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José Rizal e la lotta per l'indipendenza delle Filippine

di Francesco Lamendola - 12/11/2007

 

      Vengono qui ricostruiti la vita e il sacrificio finale di una figura d'intellettuale che, in Occidente, è ancor poco conosciuta, ma che nella sua patria, le Filippine, è amata e ammirata come quella dell'apostolo della lotta per l'indipendenza dal dominio coloniale spagnolo negli ultimi anni del XIX secolo. Figura nobilissima di idealista, medico, scrittore, poeta, José Rizal si può accostare all'eroe dell'indipendenza cubana e grande poeta in lingua spagnola, José Martí, anche se - forse - rispetto a quest'ultimo fu un intellettuale meno "organico", nel senso gramsciano della parola, e se la sua personalità e le sue esigenze e aspirazioni etichee politiche appaiono più problematiche e, per certi spetti, contraddittorie. Il suo "Ultimo adiòs", composto in prigione alla vigilia dell'esecuzione capitale, costituisce ancor oggi un classico della letteratura spagnola, e un testo che tutti gli studenti filippini conoscono e che leggono con viva commozione.

 

 

      Il nome di Protasio Rizal y Alonso (o anche Rizal y Mercado) era pressochè sconosciuto al pubblico europeo allorché, nel 1887, apparve a Berlino un libro intitolato Noli me tangere. In esso si descrivevano, con vivida efficacia, gli abusi del governo spagnolo nelle Filippine e, in particolare, il ruolo nefasto assunto dal clero regolarenell'arcipelago del Sud-est asiatico.

       Il suo autore, un giovane medico filippino di sangue misto, allora ventiseienne, divenne improvvisamente celebre, ma più ancora acquistò risonanza la causa sociale e politica da lui patrocinata. L'opinione pubblica d'Europa e d'America (il libro verrà tradotto in inglese nel 1912 col titolo The Social Cancer, ossia Il cancro sociale) (1), scoprì che esisteva una nazione filippina malgovernata ed esausta, che esisteva un problema filippino. E sia il nome di Rizal che le tematiche da lui sollevate conobbero una ulteriore celebrità quando a Gand, in Belgio, fu pubblicato quattro anni dopo El filibusterismo (nel 1912 in Inghilterra, col titolo The Reign of Greed, ossia Il regno dell'avidità) (2), che era la continuazione del primo romanzo. Questa volta, nel mirino dello scrittore erano inquadrati, in modo particolare, gli ordini religiosi spagnoli nelle Filippine. Il successo fu grandissimo. L'impressione prodotta dai due libri sull'opinione pubblica mondiale fu paragonata a quella provocata da La capanna dello zio Tom circa la presa di coscienza del problema schiavistico negli Stati Uniti d'America, e da Max Havelaar di Multatuli (pseudonimo di Eduard Douves Dekker) circa i foschi retroscena della colonizzazione olandese a Giava e nell'arcipelago indo-malese. (3) Se è esatto quel che disse Metternich a proposito de Le mie prigioni di Silvio Pellico, che un libro, cioè, può far più danno all'oppressore di una battaglia perduta, il giovane medico aveva raggiunto, con la sola forza della sua penna, una gran parte del suo scopo. Delle Filippine, adesso, si parlava nel mondo, e se ne parlava perfino in Spagna, l'occhiuta e sospettosissima madrepatria, che già da tempo teneva d'occhio Rizal perle sue simpatie nazionaliste.

      Ma chi era José Rizal, il protagonista di questo caso letterario sorto apparentemente dal nulla, in virtù della drammatica urgenza del suo appello? E quali erano le reali condizioni della sua patria, sullo scorcio del XIX secolo?

 

 

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      Di tutte le colonie spagnole dell'impero "che non vede mai tramontare il Sole", le Filippine ebbero in sorte il trattamento peggiore. Conquistate intorno al 1571 da Miguel Lopez de Legaspi a scorno dei Portoghesi e respinti, nella prima metà del '600, tutta una serie di tentativi di occupazione degli avidi Olandesi (4), le isole erano state considerate più o meno come un'appendice dei lontanissimi domini americani della Spagna, fino a che questi si erano sfasciati.

      La conquista iberica delle Filippine, mai del tutto completata per la fortissima resistenza dei Moros musulmani a Mindanao e nelle Isole Sulu (5), aveva avuto fin dall'inizio un carattere spiccatamente religioso. La forzata e rapidissima cristianizzazione degli indigeni ad opera di un esercito di frati agostiniani, domenicani, francescani, gesuiti e recolletti produsse una situazione di diretta dipendenza del potere politico da quello religioso. E questo anomalo processo storico fu aggravato dal fatto che la ripartizione delle terre e dei lavoratori indigeni nel sistema tradizionale delle encomiendas (6), avvantaggiò assai più gli ordini religiosi che non privati cittadini spagnoli.

