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Islam contro Mozart ? O contro un cretino?

di Jan Kàroly - 29/09/2006

 
 
 
L’«Idomeneo» di Mozart secondo la regia di Heinrich Neuenfels.

L'Islam contro Mozart: è la «notizia» in sintesi che i maggiori telegiornali italiani, privati e pubblici, sparano nelle paradigmatiche nove colonne in cronaca, addì 27 settembre 2006.
Bisogna invece leggere con alta, speculativa attenzione gli interi, lunghissimi ed involuti articoli, redatti da Paolo Valentino (Corsera) e Andrea Tarquini (Repubblica), per capire la falsificazione.
In cartellone alla Deutsche Oper di Berlino doveva andare l'«Idomeneo» di Mozart: un'opera commissionata al genio salisburghese dall'Elettore Carlo Teodoro di Baviera, un sovrano di fervidissima fede, ad onta della forte influenza a corte della famosa loggia degli «Illuminati» (1), particolarmente potente, come a Vienna, in faccende d'arte e di musica. E rappresentata con cordiale successo nel 1781.
Essa in verità non rappresenta un campione significativo del peculiare mélos mozartiano, affatto italiano, addirittura metastasiano nella sua consistenza: come dimostrerà nel trionfale epilogo della sua carriera con «La clemenza di Tito», apologo romano e cesareo sulla virtù del perdono, in scena a Dresda nel luglio 1791 per celebrare l' incoronazione di Leopoldo II imperatore.


Nel suo tessuto sinfonico-corale è piuttosto «gluckiana»: risponde cioè ai canoni di quella poetica germanico-progressista, fortemente anti-religiosa e anti-latina, elaborata tra Venezia e Parigi (2) dai sostenitori di una Riforma drammatica del melodramma che sfocerà compiutamente un secolo dopo nell'ambiguo fenomeno del wagnerismo, grandissima musica per grossolana teoretica.
Tuttavia, nel caso in questione, la musica straordinaria di Mozart sorpassa ogni limite strutturale, ed ogni riserva di natura poetica: legittimata dallo scadente libretto «riformatore» di Giovanbattista Varesco, ispirato ad una tragedia di Crébillon père, già ripresa in musica da André Campra, nella tradizionale forma gallicana della «tragédie lyrique» basata sul declamato anziché sulla melodia. «Idomeneo re di Creta», tale il titolo in extenso, narra della incauta promessa elevata a Posidone Dio del mare, dal protagonista eponimo in punto di naufragio: sacrificargli il primo vivente che incontri, una volta approdato in salvo sulla spiaggia.
Il malcapitato sarà proprio suo figlio: Idamante, che governa l'isola da reggente in sua assenza, e promesso sposo alla giovane Ilia: lo svolgimento dell'opera coincide, staticamente, con la vicenda dello scioglimento di quel voto, mercé la benevolenza del Nume adirato.


Nel 2003 l'opera, oramai consueta sulle scene dagli anni della Mozart-Renaissance, si allestisce a Berlino.
Ma stavolta per una regia di Heinrich Neuenfels, artista «progresssista e trasgressivo», dal nome evocativo e presago.
E' questo Neunfels che manipola arbitrariamente il soggetto.
E' lui che inventa e rappresenta, nel finale, la sanguinante decapitazione di Gesù, Budda e Maometto da parte di Idamante, simbolo della rivolta contro l'oppressione religiosa insieme al «cattivo» Posidone.
La combriccola dei «Profeti», più o meno bellicosi, al gran completo tutti «kaputt».
Con un a significativa eccezione: Mosè!
Mozart non ha nessuna colpa in questa «provocatoria» cretineria, tipicamente «arte contemporanea».
Filologicamente parlando, quella inserita da Neunsfeld è una abusiva, quanto atrabiliare, invettiva a testata multipla.
Difesa dal coro globale dei critici - e dei media - come «coraggiosa»,  in nome della occidentalissima «libertà di espressione» (che, come la omologa «di stampa», è esclusiva privilegiata per pochi, autorizzatissimi «autori»).
Ciò perché fa zimbello del Divino e del Sacro.
E' un elaborato insulto
1) contro le religioni: tranne quella del genus più diretto di Mosé, tutte viste come criminogene e genocide, contro l' individuo e le sue «garanzie».
2) contro Mozart: arbitrariamente trasformato, dacché non può difendersi e non è difeso dai responsabili artistici, in un trasgressivo osceno «Grandguignolesque» che mai non fu.
3) contro l'«arte»: classico-cristiana siccome universale e metastorica, finalmente ridotta (invidia penis ?) a volgare reperto «contemporaneo», e transeunte, di natura sociale-sociologica.
4) contro la «verità», a fini di manipolazione propagandistica pro-Guerra Santa prossima ventura: cattolici contro islamici, perché tra i due litiganti il terzo goda. ome in una dimenticatissima tragedia di Christopher Marlowe, ambientata a Malta.
5) contro il sentimento: il proprio, che qui non c'è, ed il «rispetto» di quello altrui, sacro ugualmente.
 
