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Darwin? Necessario, ma non sufficiente

di Massimo Mazzucco - 30/01/2007

 



Sto cercando in tutti i modi di rimanere ateo, ma ultimamente sono assillato da una voce interiore che non mi lascia più in pace. No, non ha nulla a che vedere con quella "chiamata del Signore" che molti raccontano estasiati di aver udito, anzi. Questa è una voce che mi arriva proprio dalla parte lucida, fredda, razionale, quella che appunto vorrebbe tanto riuscire a "bastarsi da sola".

Si tratta cioè di un ragionamento, puro e semplice, che lascia solo due possibilità: o stiamo tutti vivendo in una mastodontica menzogna collettiva, che ci raccontiamo a vicenda sin dai primi giorni della scuola, o io sono da ricovero, perchè non vedo nemmeno più quello che dovrei avere chiaramente sotto il naso. Siccome però non lo vedo, chiedo umilmente di potervi sottoporre il mio dilemma.

A quel che ho capito, la cosiddetta "teoria evoluzionistica", nel suo senso più lato, ci spiega (anche) come sia avvenuto che gli esseri viventi - e noi umani in particolare - ci siamo formati su questa terra, diventando ...

... ciò che siamo, senza l'intervento di agenti esterni di alcun tipo, o "creatori" che dir si voglia. La teoria evoluzionistica quindi fornisce anche la base per il cosiddetto pensiero materialista.

Questa teoria, in soldoni, ci dice che partendo dallo stagno primordiale, tramite una serie complessa di trasformazioni e combinazioni casuali, gli esseri viventi si sarebbero evoluti procedendo secondo un meccanismo osservato inizialmente da Darwin, detto "selezione della specie". Ovvero, grazie al principio di sopravvivenza del migliore (in senso di adattabilità), le specie venivano definendo nel corso dei millenni le caratteristiche utili, che permettevano loro di adattarsi al meglio all'ambiente circostante, mentre scartavano gli individui che non ne erano dotati.

La giraffa "con il collo lungo" sopravviveva laddove era rimasto cibo solo nei rami più alti delle piante, mentre gli animali col collo corto o imparavano a digerire le radici, oppure dovevano rassegnarsi a un'estinzione precoce.

Affascinante, convincente, e addirittura sensata. Io lo so che ho il naso lungo per poter annusare prima quello che metto in bocca, e così sono più protetto, ad esempio, di uno come Armani, che corre costantemente sul filo dell'estinzione per avvelenamento da pesce marcio. Tempo che l'odore dell'orata andata a male gli arriva al naso, e a lui il boccone è già sceso nello stomaco.

Se poi do un'occhiata a tutti gli animali superiori, mi rendo conto che moltissimi di loro hanno il naso davanti come me, fra gli occhi e la bocca, e trovo la conferma che veniamo tutti da un processo evolutivo/selettivo comune, durante il quale ciascuno ha poi sviluppato le sue variabili, che oggi lo distinguono dalle altre specie viventi.

Il problema mi è sorto un giorno in cui sfogliavo distrattamente le tavole del famoso atlante di anatomia di Henry Gray, l'uomo che nei primi del '900 ebbe la pazienza di disegnarsi a mano, con una cura stupefacente, ogni singola parte del corpo umano.

Mi stavo studiando la prima vertebra cervicale, detta anche Atlas, e l'attenzione mi è caduta sui due piccoli fori, posti ai lati della sezione centrale, che permettono il passaggio dei nervi che corrono lungo la spina dorsale.



E lì mi sono domandato, di punto in bianco, ma quei fori lì, chi ce li ha messi? Nell'essere umano, o scimmia che fosse, qual era lo stadio evolutivo precedente? Un uomo quasi perfetto, senza i fori nella prima cervicale? E come faceva quello a sopravvivere? I nervi li faceva passare di fuori, lungo il collo, come quando tiri un filo del telefono senza fare i buchi nel muro? Ma poi, davvero l'uomo avrà dovuto aspettare per qualche milione di anni, finchè gli veniva la "mutazione genetica favorevole", e gli uscivano i fori nell'Atlas? E poi a quel punto chi glieli ha fatti passare, i nervi, all'interno dei fori? Il meccanico giù in piazza? E se invece c'erano già da subito, quante cose "giuste" gli erano venute, tutte insieme, nella stessa tornata "mutazionale"? Ma soprattutto, dove sono finiti tutti gli antenati che si sono estinti a furia di aspettare, perchè a loro i fori nell'Atlas non venivano, e i nervi passando di fuori erano esposti alle intemperie?

Facciamo un salto indietro di circa 400 milioni di anni, nel Devoniano, e diciamo che tu sia quella rana che si prende il sole beata su una spiaggia deserta, essendo finalmente diventata un anfibio dopo milioni e milioni di anni in cui eri un semplice pesce. Ebbene sappi che tu, fra altrettanti milioni di anni, volerai addirittura nel cielo incontaminato, essendo finalmente diventato un'aquila.