      Una volta assommato nelle proprie mani sia il potere spirituale che quello economico, il clero divenne il vero arbitro del sistema coloniale. Il vescovo di Manila esercitava de facto un potere equivalente, se non addirittura superiore, a quello del governatore generale; e la prova ne è che, ogni qual volta quest'ultimo si trovò in conflitto col vescovo finì per soccombere, pur disponendo teoricamente del potere politico-militare. In un caso, nel 1719, si arrivò al punto che il governatore fu ucciso in un tumulto di piazza sobillato e guidato dai frati, perché aveva fatto arrestare il vescovo a causa di una sua grave insubordinazione. (7)

      All'interno del clero, poi, lo strapotere dei frati finì per provocare una serie di attriti fra questi e l'autorità dello stesso vescovo, al quale arrivarono a negare il diritto di visita pastorale nelle missioni e nelle parrocchie loro affidate, che erano la stragrande maggioranza dell'arcipelago. E benchè, in questo caso, l'autorità episcopale potesse avvantaggiarsi sia dell'appoggio del governatore, sia di quello del papa e dello stesso re di Spagna, furono i frati ad uscire sostanzialmente vittoriosi dalla prova di forza. Di conseguenza, il clero regolare riuscì a conquistarsi una tale indipendenza che giunse a costituire un vero stato entro lo stato esercitando il controllo diretto sulla gran massa della popolazione.

      Nel XVI e XVII secolo questi frati erano, almeno, animati da un forte zelo missionario: non di rado essi svolsero un ruolo benefico nei confronti degli indigeni, difendendoli dalla rapacità del potere politico. Ma la situazione nel XIX secolo era, ormai, del tutto diversa. Considerato nel suo complesso, il clero regolare spagnolo dava una penosa impressione di avidità, oscurantismo e corruzione. Peggio ancora, esso deliberatamente non fece mai nulla per promuovere la formazione di un clero indigeno. Fin verso il 1850 erano pochissime le parrocchie rette da preti filippini, e se il loro livello di preparazione rimase a lungo molto basso, la colpa era della politica ecclesiastica spagnola che aveva avuto di mira unicamente la perpetuazione del proprio monopolio spirituale. Tale atteggiamento del clero spagnolo fu giustamente sentito dagli indigeni come una vera e propria forma di discriminazione razziale. Di conseguenza, quando - negli ultimi decenni dell'Ottocento - il numero dei preti filippini aumentò, essi costituirono un gruppo ideologicamente cosciente e compatto nel proprio risentimento antispagnolo.

      Dal punto di vista economico, le Filippine furono le vittime del disastroso sommarsi dei peggiori aspetti del colonialismo spagnolo. I conquistatori non introdussero unavera classe di proprietari terrieri, come in Messico e nel Perù; hgli enomienderso laici furono sempre pochi, e tutti gli sforzi del governo di madrid per rafforzare questo cedo andarono a cozzare contro il fatto che i conquistadores delle Filippine erano i rtifiuti della corrispondente calsse americana, sia moralmente che materialmente del tutto incapaci di assumere il controllo dell'economia. Il loro ruolo fu quindi assunto, come si è detto, dagli ordini religiosi.

      Quanto agli indigeni, essi furono ripartiti tra le encomiendas e privati di ogni forma di partcipazione all'amministrazione civile. Solo a livello di villaggio la Spagna si servì dei cacicchi quali intermediari fra i governatori bianchi e la massa della popolazione. Ma i cacicchi, prima della conquista spagnola, erano stati unicamente dei capi-villaggio senza particolari privilegi economici; la Spagna ne fece una classe di proprietari terrieri indigeni, a spese delle terre delle comunità rurali; una classe che, naturalmente era legata a doppio filo al potere coloniale. E poiché essi e i loro familiari erano i soli indigeni che avessero la prospettiva di accedere a una formazione culturale di tipo europeo, da qui ebbe origine la secolare divisione tra la massa del popolo filippino e le sue élites intellettuali.

      Le condizioni materiali di vita degli indigeni furono costantemente gravose sotto il regime coloniale. Nelle piantagioni, essi conducevano una esistenza miserabile, costretti a cedere metà del raccolto ai latifondisti e a versar loro anche gran parte dell'altra metà, per pagare i debiti contratti con l'acquisto di sementi e attrezzi agricoli. La Spagna non fece assolutamente nulla per promuovere un razioonale sfuttamento del suolo, che andasse al di là di una economia di puro sfruttamento estensivo: essa si limitò, nella prima fase, a vivere di rendita  sulla spoliazione dell'aristocrazia locale; e, in seguito, delegò la gestione della terra agli ordini religiosi, ai caicchi e ai pochi encomienderos creoli. Sino alla fine del XIX secolo - tanto durò il dominio politico spagnolo - solo una modesta percentuale delle terre arabili dell'arcipelago era stata messa a coltura, e anche questa percentuale trascinava una vita stentata, basata su sistemi quanto mai rudimentali.

