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Ma cosa è un «colpo di Stato»?

di Teodoro Klitsche de la Grange - 12/05/2014

Fonte: civiumlibertas


Paolo Becchi, Colpo di Stato permanente, Marsilio Editori, Venezia 2014, pp. 93, € 9,00.

Non è la prima volta, a leggere quanto scrive il prof. Becchi, che si ha l’impressione egli faccia della sottile ironia a carico di chi sostiene delle tesi di cui l’autore coglie – implicitamente – le contraddizioni.

Ciò è confermato da questo agile - e leggibile – libretto. A cominciare dal primo capitolo, dove l’autore s’interroga su che cos’è un colpo di Stato, ed esordisce affermando: “È qualcosa che non riguarda la violazione della legge, di uno o più norme costituzionali: le categorie giuridiche non sono in grado di spiegarlo, perché esso non è un problema di diritto, non ha nulla a che vedere con il rispetto o meno della legalità”; esso è la manifestazione che lo Stato non è solo “di diritto” ma è (anche) un Machstaat, uno Stato di potere (e di potenza) in cui la regola decisiva è quella romana salus rei publicae suprema lex; quindi: “«Salvare lo Stato» a qualunque costo, al di là – e non necessariamente contro (ma anche servendosene) – della legalità, del rispetto della legge. Si tratta di impiegare o non impiegare la legalità, a seconda delle circostanze”; ma che dall’obiettivo – nobile e doveroso – di salvare l’esistenza politica di una comunità (e dell’istituzione relativa) si passi a quello di salvare una classe dirigente inadeguata e decadente è cosa che capita molto spesso, anche nell’Italia di oggi. Scrive Becchi: “Non abbiamo visto, in questi ultimi anni, in Italia, uno Stato che difende la sua Costituzione democratica, ma una serie di organi dello Stato – il presidente della Repubblica per primo, e i «suoi» capi di governo – che hanno utilizzato la legalità, il rispetto formale della Costituzione, al solo scopo di conservare se stessi”.

L’autore ricorda al riguardo tutte le volte in questi anni in cui si è fatto quell’uso strumentale della legalità, teorizzato – tra gli altri – da Lenin (e quel che ricorda è solo una piccola parte – ancorché la più rilevante – delle occasioni in cui ci si è serviti di una legalità formale contro la legittimità e, soprattutto, la “coerenza” democratica del sistema). L’autore indica come regista di questo “colpo di Stato permanente” il Presidente della repubblica, cui fa carico di aver istituito di fatto una nuova forma di governo; un presidenzialismo surrettizio al posto della repubblica parlamentare. Le varie vicende ricordate dall’autore di questi ultimi anni: il distacco di Fini da Berlusconi, la tempesta finanziaria dell’estate-autunno 2011, la nomina di Monti (e le manovre che l’hanno preceduta), poi di Letta, la rielezione di Napolitano, la “fine” di Berlusconi, sarebbero tutte guidate da Napolitano in vista di una forma di governo che marginalizzi il voto popolare (cioè non democratica o meno democratica).

A questo punto occorrono due notazioni. Se fosse vero che la nostra Costituzione è “la più bella del mondo” (col messaggio sottinteso: allora perché cambiarla?), nulla quaestio. Ma dato che le Costituzioni non si misurano secondo la bellezza, ma con la capacità di assicurare un’esistenza durevole ed indipendente alle comunità cui danno forma politica, che dire di una Costituzione la quale può funzionare – passabilmente – solo a prezzo di un elevato tasso di deroga? Deroghe (e violazioni) che possono essere poste in essere per fini poco encomiabili (quelli ricordati dall’autore) ma potrebbero esserlo anche per scopi condivisibili e dettati dalla necessità che, come sosteneva un acuto giurista come Santi Romano è fonte autonoma di diritto, superiore alla legge. È il risultato della deroga – e il consenso che ottiene – a decidere il successo della “rottura” costituzionale. Nella specie, i risultati di quelle di cui tratta Becchi sono stati – a dir poco – deludenti: il prof. Monti si affannava a ripetere che, senza la sua azione di governo, le cose sarebbero andate peggio, come in Grecia (o giù di li). Ma a parte che tutti possano immaginare che le cose vadano peggio, finora si è constatato che, accanto a qualche cosa buona, quel governo non ci ha dato né meno debito pubblico, né più occupazione: gli obiettivi essenziali sono stati mancati. La deroga del governo “tecnico”, e in effetti extraparlamentare non ha reso poi quel che promise allor. Ma se è vero che, come scrive l’autore. l’incarico a Monti “è stato un coup d’État deciso dai «poteri forti» in parte estranei al nostro Paese e guidato dal presidente della Repubblica”, c’è da chiedersi in che misura quella necessità è stata provocata anche da una Costituzione formale, nella quale  per paura di un governo forte (memori, i costituenti, dell’esperienza fascista) si è dato spazio ai poteri forti (interni e non) che, alla fine, hanno deciso loro, e non il popolo italiano, chi dovesse governare. Non si è tenuto conto della metafora dell’abisso di de Maistre: che un governo non abbastanza forte per opprimere, può divenire debole per proteggere. Il quale così ci ha protetto trasferendo ricchezza, sotto forma di maggiori imposte prelevate ai cittadini, alla banca e alla finanza (interna ed internazionale) quali maggiori interessi sul debito pubblico.

La seconda: Becchi in altre occasioni (e, anche se marginalmente, in questa) ha rilevato come i clercs della costituzione, cioè i costituzionalisti, siano poco sensibili ad argomentazioni del tipo di quelle svolte in questo libro. In effetti, tale menda non è solo dei costituzionalisti. A cercare di far credere agli italiani che si possa  vivere in pace, senza nemico e conflitto solo ad osservare morale, legalità e ad essere animati da bontà e disponibilità al prossimo sono nell’ordine: politici, finanzieri, industriali, giornalisti, sindacalisti e così via. In una parola la grande maggioranza della classe dirigente: il “buonismo” – in senso lato – è un’infezione diffusa. Secondo Pareto e Mosca è un’attitudine tipica delle élites decadenti. Le quali, così predicando, operano per la perdita del senso politico; che è, in primo luogo, l’individuazione del nemico e del conflitto, per i quali i buoni predicatori affermano di aver trovato la soluzione definitiva. Ma siccome l’uno e l’altro si ostinano ad essere parte della realtà, chi predica il contrario emascula un popolo, e lo rende incapace di esistenza politica. Per cui in questi frangenti, il cambiamento, anche radicale, diventa necessità, e l’inizio di un nuovo modo di vita della comunità.