Infine, si scopre che la vecchia «provocazione» è stata usata cinicamente a scopo di propaganda: nessuna minaccia preventiva risulta mai arrivata da Al Qaeda o da suoi cloni alla direzione del teatro.
Tutta la manfrina di rimandare la rappresentazione è a quanto pare un'invenzione per suscitare interesse e affollare il botteghino.
Cose già viste, non insolite nella cosiddetta «arte contemporanea», che non sa più come trasgredire in modo redditizio.
Opera di astuta provocazione a fini di «succès de scandale» ma con evidenti risvolti politici in senso proprio, perché compiuta in sintonia simbiotica coi media editoriali addomesticati: a scopo di suscitare la reazione islamica, e non eventualmente criminogeno, ma bensì fattualmente criminale. Reazione islamica che non c' è proprio stata, data l'estrema cerebralità dell'evento, noto a pochissimi nei suoi significati.


Eppure: «Islam contro Mozart», «Maometto censura Mozart», è  infatti il suono letterale di articoli e titolazioni corpo 9, dove il «dettaglio» della verità è nascosto tra le pieghe di almeno seimila battute a stampa: dacché, autonomamente «preoccupato» per la rappresentazione niente affatto «mozartiana» della decapitazione del Profeta, il Direttore del Teatro ha deciso di annullare le repliche previste nel Giubileo del grande musicista, causa pericolo di rappresaglia integralista-islamica.
Senza beninteso, che alcun mussulmano avesse neppure minimamente profferito verbo in materia: tanto del ripugnante Vangelo secondo Neuenfels quanto, naturalmente, di quello di Mozart.
Un «fatto» letteralmente inventato di sana pianta, a mò di casus belli.
E senza neppure preoccuparsi, naturalmente, per la decollazione del Cristo, e della eventuale reazione dei cattolici romani .
Ugualmente blasfema che quella di Maometto?
Cosa mai può cambiare: tutti sappiamo bene che Gesù lo hanno già crocifisso.
E non per messinscena d'avanguardia, ma nella Storia certa di eterno com-presente.


Jan Kàroly


(Sotto questo pseudonimo si cela un critico musicale, discendente del Jan Karoly storico: figlio del conte Otto, effimero presidente della Repubblica dei Consigli - massacrato dagli sbirri di  Bela Kùn, prima di riuscire a raggiungere i fratelli fuggiti in Puglia via Croazia dalla rivoluzione del 1918).