      L'unica maniera di controbilanciare la stagnazione dell'economia causata dall'arretratezza agricola, sarebbe stata quella di far leva sul commercio, dando impulso agli scambi con la Cina e con le Indie Orientali olandesi; ma, anche qui, il colonialismo spagnolo diede prova di una straordinaria miopia. Per circa due secoli e mezzo, il commercio delle Filippine fu aggiogato al carro degli interessi messicani, e dirottato dai suoi naturali mercati estremo-orientali. Ma poiché perfino questo commercio transpacifico fra Acapulco e Manila (essenzialmente seta e spezie contro oro e argento) ledeva il monopolio metropolitano, esso dal 1593 fu limitato a uno o due soli galeoni annuali. (8)  E tutto il commercio al minuto fu lasciato nelle mani dei Cinesi, che nell'arcipelago finirono per diventare i soli detentori di ogni attività commerciale, impedendo la formazione di una piccola e media borghesia indigena. Gli Spagnoli disprezzavano i Cinesi di tutto cuore, ma trovavano conveniente lasciar loro il ruolo di agenti del piccolo commercio; salvo poi incanalare gli scoppi ricorrenti di furore degli indigeni contro di essi nei soliti pogrom, più o meno come facevano le autorità zariste con la piccola borghesia ebraica in Russia e in Polonia, nella stessa epoca.

      Una tale valvola di sfogo del frustrato sentimento nazionale era quanto mai necessaria per mantenere almeno il controllo dei centri commerciali, giacchè nelle campagne, e specialmente nelle isole più periferiche, il dominio della Spagna non fu mai saldo. All'esterno era minacciato dalle scorrerie dei pirati Moros che conducevano una vera guerra santa anticristiana; all'interno, da innumerevoli rivolte agrarie, tutte però a carattere locale e scarsamente coscienti sul piano politico, sicché poterono esser domate ogni volta senza eccessivo sforzo.  È del resto significativo il fatto che la Spagna - a differenza, ad esempio, di quanto dovette fare a Cuba nella seconda metà dell'800 - non ebbe mai bisogno di tenere consistenti forze armate nelle Filippine. A mantenere l'ordine bastavano le milizie indigene. In questo caso la geografia e le composizione etnica frammenate dell'arcipelago, che non avevano mai favorito il sorgere di un sentimento nazionale unitario,  giocarono un ruolo decisivo a vantaggio dei dominatori. Quanto ai pirati musulmani e agli altri predoni europei, Inglesi e Olandesi, essi erano tenuti in rispetto dalla flotta.

 

      Ai primi dell'800, e specialmente dopo il crollo dell'impero spagnolo nelle Americhe, finalmente le autorità di Madrid si convinsero a riportare il commercio delle Filippine nella sua rotta naturale, quella diretta in Spagna per la via del Capo di Buona Speranza. Però questi tentativi non godettero mai di un sufficiente incentivo finanziario, e una Compagnia commerciale perle Filippine, creata in Spagna con la diretta partecipazione del sovrano, finì per fare bancarotta. A quel punto furono le nazioni economicamente più progredite, e specialmente la Gran Bretagna, ad avvantaggiarsi della fine del monopolio commerciale imposto alle isole dalla Spagna per circa tre secoli. Manila divenne un ottimo centro di affari per gli agenti commerciali inglesi, americani e tedeschi (9) e, per la prima volta, l'aristocrazia indigena sorta dal cacicchismo - che qui svolgeva il ruolo politico-culturale della inesistente borghesia indigena - venne a contatto con le idee occidentali di democrazia e libertà. Quando, poi, la situazione politica interna della Spagna , fra il 1868 e il 1870, conobbe una breve parentesi di liberalismo, le isole conobbero un significativo rafforzamento della coscienza nazionale, cui pose termine la brusca reazione del 1871. Tuttavia in quella breve stagione le Filippine avevano vissuto l'esperienza di un governatore generale come De La Torre; e tale esperienza non venne più dimenticata, nonostante i processi e le fucilazioni che accompagnarono la restaurazione di un dominio coloniale di vecchio stampo.

      La presa di coscienza anti-coloniale era obiettivamente favorita da una circostanza, una delle pochissime e forse l'unica veramente positiva che si dovesse alla dominazione spagnola: l'esistenza di un sistema scolastico relativamente sviluppato, il migliore che - alla fine dell'otticento - esistesse in qualunque altra colonia europea dell'Asia orientale. Dal 1611 Manila ospitava la prima  università dell'Estremo Oriente - quella di San Tomàs, fondata dai padri domenicani; e nel corso del XIX secolo la Spagna compì, effettivamente, un grosso sforzo per diffondere l'istruzione pubblica nell'arcipelago. Il risultato fu che, a partire dal 1870 circa, le Filippine erano il solo paese dell'Asia ove una aliquota considerevole della popolazione indigena riceveva una istruzione primaria e dove non solo i figli, ma anche le figlie (novità assoluta) dei benestanti potevano condurre gli studi superiori e universitari con una frequenza notevole. Ciononostannte, molti giovani filippini preferivano recarsi, dopo i corsi superiori, a frequentare l'università in Europa, non di rado nella stessa Spagna. Colà essi vennero a contatto in maniera diretta, cosa mai accaduta in passato, con le fonti stesse della cultura democratica dell'Ottocento, dando così un ulteriore impulso al nascente nazionalismo filippino.

