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Siria: gli USA rilanciano la guerra

di Michele Paris - 14/11/2012


Dopo le incertezze e il relativo stallo delle ultime settimane, le manovre degli Stati Uniti e dei loro alleati in Europa e in Medio Oriente per rovesciare il regime siriano sono riprese a pieno ritmo con la chiusura della campagna elettorale per la Casa Bianca che ha portato alla rielezione di Barack Obama. Nonostante le divisioni che persistono a Washington sull’approccio alla crisi in Siria, i nuovi sviluppi registrati già negli ultimi giorni sembrano prospettare un maggiore coinvolgimento di un’amministrazione democratica impegnata in un rimpasto di governo che potrebbe avere riflessi importanti anche sulle prossime scelte di politica estera.

A preparare i nuovi scenari che stanno prendendo forma era stato il vero e proprio ordine emesso a fine ottobre a Zagabria dal Segretario di Stato, Hillary Clinton, con il quale gli USA hanno di fatto scaricato il Consiglio Nazionale Siriano (CNS). Quest’ultimo organismo, che godeva fino ad allora del pieno appoggio delle potenze occidentali, è diventato improvvisamente, agli occhi di Washington, totalmente incapace di rappresentare la popolazione siriana e le sue aspirazioni democratiche.

Il governo americano, una volta preso atto anche dell’inadeguatezza del CNS nel conseguire significativi successi militari sul campo, ha perciò imposto la sua sostituzione con una nuova struttura di più ampio respiro, teoricamente in grado di includere tutte le varie voci dell’opposizione a Bashar al-Assad. Nell’elenco di nomi redatto dal Dipartimento di Stato hanno continuato però a figurare uomini della CIA, oppositori al regime più o meno screditati, islamisti, ma anche personalità scelte tra le minoranze del paese, in particolare di fede alauita come Assad e la sua cerchia, così da dare una parvenza di pluralismo e di rappresentanza di tutta la società siriana.

Sotto la diretta supervisione dei loro protettori occidentali e arabi, i vari gruppi di opposizione al regime di Damasco si sono riuniti lo scorso fine settimana in un hotel di lusso a Doha, in Qatar, dove tra scontri e divergenze sono alla fine riusciti a partorire una nuova organizzazione unitaria, denominata Coalizione Nazionale delle Forze della Rivoluzione Siriana e dell’Opposizione.

L’accordo sulla formazione del gruppo è stato subito propagandato dai governi e dai media occidentali come una svolta verso la creazione di un’opposizione che parlerà con una sola voce, difendendo gli interessi del popolo siriano. Ciò che rimane, in ogni caso, è però la sostanziale impopolarità in patria dei suoi membri e l’incapacità, o la mancanza di volontà, da parte di questi ultimi, di tenere a freno i gruppi jihadisti che continuano a rendersi responsabili di efferati episodi di violenza in Siria.

La nuova Coalizione è stata riconosciuta lunedì dal Consiglio di Cooperazione del Golfo come il “legittimo rappresentante del popolo siriano” e dalla Lega Araba per il momento solo come “rappresentante delle aspirazioni” di quest’ultimo. Martedì, invece, a riconoscerla ufficialmente è stata la Francia, il cui presidente Hollande, da Parigi, ha definito la “Coalizione Nazionale il solo legittimo rappresentante del popolo siriano e futuro governo di una Siria democratica”.

La Coalizione, in sostanza, servirà a dare una facciata di democrazia e unità tra le numerose fazioni che compongono l’opposizione ad Assad, in modo da giustificare agli occhi dell’opinione pubblica occidentale l’aumentato appoggio militare e finanziario che si sta preparando per rovesciare il regime.

In ogni caso, le disposizioni di Hillary Clinton sono state recepite non senza resistenze dai leader del CNS, anche se alla fine sono stati convinti a fare un passo indietro con la promessa di una quota di rappresentanza significativa all’interno del nuovo organismo.

Alla guida della Coalizione è stato eletto l’imam sunnita più volte imprigionato a Damasco, Sheikh Ahmad Mouaz al-Khatib, mentre la scelta del vice-presidente è ricaduta su Riad Seif, dissidente e uomo d’affari su cui da tempo aveva messo gli occhi l’ormai chiusa ambasciata americana a Damasco. La nuova leadership dei ribelli è stata subito inviata a partecipare al summit della Lega Araba al Cairo e alla prossima riunione dei cosiddetti “Amici della Siria” che si terrà in Marocco per raccogliere consensi e appoggio materiale per le operazioni da condurre sul campo.