Note
1) Gli «Illuminati di Baviera» (Ordo illuminatorum) fu il nome di una setta protomassonica di carattere deista-razionalista, che ebbe i suoi aderenti tra finanza e cultura: tra gli intellettuali che vi aderirono Johann Wolfgang Goethe fu il più celebre ed illustre, insieme con Herder ed Eckerthausen, il quale ne divenne successivamente un fiero detrattore. Creata nel 1776 ad opera del banchiere Adolf Knigge e dell' accademico Adam Weishaupt, fu sciolta autoritativamente da Carlo Teodoro nel 1785, come pericolo per la coesione religiosa, sociale e finanziaria dello Stato bavarese. Furono scoperti infatti verbali segreti del gruppo che preparava la rivolta ed la destituzione della famiglia regnante con mezzi violenti. Weishaupt fu condannato a morte in contumacia, ma fuggì a Ratisbona (Regensburg) dove divenne precettore del figlio cadetto di quel feudatario. Altri tra i fondatori emigrarono in analoghi ducati tedeschi a predicare e diffondere lo stesso verbo. (confronta H.C. Robbins Landon, «L' Ultimo anno di Mozart», Torino, 1991; Piero Buscaroli «La morte di Mozart», Milano, 1996).
2) L' antagonismo ideologico tra «melodia» italiana (melodramma) come universale dottrina estetologica del Sacro Romano Impero in materia musicale all'epoca di Metastasio, e il «declamato» francese di gallicane ambizioni, esplode una prima volta in Francia nel 1734 con la «querelle des bouffons», quando una troupe condotta dal capocomico Bambini allestisce a Parigi una «Serva padrona» di Pergolesi, opera destinata a fare da discrimine paradigmatico tra generi e forme nelle successive evoluzioni del teatro musicale. Essa segna da squillo di rivolta per molti «clercs» stufi del grido spasmodico di cui solo consta il rigo cantato della orléanocentrica  «tragédie lyrique». Così, con il «naturale realismo del canto italiano» si schierano Diderot e Rousseau (musicista, prima che filosofo): cioè dalla parte, in teatro, del cosiddetto «coin de la Reine» (angolo della Regina). D'altro canto (il «coin du Roi»), ci sarà Voltaire, fiero secessionista da Roma Universale, e difensore estremo  della peculiare espressione della musica francese, peraltro inventata da un fiorentino-mediceo come Giovanbattista Lulli (J.B.Lully). Sembra di leggere «I Tre Moschettier» ma era proprio così. Mezzo secolo dopo, vigilia della «Rivoluzione», una vera trappola mediatica viene organizzata ai danni del grande musicista barese di scuola napoletana Niccolò Piccinni, mettendolo a confronto con Cristoph Wllibald Gluck, un musicista di routine a lui manifestamente inferiore per inventiva melodica, dottrina contrappuntistica, tecnica strumentale, sponsorizzato da una congrega di astutissimi veneziani: il conte-impresario Giacomo Durazzo,  il poeta-teorico  Ranieri de' Calzabigi, ed il coreografo G.B. Angiolini  millantatore abusivo di nobili natali, falsi peraltro dal suo stesso cognome che a Venezia denotava i poveri più estremi. Entrambi  i primi due erano aderenti a logge massoniche parigine. In teatro Piccini trionfa nel 1783 con uno dei suoi capolavori più elevati, la «Didon», di struttura riformatrice ma di netto gusto italiano nella composizione. Sui giornali, viceversa, tra cronaca mondana e cultura, trionferà il modestissimo Gluck con la sua «Ifigénie in Aulide», vantato come «genio innovatore» in una poetica per la quale («nuda classicità», «spoglia poeticità» «asciutta drammaticità») la evidente miseria del suo comporre, si rovescia per magia in esuberante ricchezza. Come nella celeberrima fiaba di Ernest Theodor Amadeus Hoffmann: «Il piccolo Zaccheo detto Cinabro». Nasce col forcipe il Neo-Classicismo, che avrà in Francia , in epoca napoleonica, i suoi maggiori: ancora due italiani, il marchigiano Gaspare Spontini ed il fiorentino Luigi Cherubini canteranno le lodi dell' effimero Impero «borghese» proclamato sulle rovine degli Orléans dal caporale còrso. E proseguirà, sempre a Parigi, con Wagner: sulla scia di analoghi principi drammaturgici, portati però ad altissimi esiti musicali ed artistici (ma anche filosofici e politici), trasformerà la Germania in un veicolo di consimile rivolta «nazionale» stavolta, e pangermanica, contro l' universalismo cattolico-imperiale. Fino alle estreme conseguenze, col senno del poi (ndr). (Enrico Fubini: «L' Illuminismo e la musica», Torino, 1977). (Giacomo Casanova: «Mémoires», Parigi, 1956).