       Nel panorama culturale dell'arcipelago si formò pertanto il fenomeno degli ilustrados, ossia degli intellettuali che provenivano dalla ristretta élite indigena, avevano una conoscenza solo indiretta delle esigenze sociali della gran massa dei loro compatrioti, e nutrivano un complesso rapporto di amore-odio verso la Spagna, vista alternativamente come la madrepatria che aveva permesso la loro crescita economica e culturale, o come la matrigna che non sapeva più che farsene di questi suoi figli divenuti troppo emancipati e indipendenti, e perciò politicamente sospetti. (10) Se, però, erano malvisti dalla Spagna, gli ilustrados per la stessa natura della intellighenzia filippina non costituivano un gruppo omogeneo, e le loro vedute politiche a propsito della emancipazione nazionale risentivano di una certa confusione. Alcuni di essi sostenevano la necessità di riforme amministrative, accompagnate da una più stretta unione con la Spagna, di cui le Filippine avrebbero dovuto diventare una provincia, come quelle metropolitane. Erano piuttosto pochi quelli che, invece, avevano già chiara l'impossibilità di un riscatto economico e sociale senza passare attraverso il nodo cruciale di una rottura definitiva con l'antica madrepatria.

      La punta di diamante del movimento degli ilustrados  era costituita da alcuni intellettuali - tra i quali Rizal e Marcelo del Pilar erano dei più attivi - che formavano il cosiddetto "movimento di propaganda". Sia Rizal che del Pilar erano scrittori e servivano la causa del riscatto filippino essenzialmente con la loro attività di pubblicisti e romanzieri.  Il fatto che del Pilar scrivesse in lingua tagalog, una delle principali dell'arcipelago, assurta oggi a lingua nazionale, mentre Rizal adoperava lo spagnolo, è già un indicatore significativo della loro diversità ideologica e del loro differente grado di coscientizzazione politico-culturale. (11)

 

 

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      Colui che sarebbe diventato il simbolo della rinascita nazionale filippina, José Protasio Rizal, nacque il 19 giugno 1861 a Calamba, nell'isola di Luzon e non lontano dalla capitale Manila, da una famiglia di proprietari terrieri. Nelle sue vene scorreva sangue spagnolo, cinese e filippino. Suo padre era un facoltoso piantatore di canna da zucchero e sua madre, Teodora Alonso, era una delle donne più colte di tutto l'arcipelago. Pare che ella abbia esercitato un influsso preponderante sugli orientamenti culturali del figlio e sulla sua precoce inclinazione per le manifestazioni artistiche. (12) All'inizio del 1872, concluso l'esperimento liberale del governatore De La Torre, le autorità diedero un nuovo giro di vite, ripristinarono la censura sulla stampa e mandarono alla garrota, fra l'altro, tre sacerdoti filippini, sotto l'imputazione di aver partecipato a un complotto rivoluzionario. L'accusa era totalmente infondata e uno storico moderno ha definito l'esecuzione di quei tre religiosi "un assassinio giudiziario" (13), tanto più odioso in quanto era evidente che si era voluto colpire in essi la libertà di opinione e di parola, e cioè le loro simpatie liberali.

     José Rizal non aveva ancora compiuto undici anni: tale fu il clima politico nel quale crebbe affacciandosi alla giovinezza. A Manila frequentò l'Ateneo e poi l'Università  di san Tomàs, e intanto diede i primi saggi della sua inclinazione artistica, scrivendo poesie e modellando sculture. Nel 1882 partì per la Spagna per proseguire i suoi studi, e all'Università di Madrid seguì corsi di medicina e arti liberali, confermando le doti brillanti della sua intelligenza e l'eclettismo dei suoi interessi culturali. Fu a quell'epoca che si mise in evidenza come il più attivo nel piccolo gruppo degli studenti filippini residenti in Spagna, veso il quale i compagni guardavano come al loro capo naturale. Con giovanile entusiasmo non si peritava di sostenere la causa dell'emancipazione della sua patria, emancipazione che doveva essere al tempo stesso sociale e culturale. Non parlava di indipendenza politica e non ne parlò mai nemmeno in seguito. La Spagna avrebbe dato prova di saggezza se avesse ascoltato la voce del nazionalismo filippino moderato, con il quale esistevano dei reali punti di convergenza. Invece, come a suo tempo il duca d'Alba nei confronti di Egmont e di Horn, essa non seppe cogliere questa sua ultima occasione e preferì imboccare la strada della repressione più ottusa. (14)

     

      Conseguita la laurea in medicina, Rizal lasciò Madrid ma non fece ritorno, per il momento, nelle Filippine, dedicandosi invece a una lunga serie di viaggi di studio attraverso l'Europa. Seguì corsi di medicina alle università di Parigi e di Heidelberg, e contemporaneamente frequentò corsi di filosofia e di etnologia. In tal modo ampliò i suoi orizzonti al punto che, in quegli anni, benchè fosse appena venticinquenne, era probabilmente uno dei più colti, se non il più colto, dei suoi connazionali.