Allora tu cosa fai? Ti metti lì tranquilla al sole, generazione dopo generazione, e aspetti con pazienza infinita che una mutazione genetica prima o poi ti faccia spuntare le ali? Ne hai da fare, di figli e di nipoti. Ma diciamo pure che la cosa possa succedere, e che prima o poi sulla roulette delle mutazioni genetiche ti esca l'en plein. Nel frattempo però gli sarà pure venuta, al figlio di tuo cugino, la mutazione maledetta che a lui invece ha fatto venire le corna, e la testa gli pesava così tanto che lui in volo non si sarebbe mai più alzato nemmeno a pagarlo? E dov'è finito allora, il suo fossile? Dove sono i miliardi di miliardi di miliardi di milardi di miliardi di fossili di rana con le corna, oppure con le gambe troppo pesanti, oppure con le ali che gli sono venute ma al contrario, e indietro non riuscivano a decollare lo stesso? Perchè bisogna pure che le ali ti funzionino bene, se mai ti vengono, mica al primo paio che ti spunta già decolli come se fossi un Concorde.

Affinchè "il migliore possa sopravvivere", bisogna che gli altri si estinguano. Ma questi, per estinguersi, dovranno pur essere nati, no? E allora, dove sono finiti? Com'è invece che noi troviamo solo i fossili di quella rana-poi-divenuta-aquila a cui è andato tutto liscio come l'olio?

Oppure, tornando a noi umani, dove sono quelli a cui invece del naso è spuntato un tallone, fra gli occhi e la bocca, oppure il naso gli è venuto, ma magari dietro la schiena, per cui quello che mangiavano potevano capirlo soltanto il giorno dopo, seduti al gabinetto?

- Aaaah, ti ho beccato! - ti urla la coscienza infuriata - Dì la verità, hai mangiato di nuovo l'orata da Salvatore ieri sera, eh!?!
- Beh, stavolta mi aveva giurato che era fresca…
- E tu continua a fidarti, bravo, che di questo passo ti estingui e non se ne parla più!
- E va beh - dici tu rassegnato - mi estinguerò, cosa devo fare? Mica posso passarmi il piatto dietro la schiena tutte le volte che al ristorante mi portano qualcosa, no?

E così dovremmo chiederci dove siano finiti tutti gli elefanti a cui sono venute le gambe da fenicottero, per cui si sono estinti perchè non riuscivano ad andare in giro a cercarsi da mangiare da soli. Oppure dove sono tutti i delfini che invece del muso affusolato si ritrovavano con una faccia larga come un lenzuolo, per cui si sono estinti perchè non avanzavano nell'acqua nemmeno dipinti? Eccetera eccetera eccetera.

E' evidente che la sproporzione statistica è enorme, e che per ogni singolo passaggio evolutivo ci vorrebbero veri e propri miliardi di tentativi andati a male, i cui risultati però mancano del tutto.

Qualcuno a questo punto avrà detto "Ma è la Natura che fa in modo…" Certo, ma è proprio qui che casca l'asino! Chi sarebbe infatti, questa "Natura"? Non dimentichiamo che il darwinismo si presenta come un processo esclusivamente "passivo", ovvero "muoiono tutti meno quelli che sono adatti", e non c'è nessun criterio di scelta attivo che intervenga nelle mutazioni. Mentre da un certo punto in poi, soprattutto avvicinandosi alle specie superiori, ci si ritrova con quel qualcosa che riconosciamo come "intenzione", come "finalità" - cioè "attivo" - e che con la casualità passiva del darwinismo non ha più nulla a che vedere.

Tant'e vero che diciamo "il delfino ha il muso affusolato per poter procedere (=affinchè) più spedito nell'acqua", non diciamo "guarda che culo quel pesce lì, era l'unico con il muso a punta, per cui è sopravvissuto a tutti gli altri con la faccia larga mezzo metro".

E di noi stessi diciamo che "abbiamo gli occhi distanziati uno dall'altro per poter misurare (=affinchè) la profondità della spazio", non diciamo "per fortuna che ci sono venuti gli occhi distanziati, se no ci estinguevamo a furia di sbattere contro gli alberi".

D'altronde, non si può mica aspettare per un'eternità che una mutazione casuale ti faccia venire i due buchi nella prima cervicale, per farci passare dentro i nervi esposti alle intemperie. Bisogna che qualcuno, o qualche cosa, a un certo punto decida che lì i buchi servono, e che in qualche modo ce li faccia venire.

Una cosa è avere cento soldati, e farli saltare tutti su una bomba, uno per uno, finchè trovi quello che ha la pelle abbastanza dura per sopravvivere agli attentati, un'altra è chiedere "chi di voi ha la pelle particolarmente dura?", e mettere lui direttamente a fare la ronda, senza giocarti il resto del battaglione.

Noi questo criterio attivo lo accettiamo, tacitamente, e lo diamo anzi per scontato. Quindi in realtà non "crediamo" affatto che il darwinismo ci abbia portato da solo fino a qui, ma riconosciamo implicitamente un processo evolutivo che rivela un progetto, quindi una finalità, quindi un'intenzione, quindi una volontà.

Di chi, o che cosa, e a che fine, proprio non saprei, ma qui mi viene il dubbio che il caso da solo non basti più.