tempo di pace (ipocrita perché poi basta che le nostre vite vengano messe a rischio, anche solo ipotetico, che si diventa ben più feroci di Guevara e di Trotzkij, come si è visto dopo l'11 settembre). Comunque sia, per noi che fummo anarchici e libertari nella nostra giovinezza, e lo rimaniamo, «il Che» è un mito che non rinneghiamo. Perché, fosse di sinistra o di destra, o tutte e due le cose, o, più probabilmente, nessuna, «il Che» resta un esempio, pressoché unico nel mondo moderno, dominato dal cinismo, dalla realpolitik, dalla forza del denaro, dalla perdita di ogni valore, giusto o sbagliato o illusorio che sia, di un uomo che non solo ha combattuto il Potere, ma lo ha intimamente e sinceramente disprezzato al punto di aver la forza di abbandonarlo per inseguire, pagando con la vita, un sogno. Incarna, in modo assoluto, la figura commovente, perché eternamente perdente, del Ribelle. «Hasta la vista, comandante Che Guevara».

 

tratto da "Il ribelle"