       Il successo letterario venne, come si è detto, nel 1887, con la pubblicazione - in Germania - di Noli me tangere; e fu un successo di scandalo. In quel libro Rizal non prendeva di mira tanto la Spagna, quanto l'opera nefasta svolta dagli ordini religosi e specialmente da agostiniani, francescani e domenicani. Fedele al suo punto di vista iniziale - una fedeltà che avrebbe pagato a caro prezzo - era tuttavia convinto che il governo spagnolo sarebbe stato ancora capace di una riforma amministrativa e sociale. Ma prima, secondo lui, era necessario estromettere i frati dalle Filippine, o almeno privarli delle basi economiche del loro strapotere. Erano loro i peggiori nemici del popolo filippino: e questa tesi venne ribadita nel 1891 dal secondo romanzo, El filibusterismo. Fu a quell'epoca, se non prima, che il governo di Madrid segnò sul proprio libro nero il nome del giovane medico, un po' romantico e idealista, come quello di un pericoloso sovversivo. Così, quando Rizal concluse il suo giro per le università europee e tornò a Manila - siamo ancora nel 1887-, pur non subendo un provvedimento ufficiale di esilio si accorse che l'unica maniera per revitare ritorsioni contro la sua famiglia era quella di lasciare definitivamente le Filippine. Allora decise di ritornare in Europa.

      Per parecchi anni scrisse una gran quantità di articoli per il giornale ufficiale del nazionalismo filippino, La solidaridad (La solidarietà), fondato a Barcellona da Lopez Jaena e poi trasferitosi a Madrid. Nel 1895 il giornale cessò per sempre le sue pubblicazioni, non per l'intervento della polizia spagnola ma per mancanza di fondi. È possibile che a tale sorte abbia contribuito il suo programma moderato, tuttavia il fatto che esso venne stampato pubblicamente per sei anni  proprio in Spagna, dimostra la buona fede del "gruppo di propaganda" e il suo sincero desiderio di una riforma di governo che vedesse lealmente collaborare le autorità spagnole e gli intellettuali filippini. L'utopismo di questa impostazione derivava dal fatto che, sin dal tempo delle sua affermazione nelle Filippine, il potere politico spagnolo si era sostenuto a vicenda con quello religioso e che scalzare quest'ultimo era adesso difficile, non solo perché aveva messo profonde radici ma anche perché ciò avrebbe provocato un fatale indebolimento dello stesso potere politico. La loro sorte era così strettamente legata che essi dovevano mantenersi insieme, o insieme perire.

     Dalle colonne de La Solidaridad, con tenacia e coraggio, Rizal sostenne questo impossibile programma politico fino al 1892, allorché lasciò nuovamente l'Europa. Bisogna comunque riconoscergli il merito di aver fatto molto per fornire una base ideologica e politica, ma soprattutto culturale, al nascente Risorgimento filippino. Tra l'altro, nel 1890 commnetò e fece pubblicare l'opera di Antonio Morgas, Sucesos de las Islas Filipinas, nella quale si ricordava la peculiarità e la ricchezza della storia filippina, prima della conquista ad opera degli Spagnoli. Ciò equivaleva a un preciso programma ideologico: favorire la riappropriazione della propria storia e della propria cultura da parte del popolo filippino, dopo il plurisecolare sforzo dei frati per cancellarne anche il solo ricordo. Ma poiché operava in un ambito strettamente culturale, e per di più lontano dalla sua patria, Rizal non ebbe una grande influenza sulla formazione della coscienza nazionale tra le masse agricole ignorantie malnutrite; questo ruolo gli toccò in sorte dopo la morte, quando la sua figura divenne il simbolo del riscatto nazionale - come quella di José Martì per l'isola di Cuba; o, se si vuole, come quella di Mazzini per l'Italia. Ma ciò sarebbe avvenuto non senza una fondamentale ambiguità, poiché trasformare in simbolo dell'indipendenza un uomo che non aveva mai parlato di indipendenza, tradisce  una strumentalizzazione politica troppo scoperta.

      Vedremo in seguito quali furono le origini occulte di tale operazione. Qui basterà sottolineare che l'opera  più importante svolta da Rizal in vita non fu tanto direttamente indirizzata verso la sua patria, bensì nell'eco che seppe suscitare sulla questione filippina presso l'opinione pubblica internazionale. Da questo punto di vista nessuno altro Filippino giovò quanto lui alla causa nazionale: né letterati come Jaena e del Pilar, né politici come Aguinaldo e Bonifacio. È probabile che la scelta di abbandonare il tagalog, per scrivere i suoi libri e i suoi articoli in spagnolo - una lingua a diffusione mondiale - abbia risposto, in Rizal, a un ben preciso calcolo di natura politica, e non solamente al moderatismo delle sue posizioni, alieno da una rottura definitiva con la madrepatria iberica.

