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La nascita del potere secolare vescovile. Quando nel Medioevo erano guerrieri

di Franco Cardini - 10/03/2007


Le varie Chiese locali si raggruppavano nelle diocesi A capo di ciascuna di queste veniva posto un sovrintendente, un coordinatore: un episkopos

Si parla molto ormai, specie dopo il successo del libro di Dan Brown, della Chiesa primitiva e del suo rapporto sia con il Fondatore, sia con l´Impero romano. Il che è presto detto: ma non è per nulla scontato. Anzitutto: chi è il Fondatore della Chiesa? Gesù di Nazareth? Simone detto Pietro di Cafarnao? Paolo di Tarso? In realtà, della Chiesa primitiva sappiamo abbastanza poco: giusto le scarne righe degli Atti degli Apostoli.
Le cose cominciano a cambiare man mano che ci si addentra nei secoli II e III, quando le testimonianze, anche archeologiche, divengono più dense e più sicure. Ma in realtà la Chiesa emerge ai nostri occhi, e diventa un oggetto di sicura indagine storiografica, solo a partire dal IV secolo, con Costantino che le fornisce piena libertà; e, alla fine di quel secolo, con Teodosio che ne fa religione di Stato.
Per quel tanto che ne sappiamo, non si dovrebbe parlare di Chiesa, bensì di "chiese" al plurale. In greco, la parola ekklesìa significa semplicemente "adunanza", "assemblea". Ogni città, ogni centro in cui nascesse un gruppo di fedeli del nuovo Verbo era automaticamente una Chiesa: i capi dei singoli gruppi erano gli "anziani" (in greco presbyteroi), che amministravano anche la "Santa Cena", ma che è dubbio si potessero propriamente definire sacerdoti.
Il sacerdozio ebraico era finito con la distruzione del Tempio di Gerusalemme; alla Chiesa cristiana sarebbe toccata solo nella sua piena maturità la prerogativa di restaurarlo. Le varie Chiese locali si raggruppavano poi in circoscrizioni, che quando il culto cristiano fu reso giuridicamente lecito andarono sempre più modellandosi su quelle civili: le cosiddette "diocesi". A capo di ciascuna diocesi veniva posto, molto semplicemente un "sovrintendente", un "coordinatore". Tali concetti vengono espressi in greco dalla parola episkopos.
Ecco quindi i vescovi. Tra i quali, in seguito a una ulteriore distinzione gerarchica, sarebbero poi emersi anche gli arcivescovi e i patriarchi.
Con la divisione dell´Impero in due parti, l´orientale e l´occidentale, voluta da Teodosio e attuata dopo la sua morte, anche i destini delle varie Chiese, sempre reciprocamente autonome, si andarono sempre più adattando alla logica politica del tempo. I vescovi della parte orientale si adattarono sempre di più a essere organizzati e sorvegliati dall´imperatore, il quale si serviva della Chiesa come di uno strumento di Stato: d´altra parte, questo permetteva ai religiosi greci e orientali di darsi tranquillamente alla vita religiosa. Il governo imperiale suppliva a tutto il resto. Naturalmente, per le cose che riguardavano strettamente la fede, i vescovi si riunivano abitualmente in speciali congressi detti "sinodi", durante i quali veniva elaborata la dottrina della Chiesa.
Anche in Occidente accadeva più o meno la stessa cosa: ogni chiesa era rigorosamente autonoma rispetto alle altre, e i vescovi si riunivano di tanto in tanto in concilii durante i quali si stabilivano le verità della fede. Il punto era tuttavia che i vescovi della Chiesa occidentale, nella quale il ruolo liturgico e giuridico della lingua greca veniva sempre più soppiantato da quella latina, non disponevano del paracadute costituito dall´autorità imperiale.
Difatti, in Occidente l´Impero era franato. Il risultato fu che, dovendo confrontarsi con le invasioni barbariche e con il destrutturarsi della società del loro tempo, tra V e IX secolo i vescovi dovettero sempre più spesso assumere anche funzioni di governo, incluse le militari.
Cresceva intanto sempre più l´autorità del vescovo dell´unica città d´Occidente che si potesse definire "patriarcale", cioè caratterizzata da una Chiesa fondata da un Apostolo. Si trattava del vescovo di Roma che stava divenendo progressivamente il primus inter pares.
In Oriente le città patriarcali erano molte: soprattutto Antiochia e Alessandria. Ma anche Costantinopoli venne dichiarata tale. Tuttavia il patriarca costantinopolitano non fu mai il vero capo della Chiesa greca. E tale ruolo spettò in pratica sempre all´imperatore.
Quando anche in Occidente venne restaurata un´autorità imperiale, con Carlo Magno e più tardi con Ottone I, essa era d´altronde ben diversa da quella di Costantinopoli. Gli imperatori romano-germanici si servirono molto dei vescovi come del resto degli abati, cioè dei capi dei monasteri, per la loro passione di governo. La differenza tra i vescovi orientali, i greci, e i vescovi occidentali, i latini, stava nel fatto che i primi potevano tranquillamente accudire ai loro doveri religiosi mentre i secondi dovevano invece occuparsi anche di amministrazione, di politica, persino di guerra.
Fu questa una delle differenze tra le due Chiese che in un modo o nell´altro contribuirono allo Scisma del 1054, che nonostante molti tentativi è ancora in atto. Tra i vescovi ortodossi, i quali escono tutti regolarmente dalla carriera monastica e i vescovi cattolici, i quali invece hanno ordinariamente compiuto il loro tirocinio nel clero secolare, la differenza era e resta molto marcata.
La stagione d´oro del potere vescovile in Europa fu quella tra VIII e XI secolo, quando gli imperatori si servirono dei loro uffici come di veri e propri ministri o prefetti. Certamente, la loro cultura e la loro spiritualità ne soffrì molto; al punto che la Chiesa latina fu spesso accusata, al suo stesso interno, di corruzione, e furono necessarie successive riforme. Tuttavia, in quei tempi duri, la funzione vescovile fu uno dei pilastri che permise alla Chiesa latina di governare e gestire l´Europa medievale che nel frattempo si avviava a quel lungo periodo di prosperità che, pur con alcune occasionali crisi avrebbe permesso, a partire dal XVI secolo la conquista del mondo.
La monarchia pontificia ha controllato e represso, a partire dal XII secolo, il potere dei vescovi. Essi hanno reagito: fra il ´300 e il ´400 vi furono addirittura teorie conciliari, le quali sostenevano che non il papa, bensì il concilio, cioè l´assemblea dei vescovi, avrebbe dovuto governare la Chiesa romana. Ma tali istanze hanno storicamente avuto la peggio. Anzi, nel 400 si registrò il divertente fenomeno secondo il quale molti vescovi teorizzatori del primato conciliare, una volta diventati sommi pontefici, passavano serenamente alla teoria del monarchismo pontificio romano.
Questa è la situazione che nella Chiesa cattolica si è mantenuta fino a oggi: in una organizzazione monarchica e gerarchico-piramidale, i vescovi sono essenzialmente dei grandi funzionari. E questo vale anche per quella categoria di "Grandi Elettori Pontifici" che sono i cardinali, una istituzione nata nell´XI secolo per disciplinare l´elezione del vescovo di Roma nel momento in cui egli stava fondando appunto le basi per il suo fermo potere monarchico.