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Negazionismo e razionalità del senso comune

di Marino Badiale* - 31/01/2007

 

 

 

Un argomento poco usato nelle recenti discussioni sulla proposta di rendere penalmente perseguibile la negazione del genocidio ebraico è quello che riguarda la razionalità dei nostri giudizi storici.

La stragrande maggioranza degli abitanti dei paesi occidentali (e non solo) è convinta che il genocidio ebraico da parte nei nazisti sia un fatto accertato dagli storici con lo stesso grado di affidabilità e sicurezza di qualsiasi altro fatto storico importante. Detto in parole più semplici, chiunque di noi non sia uno storico crede che il genocidio ebraico sia un fatto storico per gli stessi motivi per i quali crede che siano fatti storici la Prima Guerra Mondiale, la Rivoluzione Francese o le invasioni barbariche: perché trova questi fatti descritti nei libri di storia, e sa che su di essi c’è unanimità nella comunità degli storici.

Ora, possiamo porci la semplice domanda se questa fiducia sia razionale, cioè fondata su argomenti seri. Facciamo bene a fidarci della comunità degli storici? Non intendo iniziare qui una discussione epistemologica sui fondamenti del sapere. E’ però possibile, facendo riferimento al buon senso comune, enunciare almeno una condizione sufficiente: perché la fiducia in una comunità professionale di esperti sia razionale, è necessario essere ragionevolmente certi che tale comunità sia libera nelle sue ricerche, nelle sue discussioni, nella pubblicizzazione dei suoi risultati. La libertà di un dibattito è condizione necessaria per la sua razionalità. Possiamo avere ragionevolmente fiducia nelle conclusioni degli storici soltanto perché e finché sappiamo che essi sono liberi di sostenere le tesi che giudicano corrette, qualsiasi esse siano. Nel momento in cui tale libertà viene meno, nel momento in cui l’esito pubblico del dibattito è imposto per legge, non possiamo più avere fiducia nella razionalità dei suoi esiti.

Cerchiamo di essere più chiari: chi scrive non può dire di conoscere la letteratura negazionista. Ho sfogliato superficialmente qualche testo, e ho avuto discussioni verbali con sostenitori delle tesi negazioniste. Da queste conoscenze assolutamente superficiali ho ricavato l’impressione che i negazionisti siano preparati, e che i loro testi, le documentazioni che portano e le argomentazioni che producono abbiano almeno l’apparenza di cose serie. Del resto è logico che sia così: sostenendo una tesi assolutamente impopolare, devono cercare di renderla il più seria e documentata possibile. Ora, la persona comune che non sia uno storico di professione, e che sia però convinto della falsità delle tesi dei negazionisti, è in grado, con argomenti razionali e circostanziati, di confutare i loro argomenti e di distruggere l’attendibilità dei documenti su cui si basano? Penso che non ci siano dubbi sul fatto che la risposta è no, almeno per la stragrande maggioranza delle persone. E’ del tutto naturale che sia così: noi tutti abbiamo troppe cose da fare per metterci a studiare testi e documenti e farci coinvolgere in una discussione lunga e minuziosa. La stragrande maggioranza delle persone, se si trovasse a discutere con un negazionista, direbbe semplicemente “credo al fatto storico del genocidio ebraico perché così dicono gli storici. I vostri documenti e i vostri argomenti andate a sottoporli alla comunità degli storici. Vi prenderò in considerazione solo se riuscirete a convincerne una parte significativa”. E’ razionale questa risposta, che è la risposta del senso comune? In linea di principio, certamente sì, a meno che il negazionista non risponda “non posso portare i miei documenti e i miei argomenti all’attenzione degli storici perché la legge me lo proibisce. Del resto, se anche ci riuscissi, gli storici non mi darebbero mai ragione perché è proibito per legge”. Se il negazionista risponde in questo modo, i nostri argomenti crollano e la nostra fiducia, la fiducia del senso comune, nelle elaborazioni della comunità degli storici appare del tutto irrazionale.

 

In conclusione: abbiamo bisogno di poterci fidare di ciò che gli storici ci dicono, e condizione necessaria per questa fiducia è la libertà di ricerca e di opinione.

Una legge che proibisce le opinioni è in contraddizione con i principi della razionalità di cui l’Occidente è giustamente fiero.

 

*Docente Università di Torino