      Nel 1892 la sua attività di scrittore e di propagandista, in Europa, fu bruscamente troncata dalla notizia che in patria la situazione era precipitata. La tenuta paterna di Calamba era stata espropriata a vantaggio dei domenicani; e suo padre e le sue sorelle - ai quali, come si è visto, era molto legato - erano stati cacciati di casa. Con la generosità propria del suo carattere, sia per rendersi conto di persona della situazione, sia per placare, eventualmente, il governo spagnolo attirando su di sé le rappresaglie, immediatamente s’imbarcò per le Filippine e fece ritorno a Manila. Quasi appena arrivato, si gettò nuovamente nell'attività politca e fondò la Liga Filipina, un'effimera associazione che non sopravvisse alla sua morte e i cui metodi di lotta erano rigorosamente pacifici. I punti cardinali del suo programma erano l'equiparazione delle Filippine alle altre province spagnole, l'eguaglianza giuridica di Filippini e Spagnoli, la libertà di stampa e di associazione e, soprattutto, la sostituzione del clero regolare spagnolo con il clero secolare indigeno nelle parrocchie.  Tanto fu sufficiente perché le autorità lo facessero arrestare appena pochi giorni dopo, e mandare al confino a Dapitan, nella lontana isola di Mindanao.

      Rizal trascorse a Mindanao quasi tutta la restante parte della sua vita. In quei quattro anni scarsi ebbe ancora il tempo di fondare una scuola, un ospedale e di proseguire con passione le sue ricerche mediche. Nel luglio 1896 i capi di una organizzazione segreta sorta nel frattempo, con un programma bren più radicale, il Katipunan,  trovarono il modo di entrare in contatto con lui per chiedergli consiglio. Ciò dimostra il prestigio che Rizal si era ormai acquistato anche presso uomini che, come Andrés Bonifacio, principale animatore del Katipunan, non credevano alle riforme ma pensavano apertamente alla lotta armata.

     Rizal, comunque, rispose - in linea con tutto il suo pensiero politico - che i tempi non gli sembravano maturi per passare a una rivoluzione; che il popolo non era pronto; e che bisognava, casomai, lavorare ancora per parecchi anni, onde preparare il terreno a un'azione che avesse delle prospettive di successo. (15)  Questo fu l'ultimo contributo che Rizal dette, in vita, al processo di emancipazione della sua patria. Un mese dopo, per prevenire le autorità spagnole che erano venute in possesso dei piani insurrezionali, il Katipunan lanciò l'attacco. La rivoluzione dilagò da un'isola all'altra, e scosse dalle fondamenta, come mai era accaduto in passato, il dominio coloniale in tutto l'arcipelago.

      Nel frattempo Rizal aveva fatto domanda alle autorità per potersi imbarcare e raggiungere, via Spagna, l'isola di Cuba. Il suo scopo non era certamente quello di unirsi all'esercito spagnolo, colà impegnato per domare la rivolta dei guerriglieri indipendentisti, come un qualsiasi mercenario - come pure è stato scritto. (16)  Piuttosto, pare che egli intendesse prestare la sua qualificata esperienza di medico e di studioso per combattere la micidiale epidemia di febbre gialla, che infuriava a Cuba in quel momento. (17)  Il permesso di partire gli venne accordato, ma, nel frattempo, lo scoppio della rivoluzione nelle Filippine aveva deciso il suo destino. Così, quando arrivò in Spagna, non solo non ebbe l'autorizzazione a proseguire per l'isola di Cuba, ma fu arrestato a Barcellona sotto l'accusa di cospirazione rivoluzionaria e rinviato, come prigioniero, a Manila.

     Il processo a suo carico sotto la grave accusa di alto tradimento fu istruito nella capitale filippina e si tenne per via direttissima. Nelle colonie spagnole, dove il corso della giustizia era tradizionalmente di una lentezza esasperante, questa volta non si volle perder tempo. Così, si giunse alla sentenza a tempo di record, entro la fine dell'anno. Come nel caso dei tre sacerdoti nel 1872, la condanna a morte di Rizal si configurò né più né meno che come un deliberato assassinio giudiziario.  Non vi erano prove che egli avesse avuto la benché minima  parte nella preparazione della rivolta, per la buona ragione che non aveva commesso il fatto. Non faceva nemmeno parte del Katipunan e non ne condivideva gli obiettivi né la strategia. Ma il potere coloniale, messo alle strette dall'insurrezione popolare come mai era accaduto negli oltre trecento anni del suo dominio sulle Filippine, voleva dare a ogni costo un monito di tipo terroristico. Scelse come vittima, per darlo, la persona forse meno adatta, e credette politica intelligente trattare un riformatore moderato come un pericolosissimo rivoluzionario. (18) Fu un errore grossolano, perché nessuno meglio del pacifista Rizal si prestava a impersonare il ruolo di martire della libertà filippina. Inoltre, con la stolida brutalità di cui diede prova, il regime coloniale convinse anche i nazionalisti più moderati che l'unica maniera di risolvere il problema filippino era quella di far ricorso alle armi.