Quel che è certo è che il nuovo gruppo che dovrebbe formare il prossimo docile governo filo-occidentale e sunnita del dopo Assad non ha alcun interesse a cercare una soluzione pacifica della crisi in Siria, dal momento che i suoi vertici continuano ad escludere qualsiasi dialogo con un regime che mantiene una chiara superiorità militare e un certo appoggio tra le minoranze che vivono nel paese e tra la borghesia urbana che ha beneficiato delle aperture al libero mercato del regime nell’ultimo decennio.

Il progetto dell’opposizione siriana creato in Qatar annuncia piuttosto un’intensificazione delle violenze, dal momento che per la Coalizione patrocinata da Washington arriveranno a breve massicce forniture di armi, accompagnate probabilmente da un possibile intervento diretto delle potenze che desiderano la fine di Assad, come è ovvio giustificato da ragioni umanitarie.

I venti di guerra nei giorni seguiti al successo elettorale di Obama sono dunque tornati a soffiare minacciosamente sulla Siria, in particolare al confine settentrionale e meridionale. La Turchia, ad esempio, settimana scorsa ha chiesto di potere dispiegare missili Patriot americani lungo il proprio confine con la Siria nel quadro di una possibile imposizione di una “no-fly zone” che, come in Libia lo scorso anno, servirebbe come pretesto per mettere a segno bombardamenti contro le postazioni delle forze di sicurezza di Assad. I Patriot in Turchia comporterebbero anche il probabile arrivo in questo paese di centinaia di militari americani.

Lunedì, inoltre, in seguito alle incursioni aeree del regime siriano sulla città di confine di Ras al-Ain, il governo islamista di Erdogan ha rafforzato il proprio contingente militare nella regione, sorvolata anche da alcuni F-16. L’atteggiamento di Ankara ha il pieno appoggio della NATO, come ha confermato lunedì il Segretario Generale, Anders Fogh Rasmussen, il quale ha affermato che la Turchia può contare sulla solidarietà dell’Alleanza e che sono già pronti piani per la difesa e la protezione del paese da eventuali aggressioni provenienti dalla Siria.

Lungo il confine meridionale, invece, è Israele che è ufficialmente entrato nel conflitto in corso. Tel Aviv sembra muoversi infatti verso il superamento dei dubbi a lungo nutriti sulla rimozione di un regime che per decenni ha garantito una certa stabilità nella regione. Questa svolta è apparsa evidente nei giorni scorsi, quando le forze israeliane hanno bombardato postazioni dell’artiglieria siriana dopo che alcuni missili erano caduti, con ogni probabilità involontariamente e nel quadro delle operazioni di Damasco contro i ribelli, sulle alture del Golan, occupate da Israele con la Guerra dei Sei Giorni del 1967.

Le perplessità registrate a Washington in seguito ai fatti di Bengasi dell’11 settembre scorso, che avevano prefigurato lo scenario agghiacciante che attende la Siria se si continuerà ad appoggiare forze di opposizione tra le quali dominano gruppi terroristici e fondamentalisti sunniti, non sembrano dunque avere impedito agli Stati Uniti di proseguire sulla strada della promozione dei ribelli per rovesciare con la forza il regime di Assad.

I media d’oltreoceano in questi giorni raccontano di come l’amministrazione Obama stia riesaminando le proprie opzioni riguardo la Siria, in particolare dopo che la passività americana avrebbe contribuito alla destabilizzazione di alcuni paesi vicini che stanno pagando le conseguenze del conflitto siriano. In realtà, il contagio è dovuto precisamente al coinvolgimento, sia pure indiretto, e all’attivismo statunitense e di paesi come Turchia, Arabia Saudita o Qatar, per abbattere Assad, alimentando lo scontro settario che ha finito per allargarsi a paesi come Libano e Iraq già attraversati da simili conflitti interni nel recente passato.

L’evoluzione della posizione degli Stati Uniti verso un impegno sempre maggiore in Siria sembra essere confermata anche dalla probabile scelta di Susan Rice, attuale ambasciatrice USA all’ONU, come sostituta di Hillary Clinton alla guida del Dipartimento di Stato.

La Rice è una delle più convinte sostenitrici della necessità di promuovere gli interessi dell’imperialismo del suo paese in nome della difesa dei diritti umani, come conferma l’entusiasmo che la contraddistinse lo scorso anno nell’intraprendere l’operazione in Libia.

Secondo quanto riportato lunedì dalla Reuters, infatti, Susan Rice farebbe parte di una fazione all’interno dell’amministrazione Obama che spinge per un’azione più incisiva degli USA riguardo alla Siria, mentre gli ambienti militari e dell’intelligence appaiono ancora piuttosto cauti.

Questi sviluppi indicano quindi l’avvicinarsi di nuove devastanti guerre scatenate per motivi umanitari da parte degli Stati Uniti, con buona pace di quanti hanno creduto alle recentissime promesse elettorali di Obama che annunciavano una nuova era di pace dopo le rovinose avventure belliche dell’ultimo decennio.