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L'intellettuale militante. Una terza via?

di Carlo Gambescia - 04/09/2006

 

Dopo la caduta dell’Unione Sovietica il mercato editoriale è stato invaso da centinaia di volumi sulla fine della cultura militante. Per alcuni osservatori liberali, dalle ceneri del comunismo, sarebbe nato una specie di mondo nuovo finalmente libero da ogni devastante ideologia. In realtà, sul piano culturale, e soprattutto a sinistra, si continua a scomunicare e imporre veti. Ad esempio, la polemica giornalistica, che ogni tanto si riaccende, sulla destra che cerca di appropriarsi di autori di sinistra e viceversa ( si pensi ad esempio alla recente e interessante rilettura della Storia del cinema di Bardeche e Brasillach, apparsa sul Manifesto, venerdì 25 agosto, – http://www.ilmanifesto.it/ ), mostra che in fondo nulla è cambiato. E soprattutto rivela le origine giacobine di un certo modo, ancora oggi diffuso, di intendere la cultura e gli intellettuali. Ci spieghiamo meglio.
L’intellettuale moderno, come intellettuale militante e di parte, nasce con la rivoluzione francese, o meglio giacobina. Che cancella il chierico e il dotto della tradizione universalistica di tipo platonico, cristiano e umanistico-rinascimentale. Nel 1789, e in particolare con la rivoluzione robespierrista del 1793, nasce l’intellettuale totalitario, che vuole trasformare la realtà in toto, tagliando teste. Di qui la necessità di schierarsi e dividere il mondo in buoni e cattivi. In quel preciso momento, piaccia o meno, cessa di esistere l’universalismo, come condivisione e attribuzione di universalità a valori come il bello, il vero, il buono e il giusto.
Dopo di che, verrà il turno di Marx, che farà da tramite tra la rivoluzione giacobina e russa, affermando che il vero filosofo non deve interpretare il mondo ma cambiarlo. Mentre Lenin e i vari comunismi armati del Novecento ne completeranno l’opera. Per reazione, la società culturale (e politica) novecentesca si dividerà in compartimenti stagni: fascisti, liberali, cattolici, democratici, eccetera, tutti con i propri intellettuali militanti, di “parte”, e per così dire, “armati” e “inquadrati“, pronti a raccogliere la sfida comunista, o quella dell’avversario del momento.
Il Novecento perciò, non è solo il secolo delle guerre, ma anche quello delle ideologie armate: delle scelte di campo, degli steccati, delle genealogie intellettuali obbligatorie e chiuse. Per farla breve delle culture politiche non comunicanti: il trionfo della sindrome giacobina.
E’ perciò chiaro, e qui veniamo alle polemiche attuali, che quando si rimprovera alla destra di appropriarsi di autori di sinistra, continua a prevalere questo approccio totalitario alla cultura. Certo, il tono oggi usato è quello soft da rivista patinata, così diverso da quello leninista di una volta, ma la sostanza non cambia: guai a intromissioni che possano nuocere alla purezza e alla vittoria dell’ideologia progressista. Quanto alla destra, non crediamo che guardi altrove perché in “crisi di identità”. Che provi stanchezza verso l’ ideologia, tutta novecentesca, di cui è impregnata, e che quindi cerchi di aprirsi all’universalismo “pre-1789”. In realtà, anche la destra tenta un’operazione ideologica molto simile a quella della sinistra alla Adelphi: si “pesca” in campo avversario, ma sulla base di quelle che sono le predilezioni di fondo. Come ad esempio nei casi della critica di Nietzsche alla società borghese e cristiana, che tanto piace alla sinistra adelphiana e non, o del populismo arcaico di un Pavese, non sgradito alla destra postmissina. E così via…
E in ogni caso, ammesso e non concesso, che i contenuti ideologici di appartenenza si siano indeboliti, resta ben viva, sia a destra che a sinistra, la forma mentis giacobina: la cultura come strumento da porre sempre al servizio del principe o della causa ”giusta“ e non di valori prepolitici. Con questo però non si vuole predicare il disimpegno totale da anime belle, il relativismo liberale e nemmeno mitizzare l’universalismo. Anche Impero e Chiesa medievali, pur dichiarandosi universalisti, cercavano spesso di veicolare i propri valori particolari…
Si dovrebbe invece trovare una “terza via” tra giacobinismo moderno e universalismo antico. Fondata su interessi culturali “puri” e sulla libertà per ogni intellettuale di scegliersi i padri che vuole. Ma pure di non rinunciare a cambiare il mondo, se quel mondo dovesse rivelarsi ingiusto.
Resta infine una domanda, proprio terra terra, ma fondamentale. Un intellettuale così “inaffidabile” dove può trovare, oggi come oggi, le risorse per vivere e gli strumenti per esprimersi?