      La Spagna è sempre stata propensa ad accusare le sue ex colonie di "ingratitudine", manifestando una singolare incomprensione dei motivi della loro lotta per l'indipendenza. Di una tale "ingratitudine" parla anche un'iscrizione ai piedi della statua di Cristoforo Colombo a Siviglia (19), prova tangibile del fatto che la Spagna non ha mai potuto comprendere come i suoi vechi sudditi d'oltremare, beneficati dei doni preziosi del cristianesimo e della "civiltà", siano stati capaci di mostrarsi tanto disconoscenti da respingere il suo "materno" abbraccio. La realtà è che la Spagna, nella sua politica coloniale, manifestò la stessa gretta testardaggine che l'aveva indotta a dissanguarsi nella crociata antiprotestante in Europa, nel XVI e XVII secolo, senza mai un lampo di ravvedimento; e che, alla fine del XIX, era troppo decrepita e debole per non considerare con terrore anche i più ragionevoli appelli riformisti da parte delle sue ultime colonie - le Filippine, Cuba e Portorico (quelle africane essendo troppo arretrate, sotto ogni aspetto, per aver elaborato un processo analogo). In un certo senso, stroncando con violenza dissennata l'ala moderata del nazionalismo filippino, si può dire che essa gettò con le proprie mani il grosso della popolazione nelle braccia dei rivoluzionari.

     

      José Rizal affrontò il plotone d'esecuzione, a Manila, il 3 dicembre 1896, all'età di trentacinque anni. La vigilia della fine, rinchiuso nella fortezza di Santiago, aveva scritto il suo testamento spirituale affidandolo ai versi di Ultimo adiós, capolavoro assoluto della poesia in lingua spagnola. Da quel momento il suo nome divenne il grido di battaglia della rivoluzione filippina; e ancor oggi, nelle scuole di quel paese, si insegna alla gioventù a salutare in lui il precursore dell'indipendenza nazionale. Un grandioso monumento commemorativo, con la sua statua, è vigilato in permanenza da una sentinella armata. (20)

 

 

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     Rizal era un intellettuale romantico e un riformista di tipo ottocentesco, e non lasciò alcuna precisa eredità politica. Nel corso del 1897, pressato dalla violenza delle repressione militare spagnola, il Katipunan si spezzò. Il suo vecchio leader, Andrés Bonifacio, che era un uomo del popolo dalle umili origini che, con sacrificio personale, si era fatto una vasta cultura, fu messo in minoranza da Emilio Aguinaldo, che aveva maggiori doti militari ma che era un rappresentante del cacicchismo, ossia degli interessi dell'aristocrazia fondiaria indigena. Aguinaldo venne riconosciuto, nel marzo, presidente della Repubblica delle Filippine e, qualche tempo dopo, si sbarazzò di Bonifacio mandandolo davanti al plotone d'esecuzione, reo di aver tentato di resistergli.

     Da quel momento fu chiaro che l'obiettivo dell'indipendenza, se anche fosse stato raggiunto, inevitabilmente sarebbe stato svuotato di ogni serio obiettivo di riforma sociale. L'eliminazione fisica di Bonifacio, sostenitore della necessità di espropriare i latifondi a favore delle masse rurali, era del resto il naturale punto d'arrivo di un secolare processo di estraniamento reciproco fra elites indigene economiche e intellettuali e la grande maggioranza della popolazione, costretta a lavorare nella miseria e in condizioni giuridiche semi-servili.

      Verso la fine del 1897 le autorità spagnole avevano spento gli ultimi focolai di rivolta e costretto Aguinaldo  e i suoi amici a rifugiarsi ad Hong Komg. Da lì, dapprima Aguinaldo tentò di intavolare delle ambigue trattative con il potere coloniale spagnolo, riuscendo ad ottenere denaro per acquistare armi, in cambio di vaghe promesse non mantenute. In un secondo momento, Aguinaldo entrò in contatto col commodoro statunitense Dewey, comandante della squadra navale americana dell'Estremo Oriente. Così, quando - nel 1898 - scoppiò la guerra ispano-americana, egli fu svelto a cogliere l'occasione e rientrò nelle Filippine con l'aiuto di Dewey, riaccendendo il fuoco sopito dell'insurrezione.

     

      Il resto è storia nota. L'alleanza americana non era che il preludio al passaggio delle Filippine sotto una nuova dominazione coloniale. Una volta sconfitta la Spagna, gli Stati Uniti si rimangiarono senza rimorsi tutte le promesse e riuscirono perfino a impedire che i patrioti, dopo aver liberato praticamente tutto l'arcipelago, entrassero nella capitale. In tal modo le Filippine passarono dalla Spagna agli Stati Uniti contro il pagamento di 20 milioni di dollari (21), e addirittura 70.000 marines  furono mandati per ridurre Aguinaldo alla ragione. Vi riuscirono, dopo una sanguinosa guerriglia durata circa tre anni, nel 1901. (22) A proposito della coerenza etico-politica dell’ex “presidente” filippino basterà dire che, dopo essere stato liberato dagli Americani in seguito al suo giuramento di fedeltà ai nuovi padroni, durante l’occupazione giapponese del 1941-44 passò al servizio di Tokyo, collaborando con gli invasori. Catturato di nuovo dagli Americani nel 1945, di nuovo fu perdonato e, nel 1950, entrò a far parte del governo delle Filippine indipendenti, in seno al quale si adoperò per il ristabilimento di buone relazioni con gli Stati Uniti.

 

      Le Filippine sono ancor oggi una pedina nel gioco del neocolonialismo americano, governate o meglio sgovernate per circa vent’anni da un erede della tradizione cacicca, Ferdinand Marcos. (23) La sua brutale dittatura ha eliminato fisicamente, nell’agosto del 1983, il capo dell’opposizione Benigno Aquino, uomo integro e amatissimo, più o meno come Aguinaldo aveva fatto eliminare, a suo tempo, Andrés Bonifacio. Il riscatto politico e sociale delle masse filippine non è mai avvenuto, neanche dopo la fine della truce e corrotta dittatura di Marcos e di sua moglie Imelda e il ritorno alla democrazia con la vedova di Aquino, Cory; e alla miseria dei contadini si è aggiunta quella del proletariato urbano, creato a ritmo vertiginoso dall’americanizzazione della società filippina. Manila continua ad essere, ancor oggi, probabilmente la città più corrotta dell’Asia (come l’Avana lo era dei Caraibi al tempo della dittatura di Fulgencio Batista), ove fioriscono le mafie più arroganti e si fa commercio dei vizi più turpi. Né la fama di corruzione risparmia lo stesso governo filippino. Milioni di dollari di “aiuti” americani sono finiti sfacciatamente nelle tasche di ministri e generali. E sulle montagne di Luzon ha imperversato a lungo la guerriglia organizzata dal Kuk, il movimento comunista locale, che ha goduto di un discreto seguito fra le popoplazioni rurali.A ciò si aggiunga la guerriglia, ora molto più cruenta e pericolosa, scatenata dagli indipendentisti islamici nel Sud dell’arcipelago a partire dal 1971, che ha conosciuto momenti di estrema violenza e che sembra ben lontana dall’essere domata. Si calcola che essa sia costata, fino a questo momento, non meno di 150.000 morti.

    Certamente non era questo il futuro che aveva sognato per la sua patria l’idealista José Rizal.

 

 

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     Riportiamo alcuni brani del poema Ultimo Adios, scritto da Rizal in carcere poco prima dell'esecuzione della sentenza capitale. La sua importanza non risiede tanto nel suo valore letterario, che, a giudizio di alcuni critici, pur testimoniando "l'amore per il suolo natio e per la libertà", "è molto sentimentale e sprovvisto di qualsiasi vigore". (24); bensì nel suo valore etico-politico, costituendo fin da subito il "classico" per eccellenza del nazionalismo filippino.

 

      "Adios, Patria adorada, region del sol querida,

      Perla del Mar de Oriente, niestra perdido Eden!

      A darte voy alegre la triste mustia vida

      Y fuera mas brillante, mas fresca, mas florida,

      Tambien por ti la diera, la diera por tu bien.

 

      En campos de batalla, luchando con delirio

      Otros te dan sus vida sin dudas, sin pesar;

      El sitio nada importa, cipres, laurel o lirio,

      Cadalso o campo abierto, combate o cruel martirio,

      Lo mismo es si lo piden La Patria y el hogar. (…)

 

      Ensueno de mi vida, mi ardiente vivo anhelo,

      Salud te grita el alma que pronto va a partir!

      Salud! Ah, que es hermoso caer por darte vuelo,

      Morir por darte vida. Morir bajo tu cielo,

      Y en tu encantada tierra la eternidad dormir.(…)

 

      Mi Patria idolatrada, dolor de mis dolores,

      Querida Filipinas, oye el postrer adios.

      Ahi, te dejo todo, mis padres, mis amores.

      Voy donde no hay esclavos, verdugos ni opresores,

      Donde la fe no mata, donde el que reina es Dios." (…)

 

      "Addio, patria, addio, amata terra del sole,

       Perla del mare d'Oriente, nostro Eden perduto!

       M'appresto, gioioso, a donarti la mia vita triste e cupa.

       E foss'anche più luminosa, più fresca e più fiorita,

       Per te del pari la donerei, per la tua felicità.

 

       Sui campi di battaglia, nelle gioie della lotta,

       Altri offron tutto sé stesso, senza indugio né rimorso:

       Che importa il luogo del sacrifizio, il cipresso, il lauro od il giglio,

       Il patibolo o l'aperta campagna, la battaglia o il supplizio crudele,

       Sempre uguale è l'olocausto, quando la patria o il focolare lo invocano.(…)

 

       Sogno dell'intera mia vita, mio aspro e bruciante desìo!

       Salve!, ti grida la mia anima che si affretta al viaggio!